Get Adobe Flash player

Se l'origine di Roma è donna

di Marina Maugeri *

Roma plastico città imperialeNel 1917, durante la costruzione del tratto ferroviario di Porta Maggiore, il terreno cede, sprofondando in un ipogeo rimasto vuoto e silenzioso per quasi venti secoli. Si spalanca alla luce l’aula di una grande Basilica interamente scavata nella roccia tufacea, dove sembra che una conventicola di iniziati neopitagorici abbia ricoperto le pareti con bianchi stucchi simbolici. Nel punto focale della basilica c’è l’abside, nel cui catino spicca ancora un tragico salto.

Saffo dall’alto di una rupe sta per gettarsi nelle braccia della dea marina Leucotea, scortata dallo sguardo del suo feroce amante, causa del suicidio. Faone è un penoso barcaiolo che solo il crudele capriccio di Afrodite ha potuto trasformare in un giovane di straordinario fascino che accende la scintilla mortale nel cuore della poetessa. Sulla cima della rupe dove sorge il tempio di Apollo, Saffo loda il dio arciere alla luce del sole nascente, mentre sorge una bianca Alba e dedica il suo ultimo salto al dio al quale promette la lira, in cambio dell’immortalità dell’anima o della possibilità di tornare ad incarnarsi in unail Dio Apollo con la lira nuova vita. La poetessa si protende verso Febo Apollo che con la mano benedice la sua azione. Il salto ha luogo nell’isola ionia di Leucade, una terra ad Oriente dove è posta proprio la soglia infera della “Bianca Rupe”, la propaggine dove Ermete accompagna le anime dei Proci. Qui tramanda Strabome, ogni anno in occasione dei sacrifici a Febo Apollo qualcuno è gettato dalla rupe secondo un rituale che prevede che poi la comunità accorra con la barca come per soccorrere vanamente la vittima. Leucadia è anche il nome della pianta che ha causato l’innamoramento scellerato di Saffo ed è un tipo di vegetale che sottende un primordiale rito della fertilità a cui la liturgia praticata dalla setta neopitagorica non é estranea. La Basilica ne conserva il mistero, nonostante sia stata chiusa e abbandonata subito dopo la costruzione, riverberando la struggente poetica di Saffo e dei cenacoli delle fanciulle devote ad Afrodite. E nella brezza marina di questo antico ricordo spicca il nome misterioso di una dea marina. Leucotea dalle profondità delle acque marine approda nel Foro Boario ed è soccorsa da Ercole.
Si sa che le donne romane sono devote a una dea che chiamano “Bona”, il cui nome però deve rimanere segreto e che i Greci per non nominarla chiamano questa stessa divinità, la dea “delle donne”. I romani pensano sia una ninfa, Driade andata in sposa a Fauno, ma i Greci sostengono che il suo nome innominabile designi una delle madri di Dioniso. Di sicuro le romane celebrano dei riti nell’odierna Trastevere, coprendo i tendaggi con tralci penduli di vite, mentre i serpenti si agitano liberamente sul pavimento del suo tempio in segno di guarigione. La Flaminica Dialis assistita dalle sole vergini Vestali, uniche donne romane che possiedono il coltello sacrificale, si riuniscono in una cerimonia segreta per celebrarne il rito nelle case private. Si sa anche che un grave scandalo scosse la vita familiare di Cesare, proprio per via di questa dea dal nome Vestali romani protettrici de sacro fuocomisterioso. Il presunto amante della moglie del condottiero, il curioso Publio Clodio si travestì da donna, rischiando perfino la morte pur di assistere ai riti esclusivi delle matrone, ma fu miseramente scoperto e denunciato con grande clamore. (Plutarco* vita i Cesare) L’evidente profanazione vuole che siano solo le donne che possono conoscere il nome segreto della Dea, il cui appellativo a distanza di secoli rimane oscuro. Tuttavia, nel campo dell’ipotesi, esiste un indizio che fa della moglie di Giove una possibile pista per svelarne almeno i connotati. Giunone, in etrusco è chiamata infatti Uni, un nome che la identifica con la Giunone Regina protettrice di Veio, trasportata a Roma dopo la conquista della città estrusca. Uni-Ino é la dea del sacro pavone, accolta sull'Aventino dove é venerata con l'appellativo di Regina, al fianco di altre divinità femminili, fra cui la dea dell'Aurora, chiamata Ino-Leucotea che con Uni s’identifica e presiede le Vestalia celebrate nel mese di giugno. Ino-Uni-Leucotea è una fanciulla che appartiene all’infelice genealogia tebana discendente di Cadmo ed è perciò la sorella della principessa tebana Semele, sciagurata madre di Dioniso, folgorata da Zeus, subito dopo il concepimento del dio. Ma neppure Ino scampa