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Da Clemente I al gran rifiuto di Celestino V, tutti i Papi che abdicarono o furono deposti

San Pietrodi Stefano Schiavi
Tutti ricordano il “gran rifiuto” di Clestino V, vuoi per il terremoto del 2009 che sconvolse l’Aquila e che fece puntare le telecamere di tutto il mondo sulla Basilica di Collemaggio dove riposa il Papa del rifiuto. E molti ricordano anche il gesto di Benedetto XVI quando donò il suo mantello papale durante la sua visita a L’Aquila e alla Basilica che accoglie le spoglie di Celestino. Un segno del destino? Un gesto voluto che anticipava i tempi? Fare delle ipotesi, seppur suggestive, lascia il tempo che trova. Se non fosse altro che solo Celestino V (ed ora Benedetto XVI)  ha “abdicato” dal trono di Pietro. In realtà nella millenaria storia vaticana e della cristianità cattolica apostolica romana di gesti come quello che farà Papa Ratzinger ce ne sono stati altri cinque.


Del resto non c’è poi nulla di così strano dato che il canone 332, comma 2, del Codice di Diritto Canonico prevede che un Papa rinunci al suo incarico, a condizione che la decisione sia assolutamente libera e che venga espressa in modo chiaro: “Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti”.
Insomma non è detto che un  cardinale sia Papa fino alla morte. Certo, questo scardina un pochino il classico detto, tutto romano “morto un Papa se ne fa sempre un’altro”. Ma tant’è, al di là dei soliti complottismi che aleggiano attorno alla Chiesa fin dalla sua nascita, e quindi anche sulla “abdicazione” Di Benedetto XVI, resta il fatto che a marzo il clero cattolico è chiamato alla elezione di un nuovo successore di Pietro.
Di aneddoti ne esistono molti, falsi? Veri? Non lo sapremo mai così come non sapremo mai dei segreti custoditi negli archivi vaticani, depositari di gran parte della vera storia dell’umanità.
Ad esempio si dice che Pio XII tra il 1943 e il 1944, con Roma occupata dalle truppe tedesche, abbia scritto una lettera di dimissioni da rendere pubblica solo in caso fosse stato fatto prigioniero, in modo tale cheConclave Hitler non potesse mai dire di avere nelle sue mani il successore di Pietro, ma solo il cardinal Pacelli. Una storia plausibile e che non lascerebbe nessuno sconcertato. Anzi sembrerebbe quasi una questione di logicità e scaltrezza politica vista la situazione.
Diverso, invece, quanto aleggia intorno alla figura di Papa Montini, al secolo Paolo VI che, secondo quanto affermò il suo segretario mons. Pasquale Macchi, nel 1977, avrebbe seriamente pensato alle dimissioni perché era giunto alla soglia degli 80 anni stanco e provato da una malattia. Per lui sarebbe stato pronto il monastero benedettino svizzero di Einsiedeln. Nella tentazione del ritiro alla vita privata pare fosse caduto anche Giovanni Paolo I, anche se in molti si affannano a contestare tale ipotesi. Eppure nei soliti corridoi, dove la verità spesso si accompagna alla bugia mescolandosi fino a divenire una materia informe, si parla insistentemente di una lettera di dimissioni firmata dal Papa polacco e affidata al suo segretario Stanislao Dziwisz, da rendere pubblica nel caso che la malattia gli avesse impedito di governare la Chiesa.
Ma le dichiarazioni del cardinale sembrano smentire questa ipotesi, ma questo non vuol dire assolutamente nulla.
Per resta solo un dato di fatto certo: gli altri cinque pontefici furono più o meno costretti a rinunciare al soglio pontificio. Solo Celestino V, e ovviamente Benedetto XVI, ha rinunciato volontariamente tanto da meritarsi il girone degli ignavi, nel Canto III dell’Inferno, in cui Dante lo collocò nella sua Divina Commedia: “Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto, vidi e conobbi l'ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto”. Una cosa è certa, in tutti e cinque i casi le storie di questi Papi furono costellate di omicidi, guerre, assedi, imprigionamenti, tradimenti, sotterfugi. I tempi ovviamente cambiano ma in molti giurano che, all’interno delle mura vaticane, il tempo si sia fermato a 2000 anni fa.

