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Luigi Cadorna: "Quel soldato deve vivere"

Grande Guerra, Italiani in trinceaSegnalatami da un amico calabrese, il dott. Giovanni Quaranta, ho letto con commozione questa pagina di storia che espone le vicende belliche di 3 fratelli della famiglia Pasquale durante la Grande Guerra. Anche altri componenti della mia famiglia hanno combattuto con onore in questa ed in altre guerre. Essendo e sentendomi un discendente di questi eroi, sono particolarmente lieto di pubblicare nella rubrica "Ricordi di famiglia" questa narrazione a cura di Mario Saccà, al quale va la mia gratitudine. - Marcello Libero Ferdinando Pasquale

 Nella letteratura sulla Grande Guerra sono pochi i giudizi favorevoli al generalissimo Luigi Cadorna, individuato, non sempre con obiettivita', come unico responsabile degli errori di conduzione del conflitto e di altri aspetti ad esso collegati ( decimazioni, sostituzione di generali poco graditi, inutili massacri). Non intendo riprendere gli argomenti contrastanti nè approfondire le questioni militari e politiche di quegli anni tragici per aggiungere una goccia al mare di pubblicazioni esistenti. Rileggendo i libri scritti dal Comandante in capo del nostro Esercito mi sono formato un'opinione che non trascura i lati positivi, anche umanitari, del suo carattere messi in luce nelle molte pagine delle sue opere dedicate al ruolo ricoperto dall'inizio del conflitto fino a Caporetto.

Fondamentale per la migliore comprensione di chi fu Luigi Cadorna è la lettura della prefazione al volume "Lettere familiari" scritta dal figlio Raffaele, generale di brigata, che comando' militarmente il corpo volontari della liberta' durante la II GM, in accordo con gli eserciti statunitense e britannico. L'operato del generalissimo, si legge, fu " largamente influenzato dal clima di contrasto politico nel quale si volse la guerra: contrasto fra partigiani ed avversari della guerra, a tutt'oggi non ancora spento. E poiche' mio padre fu assunto ad esponente dell'intervento e dell'intransigente volonta' di vittoria, è ovvio che gli eredi del neutralismo, fossero essi giolittiani, cattolici o socialisti, che la guerra subirono od in qualche modo ed in varia misura avversarono, siano poco disposti a lusinghieri riconoscimenti, anche se questi rientrano nella pura verita' storica ".

L'analisi di questo scenario merita ampia discussione ed in parte Raffaele la conduce con molte citazioni, che comprendono quelle dello storico De Felice, di altre fonti italiane e straniere, per riequlibrare i pronunciamenti sul generalissimo.

E' un tema ancora attuale che suscita molte attenzioni. Nel corso delle mie ricerche sulle decimazioni ho avuto un grande moto di sdegno per il modo in cui furono imposte, senza tenere conto delle condizioni ambientali ed umane nella quale si trovarono le vittime. Alcune sentenze dei tribunali di guerra confermano questi aspetti contraddicendo le decisioni degli alti comandi militari.

Ma è lecito porre l'interrogativo su quale sia il modo giusto per dirigere un conflitto tanto vasto da parte dei comandanti del nostro e degli altri eserciti in anni durante i quali la transizione tecnologica fra Ottocento e Novecento impose armi nuove usate con vecchie mentalita' e tattiche militari superate ma che costituivano la parte preponderante della formazione di gran parte dei nostri generali, comprendendo anche Cadorna fra essi.

Sintomatico, per esempio, fu il contrasto con il colonnello Dohuet strenuo difensore dell'uso dell'arma aerea nella guerra. Ma era una fase in cui, malgrado i futuristi, l'argomento non veniva digerito dai comandi che preferivano lanciare all'assalto i fanti contro le tragiche barriere dei reticolati. Ma questa diverrebbe una discussione tecnica che esula dalle finalita' che mi sono prefisso di raccontare, un episodio nel quale il Generale Luigi Cadorna appare nella piu' umana dimensione di un uomo non indifferente al dramma familiare di chi aveva subito il dolore di perdere piu' figli in combattimento.Qui si incontrano la sua cattolicita' e il forte senso dello Stato autonomamente laico ma non tanto da disconoscere il sacrificio di chi aveva compiuto il proprio dovere "usque ad sanguinem" lasciando i congiunti nello strazio piu' assoluto.