naturalmente al tragico destino familiare. Animata da sollecito spirito materno, aiuta sua sorella a nascondere il piccolo Dioniso, persuadendo il proprio marito ad allevare il nipote, insieme ai loro stessi bambini, ma Era indispettita la punisce, facendola impazzire fino a spingerla ad uccidere i propri figli, portandola poi al suicidio. La fanciulla, accogliendo Dioniso ha aperto con le proprie azioni al ribaltamento delle norme civiche, sovvertendo gli stessi valori umani. L’infelice madre, per forza di cose, assume le sembianze della “sacrificatrice”che dilania i propri figli, trasgredendo e violando l’essenza stessa del suo essere donna, custode amorevole della vita e pertanto uccide se stessa. La povera Ino si sfracella così da un monte, sul quale però è già in voga una terribile consuetudine, praticata dal brigante Scirone, un losco figuro appostato sulla rupe appositamente per precipitare i viandanti in mare, in onore della Dea Luna Atena/Ino.(*Graves) Nel suo peregrinare in queste continue metamorfosi, Ino dopo il salto dalla rupe è trasformata, per intercessione di Afrodite, in una dea marina e posta così a guardia degli abissi poseidonici con il nome di Leucotea. Leucotea emerge dal mare come una bianca polena, proteggendo i naviganti. Nell'aspetto simile ad un gabbiano soccorre Odisseo, posandosi sulla sua zattera per recare nel becco un velo fatato di salvezza che evitare il naufragio dell’eroe. Ino-Leucotea è la Dea Bianca, la dea della prima luce, del cielo appena velato e delle dita ancora impastate del riflesso del sole nascente. In tale forma, Leucotea approda aTempio di Ercole nel Foro Boario Roma, nel Foro Boario dove è riconosciuta da un drappello di menadi invasate che vuole linciarla, ma messa proditoriamente in salvo da Ercole, (*Ovidio) il quale l’affida alla protezione di Carmenta, letterata madre di Evandro. Leucotea infoltisce quel vasto corteo di pallide fanciulle, dal volto chiarissimo e splendente come la Luna, ma tremende, afflitte, fatalmente misteriose, amanti tragiche, bellezze condannate ad imprese tanto infami, quanto titaniche. Un volto chiaro e largo sul quale si spalancano occhi atterriti segnati dalle ombre inquiete della notte che recano spesso l’espressione arcigna della sciagura, ciò che forse cela l’identità più profonda di questa grande Dea arcaica declassata e costretta a nascondere il suo nome, dissimulandolo nel destino di fanciulle in carne ed ossa, che condividono la sorte di reggere il cosmo: penose triadi che filano, amanti rapite da possenti tori e per sempre scomparse, eroine mutata in fisse costellazioni del cielo. Schegge impazzite di un’identità decadente che si aggirano nel Foro Boario, fronteggiando quel che rimane dell’era ginecocratica ricacciata dalla soglia della storia e accusata. Leucotea, Dea Bianca travolta e spodestata dall’espansione di Dioniso, è la vittima su cui si abbattono le temibili Menadi che accompagnano il dio, invasate dalla sua ebbrezza vitalistica, suggellando il decadimento del mondo delle amazzoni, vinte dal dio fertile e fallocrate. Ma Leucotea è anche l’infelice fanciulla sulle cui spalle grava ancora il peso della decadenza del potere generativo, ormai in forza poseidonica, che sostiene con l’irriducibilità della forza femminile la norma demetrica. Soggiace dunque alla forza maschia dell’Oceano, fra spugne ondose, per rallentare il corso della sua eclissi e tenta di fermare il tempo, uccidendo i propri figli, sacrificandoli alla ruota delle generazioni affinché il ciclo eternamente ritorni. Leucotea a Roma si aggira per il Foro Boario, ma smarrisce il suo antico connotato, perdendo perfino il nome, muta suicida, persa nella molteplicità della metamorfosi dove infine perviene come Mater Matuta, dea del mattino e dell'Aurora che officia proprio nel Foro Boario il culto, a poca distanza dall’acqua, nei pressi del Porto fluviale, luogo dove a nuoto approda Ercole, il fondatore del Diritto (* nell’attuale area di Santo Homo Bono) Mater Matuta è la stella del mattino che reca la salvezza La dea Cibeleal navigante in pericolo, un ricordo labile che l’accosta a quando ancora vestita da dea marina, Leucotea si sollevava dalle onde per sottrarre Odisseo al vortice impetuoso del fortunale scatenato da Poseidone, sorgendo dalla spuma come una Venere, improvvisa potenza luminosa nella notte di tempesta. La Terra mortale governa i cicli eterni delle nascite,fronteggia in tal modo Poseidone, la marea devastante e brutale, soprattutto