I Papi “romani”

Per quanto riguarda i primi due pontefici che abdicarono dobbiamo considerare un fatto non poco importante. Parliamo della vita durante l’Impero Romano, quando i cristiani si radunavano nelle catacombe della città eterna. Va anche detto che in quei secoli, parliamo dei primordi del cristianesimo, i Papi erano qualcosa più di un vescovo, una sorta di primus inter pares. Insomma non avevano il potere che acquisiranno poi con il passar del tempo, inteso come potere spirituale ma, soprattutto, potere temporale. Inoltre ben poco sappiamo di questi uomini che spesso venivano perseguiti, arrestati o giustiziati.
Per questo sui primi due Pontefici che abdicarono (o che furono deposti) ci sono notizie frammentarie spesso in contrasto tra loro. Tant’è che alcuni indicano tre Papi che persero la loro carica: Ponziano, Silverio e Martino I. Altri invece indicano come primo Papa deposto/abdicante Clemente I.
C’è poi chi parla anche di Marcellino costretto alla rinuncia dalle persecuzioni anticristiane. Insomma, non è facile “navigare” nella storia cristiana dei primi secoli nemmeno per la Chiesa. Cerchiamo comunque di far chiarezza, almeno per quel che possiamo.

Papa Clemente IPapa Clemente I è vicario di Cristo in terra tra l’88 e il 97 rinunciando alla carica papale a favore di Evaristo perché, arrestato ed esiliato, non voleva che i fedeli rimanessero senza una guida spirituale. Secondo Ireneo di Lione, Clemente I è il terzo successore di Pietro dopo Lino e Anacleto ed era stato a contatto con gli Apostoli tanto da ricordarne le predicazioni così come riportava nella lettera scritta ai Corinzi nel tentativo di farli riconciliare tra loro. Anche Eusebio di Cesarea, nella Historia ecclesiastica III, conferma quanto scritto da Ireneo aggiungendo anche che Clemente sarebbe succeduto ad Anacleto nel 92  dopo Cristo, cioè nel 12 anno di regno dell’Imperatore Domiziano.

Papa Ponziano fu in carica solo cinque anni poiché, catturato durante una persecuzione e esiliato in Sardegna, per evitare lacerazioni e divisioni in seno alla nascente Chiesa, lasciò l’incaricoPapa Ponziano rendendo così possibile l’elezione di un nuovo Papa. Si dimise nel 235. Al suo posto fu eletto papa Antero. Poco prima di questo avvenimento o immediatamente dopo, Ippolito, che era stato deportato in Sardegna con Ponziano, si riconciliò con la Chiesa di Roma e lo scisma che aveva causato ebbe termine.
La data di inizio dell’episcopato si deve fissare per congettura intorno al 230, in quanto il Catalogo Liberiano, che una delle fonti più attendibili, presenta comunque informazioni contraddittorie. Esso stabilisce la durata dell’episcopato in cinque anni, due mesi e sette giorni e lo fa decorrere dal consolato di Pompeiano e Peligniano, cioè dal 231. Le due circostanze menzionate nel catalogo appaiono incompatibili, tenendo conto di quanto dice appresso, ricordando le circostanze della fine di Ponziano. Questi fu deportato insieme con il presbitero Ippolito in Sardegna, e la durezza del provvedimento è chiarita nel testo dalla specificazione: "in insula nociva", con la quale si vuole probabilmente intendere il clima insalubre e la condanna ai lavori forzati nelle miniere. L’anno dell’esilio è fissato al consolato di Severo e Quintiano, quindi al 235. Il catalogo ricorda la data della rinuncia di Ponziano alla carica, rinuncia espressa con il termine tecnico "discinctus est" avvenuta in Sardegna il 28 settembre e l’ordinazione, come successore, di Antero il 21 novembre. Tali eventi, in assenza di ulteriori notizie, debbono essere quindi avvenuti nello stesso 235. Calcolando a ritroso sulla base del lasso di tempo indicato nel testo per l’episcopato di Ponziano., si giunge alla data di inizio del suo pontificato cioè il 21 luglio del 230 e non al 231. L’anticipazione al 230 potrebbe essere confermata sempre da Eusebio di Cesarea che nella sua Historia ecclesiastica VI parla di un episcopato lungo sei anni anche se le cronologie di Eusebio sulla Sede papale e vescovile di Roma non sembrano essere poi così attendibili. Comunque sia, resta il fatto più importante che è quello dell’abdicazione.
 
