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Litvinenko, tra agenti doppio e triplogiochisti l’ombra del Cremlino e della Cecenia

Litvinenko, a destra nella fotodi Stefano Schiavi
Da sempre la storia del mondo ha due versioni, quella ufficiale che si può trovare anche sui libri di storia e quella più reale ma nascosta. Fin dalla comparsa dell’umanità sulla Terra, l’uomo ha utilizzato la sua mente per operare sotterfugi, ingannare il suo prossimo, acquisire informazioni o effettuare disinformazione e sabotaggio.

E’ la storia dello spionaggio, al vera storia, quella nascosta ai più, regno e dominio di pochi “eletti”, di quelle elité politico-economico-militari che decidono i destini di nazioni in riunioni non certo ufficiali. Non si tratta di teorie complottiste ma della semplice realtà di come va il mondo da millenni.

E da millenni esistono uomini, isospettabili, che operano affinché tutto ciò che viene deciso in riunioni “segrete” dalle alte sfere: sono gli agenti dell’Intelligence, quelle che comunemente vengono definite spie. E le spie, per definizione, sono uomini che agiscono nell’ombra, nel silenzio ma a voltesi rendono protagonisti di azioni “riprovevoli” nei confronti del proprio Paese. Sono i famosi agenti doppiogiochisti cioè coloro che all’apparenza lavorano per il proprio Paese mentre nella realtà passano informazioni al nemico, un traditore sostanzialmente. Ma esistono anche gli agenti tripli che non tradiscono solo il solo Paese ma anche il nemico a cui vendono informazioni passandole ed operando, nella realtà, per un Paese terzo.

Tutto ciò va avanti da millenni e proseguirà fin quando esisterà l’umanità perché, in fondo, il tradimento e il sotterfugio è insito nell’uomo, nella sua essenza.

 

Agenti doppi, tripli e avvelenamenti

Manifesto di propagandaL’epoca in cui maggiore fu l’utilizzo dell’intelligence e del spie è stato, indubbiamente, la guerra fredda, quel periodo che va dal 1946 al 1989 anno in cui i servizi di intelligence di ambo i blocchi, quello sovietico e quello occidentale decisero, con il crollo del Muro di Berlino e della Cortina di Ferro, che lo scontro tra Socialismo reale e capitalismo aveva fatto il suo tempo. Fu un periodo di operazioni, tradimenti, azioni, omicidi, fughe, doppi e tripli giochi che hanno poi alimentato un filone letterario meglio conosciuto come spy stories. Anzi, spesso, attraverso i libri di spy stories gli addetti ai lavori (cioè le agenzie di intelligence come al Cia, il Kgb, il Mossad, lo Sdece, l’MI5 ed MI6, la Stasi, solo per citare i più noti) si scambiavano messaggi in codice o anticipavano quanto sarebbe accaduto nel tempo.

In un mondo di spie, barbe finte, 007, doppi e triplogiochisti, degne di un romanzo di Ken Follet o Frederick Forsyth, non appare per nulla strano se dalle carte delle indagini sulla morte di Alexander Litvinienko risulti, chiaramente, il suo essere un “triplo”.

Un rapporto mantenuto in essere fino al 2006 anno in cui l’ex colonnello del Kgb, del britannico MI6 e del servizio segreto spagnolo, venne eliminato con una dose letale di polonio (un materiale altamente radioattivo utilizzato anche per costruire bombe atomiche, anche “tascabili”).

Secondo le indiscrezioni (?, ma i nessuna indiscrezione è realmente tale specie se si tratta di Intelligence) diffuse dal canale Sky News, Litvinenko veniva lautamente pagato da britannici e spagnoli, con denaro che finiva su un conto cointestato con la moglie, per avere informazioni sulle attività dei russi (ex sovietici) in Europa ma anche sul loro modo di operare degli agenti del neo Fsb (ex Kgb) con il nuovo corso “democratico” instaurato prima da Eltsin e poi da Putin (ex “antenna” del KGB a Berlino est, insomma una spia con forti entrature alla Lubianka tanto da portarlo al potere nella nuova Russia) e, soprattutto, dei legami che tengono uniti il potere politico, economico e quello criminale. Poteri che in Russia sembrano essere decisamente e strettamente interconnessi tra loro.

Allo stesso tempo Litvinenko forniva informazioni al Circus (come viene comunemente chiamata la sede dell’Intelligence di Sua Maestà Britannia) riguardanti la folta comunità russa giunta in Gran Bretagna dopo il crollo del comunismo che annovererà, sicuramente, un gran numero di agenti “dormienti” con il compito di infiltrarsi nella società inglese per poi attivarsi.

L’ombra del Cremlino      

I personaggi coinvolti nella morte dell’ex agente russo sembrano non lasciare dubbi sulla provenienza della condanna a morte e sulla sua esecuzione. L’ombra mortifera del Cremlino che nel suo nuovo corso democratico sembra non aver dimenticato modi e metodi per eliminare i propri avversari, specie se considerati traditori, si allunga inesorabilmente sulla fine di Litvinienko.

Secondo Scotland Yard, evidentemente “guidata” dall’MI6, ci sarebbero due personaggi anch’essi russi di cui Londra ha richiesto l’estradizione: Andrei Lugovoy e Dimitry Kovtun.

Ma anche qui siamo nel campo dell’intrigo puro perché sembra, anzi è dato per certo, che uno dei due presunti assassini, Lugovoy, fosse un agente doppio che, tra un omicidio e l’altro al servizio di Mosca, passava notizie sulla mafia russa e le sue connessioni moscovite.  