La Giovine Calabria, quindicinale della democrazia calabrese durante la Grande Guerra, pubblico' un articolo con titolo " UNA FAMIGLIA DI EROI CATANZARESI " nel quale si raccontava una storia che anticipa, sia pure in modi diversi, quella del soldato Ryan.

" Sono morti sul campo di battaglia per la grandezza della Patria, come due eroi di Platea o di Maratona, Vincenzo ed Amodeo Pasquale, due fratelli, nati qui in Catanzaro e qui cresciuti nell' infanzia dal padre loro, un altro calabrese che per tanti anni fu capitano medico nel nostro Ospedale Militare. Uno ha avuto la medaglia d'oro al valore, l'altro la medaglia d'argento e leggendo il motivo delle due ricompense all'indomito coraggio ci pare di vedere i due eroi virgiliani Eurialo e Niso contro i Rutuli.

Amedeo Pasquale tre o quattro volte conduce all'assalto i suoi soldati fedeli e prodi, finche'conquista il trincerone, ne fuga i difensori e vi pianta le sue mitragliatrici che li fulminano.

La ferita che gli sanguina non lo turba, egli incita i suoi soldati a resistere ad un ritorno offensivo degli austriaci, redire non est necesse, come il tribuno romano, cade ma si sorregge ancora per tenere ferma la vittoria, quando una nuova palla gli spegne per sempre i battiti del nobile cuore.

Par di vedere la statua di Eurialo , immortalato nei versi del sublime cantore Enea: " volvitur Eurialus leto, pulcrosque per ortus it cruor, inque homeros cervix collapse recumbit, purpureus veluti cum flos succisusaratro languescit moriens"

E l'altro fratello Vincenzo muore sul Rombon con una palla in fronte, mentre il terzo fratello, Giuseppe, combatte sul Carso, viene fatto prigioniero, ma riesce coi suoi soldati a rientrare di notte fra mille pericoli nella fila del suo Reggimento.

Tre fratelli che han dato alla Patria il sangue loro, sono tre colonne su cui sorge e alita fulgida la fiamma purissima dell'amore di Patria.

Ben a ragione il Comandante Supremo, S. E. Cadorna, chiamava a se il superstite fratello Giuseppe e abbracciandolo amorevolmente gli disse " vada a fare compagnia alla degna sua mamma, alla quale tanto dobbiamo".

I fratelli Pasquale respirarono in questa Calabria le aure vitali e pare che da queste selve calabresi essi respirarono le fiere energie della razza.

All'aprirsi della guerra essi lasciano la vedova madre, disertano l' universita' e il Foro e partono per compiere il loro sacro dovere pieni di fervore entusiasta e di fede incrollabile.

Sono sempre tra i primi al fuoco , pare che sentano la volutta' del pericolo, nel turbinio della battaglia i tre fratelli Pasquale avanzarono; essi dalle balze del Trentino sono passati alle doline del Carso e poi ritornarono sul Pasubio e poi, di nuovo, sul Carso: ovunque è accanita la lotta vi sono i tre fratelli Pasquale".

Ecco l' altro Cadorna, quello che riconosceva il valore contenuto nei gesti, anche estremi,dimostrativi dell'attaccamento al dovere che nella concezione del generale costituiva l' elemento dominante della vita militare.

Chi furono i tre fratelli Pasquale?

L' albo d'oro dei caduti della Calabria riporta solo le indicazioni di Pasquale Amedeo Sebastiano di Ferdinando, decorato con medaglia d'argento al v.m., sottotenente medico nell' 89 ° RF ( brigata Salerno) nato a Catanzaro il 21 Luglio 1891, morto il 10 Ottobre 1916 sul Carso per ferite riportate in combattimento.

Il libro del Nastro Azzurro non contiene altre notizie, segno che nel momento della raccolta dei dati i familiari dei fratelli Pasquale non erano piu' rintracciabili.

Fonte: http://www.cimeetrincee.it/cadorna.htm

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