Qualche secolo dopo è la volta di Papa Silverio vittima, pare, di un doppio complotto prima dell’imperatore di Costantinopoli/Bisanzio che voleva sul “trono di Pietro” un vescovo bizantino. Poi, dopo essere rientrato in Italia, probabilmente a Napoli, da Patara, in Licia, venne fatto confinare dal suo successore, Vigilio, sull’isola di Palmarola vicino a Ponza (dove poi morì di stenti). Lì Silverio fu costretto ad abdicare ufficialmente firmando un documento in cui rinunciava alla carica di vescovo di Roma.
Papa SilverioLa figura di Silverio non è di seconda importanza nella storia del cristianesimo Figlio di papa Ormisda, alla morte del padre, avvenuta nel 523, ne compose l'epitaffio che celebrava la ricomposizione dello scisma fra gli ultimi sostenitori di Lorenzo e quelli di Simmaco, i tentativi di riconciliazione con l'Oriente e il ritorno dell'Africa alla libertà. Fu quindi testimone di fatti importanti. Il pontificato di Silverio, seppur breve, va inquadrato con molto probabilità nella guerra intestina in seno al cristianesimo d’occidente e d’oriente da sempre diviso. Siamo nel campo delle ipotesi anche perché le fonti in nostro possesso sono discordanti perché rappresentano due posizioni antitetiche. L’autore sarebbe un oscuro prete, vissuto durante il periodo del pontificato di Simmaco (498-514) e dello scisma laurenziano e la sua opera sarebbe stata poi continuata, fino al sec. IX, con successive aggiunte, coeve in genere ai singoli papi, da funzionari del vestiarium pontificio. La prima parte, comunque, l’autore è certamente un contemporaneo di Silverio ma fortemente ostile al papa, portato al pontificato dal potere dei Goti. La seconda parte è stata invece composta, probabilmente, sotto il pontificato di Vigilio o di Pelagio molto più probabilmente visto che l’autore presenta Silverio come una vittima di Vigilio.

