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I martiri di Otranto e il mosaico pavimentale raffigurante Artù e l’Albero della Vita

di Marina Maugeri

Re Artù all'interno del Mosaico di OtrantoNel giorno della sua rinuncia, il Papa si apprestava a canonizzare i martiri di Otranto, ottocento cittadini che morirono decapitati 500 anni fa nella Cattedrale di Otranto per non rinnegare la loro fede. Decifrare l’immenso mosaico che ricopre la navata della Cattedrale è sempre stato un avvincente enigma per teologi, storici ed esperti d’arte.

Il mosaico, databile al 1163 – 1165, raffigura la più antica immagine di re Artù in groppa ad un caprone nell’atto d’impugnare uno scettro, identificabile dalla dicitura con il suo nome in bell'evidenza e l’immenso Albero della Vita, dove sono presenti temi dell'antico testamento dall’elevato contenuto simbolico.
La cattedrale di Otranto e il suo prezioso mosaico furono testimoni di uno dei più commuoventi episodi dcattedrale di Otranto, veduta della navata centralei martirio della cristianità, quando ottocento otrantini furono decapitati nel corso del sacco turco, dalle truppe di Gedik Acmed Pasha, per aver non aver rinnegato la fede in Cristo ed avere salva la vita. Nel racconto del martirio emerge la storia del cimatore di panni Antonio Primaldo, che guidò gli ottocento nella scelta coraggiosa e il cui corpo senza testa restò in piedi fino all'ultima decapitazione dei concittadini, tanto da indurre uno dei carnefici alla conversione, tal Berlabei, che successivamente fu impalato.
Sin dalla liberazione di Otranto, la comunità locale venerò i concittadini come martiri e santi. Il primo processo canonico iniziò nel 1539 e terminò il 14 dicembre 1771, con la proclamazione da parte papa Clemente XIV degli ottocento a "beati". Il processo è stato recentemente riaperto, confermando le conclusioni del precedente. Benedetto XVI, il 6 luglio 2007, ha Mosaico dellalbero della vitaemanato un decreto in cui ha riconosciuto il martirio di Primaldo e dei suoi concittadini, uccisi "in odium fidei".

Recentemente, il riconoscimento del miracolo avvenuto nel corpo di una clarissa per intercessione dei Beati, suor Francesca Levote, monaca professa delle Sorelle povere di Santa Chiara, colpita da una grave forma tumorale e prodigiosamente guarita, nel 1980, durante una "peregrinatio" dell'urna dei Martiri nella diocesi.

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