Un doppio conto un triplo, della serie “pecunia non olet”. E se il Cremlino, ormai non più in guerra con l’occidente, decise di “intervenire” vuol dire che l’azione di Litvinenko nei confronti di Mosca era divenuta pericolosa.

Quel che appare strano è la facilità con cui il “triplo” è stato eliminato. La domanda, come si dice spesso, sorge spontanea: perché Londra non ha protetto adeguatamente l’ex agente russo che in quei giorni era in febbrile attività con i suoi contatti dell’MI6 e nello specifico con l’agente “Martin”?

Appare evidente che la condanna a morte di Litvinenko è stata comminata per fermare emorragie di informazioni e per evitare imbarazzanti “figure” con l’occidente, perché allora Londra non ha fatto nulla difendere alla sua preziosa fonte e per sottrarla al suo destino? Forse era divenuta scomoda anche per Londra? Forse rientrava in una trattativa segreta degna d’altri tempi? Ragion di Stato? Pedina sacrificabile in una trattativa di scambio tra agenti catturati? Difficile dirlo, possibile immaginarlo anche se ogni interpretazione, in questo campo, appare lecita.

Tant’è che le dichiarazioni susseguite alla morte dell’ex colonnello lasciano pensare più ad azioni di “disinformazja” piuttosto che la reale volontà di capire dinamiche, mandanti ed esecutori.

L’unica cosa certa è che Litvinienko è morto dopo tre settimane di agonia. Lo scenario di contorno era il solito tra accuse di avvelenamento rivolte al Cremlino e illazioni dei servizi segreti di Mosca arrivati a dire che era tutta una simulazione per danneggiare Putin.

Tutto chiaro, invece, per un altro ex agente sovietico passato all’occidente, Oleg Gordievsky: “…è tutto molto chiaro, si tratta dell'assassinio di un eroe della Russia e della Gran Bretagna, un esule diventato cittadino britannico ucciso sul suolo inglese da un servizio segreto brutale e corrotto”. Insomma Mosca è la colpevole. Certo, Gordievsky conosce sicuramente bene i metodi dei suoi ex compatrioti, su questo non v’è dubbio. Dall'Svr, il servizio segreto russo per le operazioni
all'estero, risposero che “Litvinenko non conta niente per noi, certo non era il bersaglio per il quale rovinare le relazioni con Londra”.

Di certo c’è solo che chi commise l’omicidio non era un sicario improvvisato ma uno che conosceva bene il suo mestiere, talmente bene da mettere in seri difficoltà i medici britannici che per giorni brancolarono letteralmente nel buio prima di fare una diagnosi certa tanto che cambiarono versione sulla sostanza tossica per avvelenare Litvinienko per ben tre volte.

Chi era Alexander Litvinenko

Esule dal 2000 e cittadino britannico dall’ottobre 2006, l’ex colonnello del Kgb
aveva pensato immediatamente all’avvelenamento e alla vendetta del Cremlino che lo considerava un traditore dopo che nel 1999 aveva denunciato la corruzione e le trame atte a giustificare la guerra
in Cecenia voluta e scatenata dell'Fsb, il nuovo Kgb. Eppure nessuno sembrò dargli retta.

Membro del “Nono Direttorato” che si occupa della protezione dei personaggi pubblici russi, entrò in contatto con l'oligarca Boris Berezovskij, che, intimo amico di Boris Eltsin, fu mandato dall’allora presidente russo a negoziare con i guerriglieri ceceni. Con l'avvento di Vladimir Putin (ex capo del Kgb a Berlino est) Berezovskij cadde in disgrazia e decise di fuggire a Londra, portandosi dietro molti amici, tra cui Litvinenko.
Lugovoy, amico di Litvinienko, rimase invece a Mosca ma venne arrestato probabilmente per la su vicinanza al ex mediatore eltsiniano. Generalmente gli arresti effettuati dagli agenti della Lubianka rappresentalo l’anticamera della sparizione. Invece Lugovoy ricomparve sulla scena pubblica e ricomparve come un ricco uomo d’affari. Fu proprio lui a chiamare Sasha (Litvinenko) il 1˚ novembre del 2006 dandogli appuntamento al bar del Millennium Hotel
di Grosvenor Square. Albergo per ultra ricchi situato in una posizione alquanto particolare per delel ex spie, l'ambasciata- fortezza degli Stati Uniti su un lato e quelle italiana e canadese sull'altro. Un luogo decisamente ben protetto e, soprattutto, controllato da sistemi di videosorveglianza.

L’ex agente-uomo d’affari si presentò in compagnia con un uomo sconosciuto a Sasha presentatosi come Vladimir e che potrebbe essere l’autore dell’avvelenamento.

Singolare la coincidenza anche dell’incontro avuto in mattinata con il faccendiere (?) italiano Scaramella il quale gli avrebbe consegnato importanti documenti contenenti i nomi degli assassini della giornalista Anna Politkovskaya (per il cui omicidio è stato condannato pochi giorni fa, ad 11 anni di reclusione, un ex agente di polizia), assassinata per le denunce che faceva quotidianamente dalle pagine del giornale per cui scriveva sulla guerra in Cecenia. La notizia venne diffusa da un amico di Litvinenko che lo aveva accompagnato a casa nella serata dell’avvelenamento, tale Ahmed Zakayev, ex dirigente ceceno entrato nella corte londinese di Berezovskij. Insomma, più che sulle informazioni riguardanti la rete spionistica russa in Gran Bretagna, la morte dell’ex colonnello del Kgb ruoti intorno alla sola questione cecena. Politica? Intrecci criminali? Sicurezza nazionale? Azione di una frangia deviata dell’Fsb? Una cosa è certa, in Russia non si muove foglia che il Cremlino non voglia

 

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