E arriviamo al fatidico anno mille, già, quello del “mille non più mille”. Quello dell’avvento dell’Apocalisse come diceva la Bibbia e come diceva Gesù secondo i Vangeli apocrifi. Insomma tempo di tremende tragedie, sventure, calamità e…tante superstizioni. Come abbiamo visto nulla di tutto questo accadde, proprio come il fatidico 21 dicembre 2012 del calendario Maya. Una cosa è comunque certa, quel periodo fu qualcosa di assurdo all’interno della Chiesa cattolica oltre che per i vari regni europei. Talmente assurdi da vedere ben tre Papi contendersi la cattedra di San Pietro: Benedetto IX (un nome che ritorna) Silvestro III e Gregorio VI.
Non dimentichiamo che negli anni precedenti numerosi Pai erano stati assassinati o gettati nelle segrete di castelli di Baroni o nobili in genere, soprattutto romani, che contendevano il primato temporale alla Chiesa e spesso anche quello spirituale assicurandosi l’elezione di qualche parente a Papa.
Certo, la figura di Papa Benedetto IX non è delle più eccelse. Divenuto pontefice alla tenera età di 11 anni (e questa la dice lunga sul concetto di Chiesa e spiritualità del tempo) rinunciò prima a favore di Silvestro III, poi si riprese la carica per venderla, pare per 650 chili d’oro, a Giovanni Graziano de Graziani, suo padrino e ordinato prete, che assunse il nome di Gregorio VI . Campione di simonia (cioè la vendita Papa Benedetto IXdelle cariche ecclesiastiche ( da Simon mago che cercò di comprare dagli Apostoli doni dello Spirito Santo) Benedetto rimase a bocca asciutta perché in cambio dell’abdicazione Gerardo di Galeria, che assieme alla famiglia Crescenzi era stato il promotore dell’elezione di Silvestro III, gli aveva promesso la mano della figlia. Cosa che invece non avvenne.
Benedetto IX Divenne Papa giovanissimo, probabilmente a 11 anni. Dapprima rinunciò a favore di Silvestro III. In seguito riprese la carica per poi venderla a Gregorio VI, dopo aver abdicato il 1º maggio, forse per il desiderio di sposarsi, vendendo il suo ufficio al prete Giovanni "Graziano" de' Graziani, suo padrino (probabilmente per oltre 650 kg d'oro). Tale procedimento venne definito simonia, parola che si riferisce a Simon Mago, che offrì denaro agli Apostoli per ricevere i doni dello Spirito Santo. Graziano fu incoronato con il nome di papa Gregorio VI il 5 maggio 1045. A Benedetto era stata promessa la figlia di Gerardo di Galeria (già promotore assieme ai Crescenzi, quattro mesi prima, dell'elezione di Silvestro III). Probabilmente, fu solo un'esca per invogliarlo a lasciare il papato e liberarsi definitivamente di lui. Evidentemente Benedetto si pentì presto della vendita, forse perché non gli fu più concessa la mano della fanciulla.
La situazione creata da Benedetto IX è figlia del suo tempo, ma soprattutto figli delle guerre tra famiglie nobiliari. Del resto Benedetto non doveva essere uno stupido perché conosceva bene i giochi di palazzo e gli intrighi delle famiglie romane. Egli, infatti, nacque Teolatto, figlio di Alberico II conte di Tuscolo e terzo di tre pontefici appartenenti alla famiglia tuscolana, Benedetto VIII e Giovanni XIX. Insomma, avrebbe dovuto conoscere bene la situazione. Ma evidentemente i suoi tratti morali ed etici non erano certo degni della vecchia nobiltà patrizia romana.
Così per mettere fine e ordine alla situazione quanto meno paradossale creatasi ci pensarono gli Imperatori di Germania, che tra l’altro si erano scontrati spesso con i papi negli anni precedenti per decidere chi avesse il diritto di nominare i vescovi nei territori sottoposti all’Impero. Quando Enrico III discese in Italia, riunì diversi sinodi della chiesa e Benedetto IX fu dichiarato deposto e scomunicato: l’Imperatore impose un papa tedesco, con buona pace di tutti.