imprevedibile come il fortunale. La dea dai molti nomi, Ino-Uni-Leucotea-Mater Matuta, presiede le Vestalia che si aprono ogni anno con la sua festa, le Matrialia di giugno e prepara il terreno ad un’altra antica Venere, la dea frigia Cibele, potenza che non trascende la Terra, ma l’eleva al di sopra del Cielo dal quale proviene sotto forma di “pietra nera”. Roma accoglie con ansia liberatoria la nuova autorità materna, collocando il suo simulacro, la pietra nera, in un tempio edificato nell’area sacra del Palatino, nel nucleo originario di Evandro, da dove sono partiti i rituali sulla fertilità della terra che hanno avuto il fulcro nelle fenditure del colle, in nicchie e gallerie della terra, il cui simbolismo rimanda propriamente alla cavità genitale femminile. La seconda guerra punica e le campagne di Annibale, profetizzate da "un’improvvisa superstizione”che invade la Città dopo l’esame di un carme nei libri Sibillini, spingono il Senato a fronteggiare la crisi bellica con l’arrivo della madre trasportata a Roma da Pessinunte e venerata come Magna Mater. (*TitoLivio XXIX, 10) Cibele veste i panni frigi di un’austera signora con il capo cinto da una corona turrita (*immagine delll’Italia). E’ una sovrana dallo sguardo accigliato e ieraticamente arcaico, dal volto squadrato ed androgino, che non ha bisogno di molti nomi. S’intuisce che è la dea per eccellenza, colei che, originando l’intero universo, ha sottomesso perfino il Cielo suo padre alla sua legge ed ha asservito il suo paredro mitico, il semidivino Attis, il quale dopo la terribile evirazione che egli stesso s’impone, muore dissanguato sotto un albero di pino. La Signora è la più antica delle Veneri, la madre primordiale di tutti gli dei, la più potente e terribile perché riunisce la potenza e la temibilità di tutte le fanciulle decadute e straziate che le si riferiscono. Non a caso precipita dal cielo sotto forma di materia calda come la lava, “pietra nera”, frammento cosmico fulminante. Siede composta e possente sul trono,La Dea Giunone come una Signora che sa di presiedere a un terribile culto, la bocca accenna appena ad una smorfia, causata dallo sforzo immane verso il quale si sente obbligata e per la visione di una spettacolare e cruenta processione che annualmente le ricorda l’evirazione dell’amato Attis, da lei trasformato in albero sacro. Ogni anno il sacrificio del fanciullo si ripete in una festa funebre, nella quale Attis fa la sua “riapparizione” come suo servitore, guidando il carro divino, mentre i suoi sacerdoti ripetono il gesto dell’automutilazione, asportandosi il fallo, e assumendo ancora grondanti di sangue, sembianze femminine. Nel Dies Sanguinis si taglia un albero di pino e lo si decora con ciuffi di lana e viole, ponendovi sopra l’effige di un fanciullo, che in quel momento è lo spirito della vegetazione. Dal trono la sovrana rimane fissa, impassibilmente a guardia della ripetizione dei cicli cosmici, ben sapendo che la foglia non può generare da sola la foglia, ma necessita del tronco. La Terra mortale precipitata dal Cielo, sotto forma di lava incandescente, diviene“pietra nera” e grezza per generare un tipo di furore virile che modella i cicli eterni delle nascite, fronteggiando la marea devastante e brutale del caos persecutorio. La fanciulla dai molti nomi, Ino-Uni-Leucotea-Mater Matuta, Cibele è una Mater Magna a cui si riconosce la forza della materia e la perennità della Città. Una donna siede sul Palatino, il colle dei pastori di Evandro e della grotta di Caco. In riferimento alle origini troiane, appunto frigie, dei fondatori, i patres che vantano una discendenza dalla mitica città di Venere, in primo luogo la gens Giulia, la onorano come divinità della stirpe, opponendo il suo culto pastorale a quello contadino di Cerere, fanciulla dalle messi di spighe bionde bagnate dal Sole.

(* restauratrice)

Italian English French German Spanish
L'Associazione "I Viaggi Nella Storia", che ha come scopo quello di sviluppare e diffondere la cultura dei viaggi intesi come arricchimento culturale, sociale e storico, anche un importante veicolo per la diffusione, attraverso le nostre rubriche, della cultura storica, delle tradizioni culturali, dell'archeologia, degli eventi storici,delle curiosit e dei misteri storici, degli approfondimenti storici, delle leggende e dei miti, dei ricordi di famiglia, delle recensione di libri, dei quaderni storici e dei quaderni archeologici, delle mostre e degli eventi, dei reportage di storia antica e moderna, dei dossier e delle ricerche storiche.