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Dall'Afghanistan alla Georgia passando per l’Iraq, anatomia segreta di guerre e corsa al petrolio

Petrolio e conflittiDi Stefano Schiavi
Premessa (ndr). Questo articolo scritto e pubblicato su riviste specializzate da Stefano Schiavi, Presidente dell’Associazione I viaggi nella storia e giornalista professionista (già capo redattore centrale con funzioni da Direttore responsabile di uno dei più antichi e prestigiosi quotidiani italiani: Il Giornale d’Italia) esperto di politica estera e di Intelligence oltre che di Storia, risulta, ovviamente, essere datato. Quasi tutti gli attori principali di questo scritto sono ormai deceduti (nessuno in modo naturale), ma questo sta a dimostrare come le logiche politico-economiche fanno sì che la “storia nascosta” sia in realtà quella che scrive realmente il palinsesto della “storia ufficiale” che mai collima con gli accadimenti reali e principali. Buona lettura.

Dall’ Afghanistan alla Georgia, passando per l’Iraq, tutto ruota attorno al possesso o allo sfruttamento delle risorse petrolifere. Non è certo una novità. Da che esiste l’umanità raziocinante le guerre si sono combattute quasi esclusivamente per fini economici e non certo “spirituali” o “ideali”. Nemmeno le crociate lo furono.Pipeline o Oleodotto Del resto non è un caso se analisti, politologi, economisti e sociologi, giornalisti e politici, spesso in contrasto tra loro, stavolta concordano. E’ un coro che si leva alto: il Terzo Millennio ha avuto inizio quel maledetto 11 settembre. Eppure in questo bailamme di dichiarazioni, dietrologie, complottismi, bombardamenti indiscriminati, tripudi di tecnologie più o meno “intelligenti” qualcosa che non convince c’è, c’era e rimane. Qualcosa che distorce la verità. Una verità che si cela agli occhi dell’opinione pubblica. Una storia vecchia quanto il mondo in fondo. La storia del nuovo mondo, la storia di questo millennio, che sta scivolando nuovamente verso una guerra fredda (anche se per ora la considero tiepida), per noi che abbiamo il “vizio” di andare al di là delle apparenze e delle logiche analisi storico-politiche, non comincia l’11 settembre 2001, ma ha inizio ben prima. Affonda le radici nel decennio a cavallo tra il XX ed il XXI secolo. Ma andiamo per ordine partendo da una data fondamentale per questa ennesima guerra, stavolta nel Caucaso.

Una data importante
Saddam Hussein appena prima dellesecuzionePartiamo dalla guerra e dalla defenestrazione, con impiccagione annessa, di Saddam Hussein, il raìs iracheno, vera e propria creazione di quella Cia che amava definire l’ascesa al potere del partito Baath, strumento di potere di Saddam, “il nostro colpo di stato preferito”.
Luglio 2001, un caldo torrido attanaglia Berlino che dopo 50 anni era tornata ad essere la capitale di una Germania finalmente unita. E’ in questa città, avvolta voluttuosamente dalle spire della modernità e dalle avanguardie cultural-archittettoniche, che i funzionari del Dipartimento di Stato americano rivelano agli alleati europei (e non solo) i piani di guerra della Casa Bianca in caso di attacco all’Afghanistan dei terribili e temibili talebani. Siamo ancora lontani dagli attentati di New York e di Washington eppure la Nuova amministrazione americana (e probabilmente anche la vecchia, quella democratica) ha già stabilito tutto. Sa già che scatenerà una nuova guerra e che non sarà come nel Golfo Persico. Questa volta nessun raìs sarà lasciato sul trono. Washington ha già un nemico ben definito da combattere, lo ha già nel mirino. Lo sa Washington, lo sanno le capitali dei Paesi alleati: non lo sa l’opinione pubblica. E nemmeno lo sospetta. Sarà forse per questo che immediatamente dopo gli attacchi alle Twin Tower e al Pentagono, tutti hanno istintivamente rivolto lo sguardo corrucciato verso Baghdad, pensando alla vendetta terroristica di Saddam Hussein. Il giorno del definitivo regolamento dei conti con la famiglia Bush era dunque arrivato?
Ma, sorpresa delle sorprese, sono bastate poche ore e decine di veline incrociate tra Cia ed Fbi per annunciare al mondo che l’uomo da combattere, il regime da contrastare, almeno per quel momento, non era il raìs iracheno ma che bisognava guardare oltre: verso le montagne afgane. Saddam non c’entrava nulla. Almeno per quel momento. Il suo turno sarebbe arrivato qualche anno dopo. Inesorabilmente.

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