Gregorio XII, l’ultimo papa a essere deposto e lo Scisma d’Occidente
Siamo in pieno scisma d’occidente quando altri tre Papi affermavano di guidare la Chiesa di Roma: Gregorio XII, Papa di Roma, Benedetto XIII, Papa di Avignone e l’antipapa Giovanni XXIII
Gregorio venne deposto in quello che, dopo il mille, viene considerato uno dei periodi più difficili e corrotti della storia della Chiesa: quegli anni che vanno da circa la metà del 1300 alla conclusione del Grande Scisma nei primi anni del 1400. La situazione viene risolta con il Concilio di Costanza. Gregorio nominò Carlo I Malatesta e il cardinale Giovanni Dominici di Ragusa come suoi delegati. Il cardinale convocò il concilio e autorizzò i suoi atti di successione, preservando così le formule del primato papale. Quindi Malatesta, agendo in nome di Gregorio XII, pronunciò l'abbandono di Gregorio, che i cardinali accettarono, ma in base a precedenti accordi, accettarono anche di mantenere tutti i cardinali che questi aveva creato, dando così soddisfazione alla famiglia dei Correr, e nominando Gregorio vescovo di Frascati e legato pontificio ad Ancona. Il concilio mise inoltre da parte anche l'antipapa Giovanni XXIII (1415) succeduto ad Alessandro V e lo Scisma d'Occidente giunse a conclusione. Gregorio spese il resto della sua vita, due anni, in una Papa GregorioXIItranquilla oscurità ad Ancona.
Di fatto Gregorio XII, al secolo Angelo Correr veneziano di nascita, viene considerato l’ultimo papa ad aver perso la carica, perché i molti papi che la persero contemporaneamente o poco dopo di lui furono bollati come antipapi.
Tutto ebbe inizio nel trecento, quando i cardinali francesi avevano preso il sopravvento all’interno del conclave anche grazie alla protezione del Re di Francia che nel frattempo si era sostituito agli Imperatori tedeschi in qualità di “potente d’Europa”. Da questo potere nasce quello che viene comunemente chiamata “cattività avignonese”. Un periodo lungo una settantina d’anni in cui i papi eletti furono tutti francesi e la sede papale venne trasferita, per l’appunto, ad Avignone.
Non è un caso che in quel periodo il re di Francia Filippo il bello, portò a termine, con l’accordo del Papa francese, la distruzione dell’ordine dei Templari.
Ma nel 1377 fu proprio un Papa francese che, approfittando della guerra dei cent’anni tra Parigi e Londra, riportò la sede pontificia a Roma. Alla morte del Papa i cardinali, quasi tutti francesi o stranieri (il rapporto era di 12 su 16 cardinali) cercarono di eleggere un Papa non romano. E qui entrò in gioco l’orgoglio romano. Una folla di cittadini romani assediò i cardinali riuniti nella basilica del Laterano e li costrinse a eleggere un papa italiano.
Subito dopo l’elezione, i cardinali francesi fuggirono a Napoli ed elessero un nuovo papa, francese ovviamente. Fu l’inizio del Grande Scisma d’occidente, durante il quale per una trentina d’anni i francesi ebbero il loro papa (a posteriori bollato come antipapa) e gli italiani il loro. La guerra, perché di guerra si tratta, tra Roma e Avignone fu durissima e costellata di assedi (Avignone), battaglie campali omicidi e complotti.
Alla fine la questione venne risolta nuovamente dall’Imperatore che era tornato a contare qualcosa nella Europa in fiamme. Un ultimo concilio venne convocato a Costanza, in Germania, alla fine del 1414 – eravamo arrivati al punto di avere tre papi contemporaneamente – e si decise di fare tabula rasa: tutti i papi furono dichiarati deposti.
    

Celestino V il Papa del gran rifiuto
Uomo vile o talmente umile da rinunciare agli onori della gloria terrena? Aveva ragione Dante o Petrarca? Gli studiosi si interrogano e lo faranno ancora per secoli. L’unica cosa vera è che Pietro da Morrone, monaco eremita per l’appunto in Abruzzo su Monte Morrone presso Sulmona dove fondò un piccolo ordine monacale, fu l’unico Papa a dare le dimissioni di sua spontanea volontà.
Uomo abituato alla contemplazione e all’eremitaggio abbandonò la sua grotta solo per due anni quando si recò a Roma per prendere i voti sacerdotali.
Fece pochissimi viaggi, ma ne fece uno importante che gli cambiò probabilmente la vita e gli aprì le porte del Vaticano: quello a Lione dove andò a perorare la causa contro la soppressione del suo ordine in un concilio. Un viaggio duro e lungo per quell’epoca; 1000 km in pieno inverno non erano certo uno scherzo. Ma è qui che Pietro da Morrone fece un incontro importante, non solo per lui, ma la cristianità, per la città dell’Aquila, per il futuro della Chiesa romana: incontra i Templari. E dai Templari, monaci guerrieri tutt’altro che eremiti, soggiorna per due mesi in una loro commenda che poi diverrà convento celestiniano. E in quella commenda c'era il gran maestro dei Templari, Giacomo di Bejau.
Probabilmente furono gli stessi Cavalieri Templari ad introdurre Pietro da Morrone al Papa Gregorio X, e fu sempre la forte influenza templare a far si che il Papa concedesse al futuro Celestino V la Bolla di conferma dell'Ordine.
Perché i Templari avevano preso così a cuore un povero frate eremita tanto da indurre un Papa ad emettere una Bolla? E perché si era instaurato un così forte legame di fiducia tale da convincere i monaciCelestino V guerrieri ad affidargli la custodia di un tesoro unico per il quale un tempo era stata costruita persino una città? Difficile dirlo, anzi impossibile. Ma il legame c’era ed era saldo.
Sarà forse proprio questo legame a portarlo all’elezione a Papa e poi alla sua abdicazione? Di certo Celestino V fu sottoposto a forti pressioni. E non è certo un caso, del resto in politica ma anche nella Chiesa nulla accade per caso, pochi anni dopo la morte o forse sarebbe meglio dire l’assassinio di Celestino V tornato ad essere Pietro da Morrone, anche i Templari subirono una fine tragica.
Congetture a parte resta il dato storico anche se incerto come tutta la storia di Celestino V. Siamo alla fine del 1200, 1294 per la precisione, e la Chiesa attraversa l’ennesimo momento di forte difficoltà e di contrasto interno. I cardinali sono ancora una volta divisi tra il “partito” francese e i pochi italiani legati alle famiglie nobili italiane. Come sempre in queste situazioni serviva un Papa di transizione e, possibilmente, lontano dalle beghe interne alla Chiesa e alla nobiltà e, soprattutto, che fosse gestibile. Un Papa, insomma, che desse il tempo alle fazioni di organizzarsi per lo scontro finale.
Così venne individuata la figura di Pietro da Morrone. L’età avanzata e la vita passata nel romitorio, ma soprattutto la non conoscenza del latino, lo faceva un candidato ideale. Forse, però, i cardinali non erano al corrente dello stretto legame tra il monaco e il potente Ordine dei Templari, anche se questo può sembrare assai strano. Pietro non era però così convinto della scelta tanto che, visti tre vescovi che lo andavano a raggiungere sul monte Morrone, si diede alla fuga. Catturato fu portato a Napoli, dove si era trasferita la sede papale visti i disordini che sconvolgevano Roma e che opponevano le due potenti famiglie dei Colonna e degli Orsini, e costretto ad accettare la nomina.
Ma come entra un umile eremita nel grande gioco del conclave?
Vista la situazione di stallo che dura ormai da più di due anni, il re di Napoli Carlo II d'Angiò si reca a Perugia dove il conclave si era trasferito, per caldeggiare una soluzione in breve tempo poiché, con la presenza di un Papa, i suoi interessi politici potevano essere meglio gestiti. Per fare questo, Carlo II va a far visita all'eremita Pietro Morrone, che già conosceva, per sollecitargli la redazione di una lettera in cui si minacciavano gravi sciagure se non si fosse pervenuti a una rapida elezione.
Il cardinale decano del conclave, Latino di Malabranca, dopo aver letto la lettera ai cardinali, incomincia a pensare proprio a Pietro come possibile candidato. Così Pietro Morrone è eletto all'unanimità il 5 luglio 1294 ed incoronato papa all'Aquila. Il suo primo atto sarà quello di emanare la Bolla del Perdono, con cui anticipa il Giubileo cristiano e da cui nascerà la tradizione della Perdonanza.

Pietro non immagina minimamente quanto accaduto a Perugia a seguito della lettera ma lo comprende bene quando arrivano i tre vescovi.
Di qui il tentativo di fuga  e la cattura. Quattro mesi dopo la sua elezione a pontefice, su suggerimento di Carlo II d'Angiò, Celestino si stabilisce a Napoli, nonostante le pressioni esercitate dalla nobiltà romana affinché risiedesse a Roma. Ma anche nel capoluogo partenopeo, come durante tutti i suoi tre mesi di pontificato, sono segnati non dallo sfarzo e dall’intrigo ma dall’austerità in cui è sempre vissuto. Ben presto il pontificato diventa per lui un peso enorme. Nasce così l’idea dell’abdicare, probabilmente “fomentata” dal cardinal Caetani, potente famiglia romana, che inevitabilmente diverrà successore di Celestino V con il nome ben conosciuto di Bonifacio VIII.
Secondo un racconto apocrifo, Celestino V sentiva addirittura la voce di Dio sussurrargli nella notte «Immantinente rinunzia al Papato e ritorna ad essere romito». Secondo lo stesso racconto quella voce non era di Dio, ma del cardinale Benedetto Caetani, che gli parlava da un foro nel muro. Caetani, secondo i racconti dell’epoca, pronto a tutto pur di diventare Papa. Che il racconto sia vero o no (ma in ogni storia anche templari alla crociatanon ufficiale c’è sempre un fondo di verità per renderla ovviamente più credibile possibile)  fu realmente il Caetani ad aiutare Celestino V ad espletare le varie formalità legislative per permettergli di abdicare e tornare al suo monastero. E fu sempre il Caetani a compilare la formula del gran rifiuto:
“Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe, al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore la Chiesa Universale”. Era il 13 dicembre quando, davanti al concistoro riunito a Napoli, Celestino fa il gran passo dell'abdicazione.
La cerimonia è toccante e impressionante: Celestino V scende dal trono papale togliendosi l'anello, la tiara e il mantello. Si rimette la lacera tonaca della sua congregazione e, sedendosi per terra, esorta il Collegio a eleggere al più presto un nuovo papa per il bene della Chiesa e delle anime.
Undici giorni dopo, il conclave elesse papa il cardinal Caetani che prese il nome di Bonifacio VIII e viene tuttora ricordato come uno dei papi più forti e spregiudicati della storia. Nasce fra il nuovo pontefice e il re di Napoli l'intesa che cancellerà d’un colpo la ruggine perugina e getterà lo scompiglio fra le file dei seguaci di Celestino, degli "spirituali", dei "fraticelli".
Bonifacio VIII decide di "tutelare" in qualche modo gli ultimi anni della vita di Pietro, sia per dare una dignitosa sistemazione ad un "ex pontefice", sia perché temeva che la sua figura potesse alimentare delle spinte scismatiche che, a quei tempi, non erano da escludere. Ma Pietro non vuole rinunciare al suo eremo al Morrone. Sfugge alla custodia di Bonifacio e si ritira nella sua grotta.

Bonifacio, unitamente a Carlo D’Angiò fa rintracciare Pietro dopo un suo tentativo di fuga via mare per raggiungere la costa dalmata e lo conduce, il 16 maggio 1295, nella fortezza di Fumone, vicino ad Alatri, dove gli farà trascorrere gli ultimi giorni accompagnato da due frati del suo Ordine. Non si sa se l’eremita divenuto Papa e amico dei Templari venne assassinato, come è probabile, o è morto di stenti e di vecchiaia (anch’essa ipotesi plausibile) ma avendo a che fare con Bonifacio VIII e Carlo D’Angiò è probabile che la versione scritta quattrocento anni dopo la morte di celestino V da Lelio Marini, Abate Generale della Congregazione dei Celestini, il più informato biografo del Santo (Pietro fu canonizzato il 5 maggio del 1313 da Clemente V il Papa stesso che fu artefice insieme a Filippo il Bello della fine dei Templari) sia la più veritiera. L’Abate Marini proverà infatti a dimostrare, con un’accurata disamina dei reperti storici, che Pietro fu barbaramente ucciso per ordine di Bonifacio VIII.Le spoglie di Celestino si trovano nella basilica di Collemaggio a L'Aquila.

Resta ora il dilemma che entra poi nel mito e nella leggenda: Celestino V si sarebbe dimesso per occuparsi di una missione ancora più importante della Chiesa stessa? Forse i Templari che già dal 1274 temevano di essere sciolti e “fusi” con gli Ospitalieri (che poi presero realmente in carico tutti i loro beni) gli avevano affidato le loro preziose reliquie da custodire in una città fortezza come l’Aquila costruita sulla pianta di Gerusalemme? Ovviamente siamo nel campo delle ipotesi e delle supposizioni. Di certo sulla tomba di Celestino c’è lo stemma di Re Salomone….

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