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Petra e i Nabatei, tra mito leggenda e splendida realtà

di Federico Gentile *
Petra lingresso alla cittàChi non ricorda il mitico film di Indiana Jones in cui il leggendario archeologo corre a perdifiato nella gola che improvvisamente si apre sui rossi palazzi di Petra? Credo che siano pochi al mondo a non ricordarlo. Petra, una sorta di miraggio nel deserto giordano dove meraviglia e storia si confondono, si attraversano e si compenetrano. Petra, il sogno di molti, un miraggio che diventa spesso realtà nei viaggi turistici. Non è certo quella Petra che a noi interessa ma vogliamo invece accendere una fiammella che illumini almeno un poco quello che ha rappresentato questa città ed il regno dei Nabatei, la civiltà che la costruì e siamo certi che ci riusciremo perché proprio questo lo scopo de “I viaggi nella storia”: cercare di sollevare quel velo che tutto ricopre…. Che il viaggio, che per la complessità e la completezza del lavoro, sarà pubblicato in più puntate, abbia inizio. Buona lettura.

Situata nel sud-ovest della Giordania a circa 250 km da Amman, Petra si colloca a metà strada tra il Mar Rosso e il Mar Morto nella regione montagnosa della Shera, una catena montagnosa che delimita ad est la vallata del WadiAlBeidaricostruzione abitato neolitico Araba, la grande valle di origine fluviale estesa dal Mar Morto fino al Golfo di Aqaba e che altro non è se non la propaggine settentrionale della Rift Valley africana. Il più antico nome di questa città che ci è pervenuto è Reqem o Raqmu, nome semitico che significa “la variopinta”.

I suoi costruttori, i Nabatei, erano Nomadi di origine semitica, originari della penisola arabica, che seguendo il ritmo millenario dell'espansione degli Arabi verso settentrione, iniziarono dal VI sec. BCE. a migrare gradatamente verso le terre di Edom e di Moab (flusso che si concluse nel IV sec. BCE.). Da confederazione di tribù nomadi diventarono sedentari dando vita ad uno Stato territoriale. Conservarono tuttavia il dominio delle zone desertiche attraversate dalle vie carovaniere che conducevano attraverso lo wādī Sirḥān verso la città di Gerrha sul golfo di Bahrain e attraverso il Ḥiğāz verso lo Yemen. Il controllo delle piste carovaniere che attraversavano i deserti arabici da parte dei Nabatei fu possibile solo in seguito al declino dei Sabei, una popolazione araba preislamica originaria dello Yemen, che dal II millennio detenevano il monopolio del commercio in quelle zone.
Nell’arco di pochi secoli i Nabatei abbandonarono la vita nomade, secondo Diodoro Siculo ancora praticata nel IV sec. BCE, a favore della vita sedentaria e urbanizzata descritta da Strabone nel I sec. BCE, divenendo abilissimi commercianti, contadini, costruttori, ingegneri, architetti ed artisti di grande valore. Avevano elaborato una propria scrittura che traduceva un dialetto semitico aramaico (Nabateo),e ben presto, seguendo gli sviluppi delle vicende storiche della regione, padroneggiarono anche il Greco e il Latino, oltre ai vari dialetti arabici e iranici principali rotte carovaniere della penisola arabicadiffusi nelle lontane regioni con cui commerciavano. Si organizzarono in una solida monarchia che aveva un forte radicamento sul territorio e la stabilità politica  necessaria per l’esercizio del commercio carovaniero dall’Arabia all’Egitto e ai porti della Siria. Secondo le fonti greche, i poteri sul territorio erano delegati a degli στρατεγoι, probabilmente i capi delle varie tribù sparse sul territorio, legate tra loro da antichi vincoli di sangue. Accanto al re, aveva un grande potere il vizir (omologo di un primo ministro), forse a emulazione della corte alessandrina dei Tolomei, a sua volta modellata sugli schemi delle antiche monarchie orientali. Commerciavano prodotti di lusso del mondo antico: incenso e mirra della penisola arabica, perle dal Mar Rosso, spezie dell'India e seta della Cina. Petra era il nodo dei trasporti, che tutte le carovane dovevano superare per continuare il viaggio con i loro preziosi carichi di merci esotiche richiestissime da tutto il mondo antico. La città di Aqabah (città sul Mar Rosso) servì ai Nabatei come porto e dogana per una parte dei commerci, le altre ricche carovane giungevano direttamente a Petra, che fungeva da grande emporio e da hub, da cui le merci venivano successivamente smistate verso la Siria, l’Egitto, la Grecia e l’Italia transitando per il porto mediterraneo di Gaza.  
Dobbiamo la scoperta, o meglio la riscoperta, della città in tempi moderni all’intraprendente esploratore ed orientalista svizzero Johann Ludwig Burckhardt (Losanna, 24 novembre 1784 – Il Cairo, 15 ottbre 1815) noto anche con il nome francese di Jean Louis (da lui preferito) e con quello inglese di John Lewis.                                                                         
Burckhardt che aveva studiato a Lipsia e a Gottinga, si era trasferito all’Università di Cambridge per studiareritratto di Burkhardt Arabo, Astronomia, Chimica e Mineralogia; da sempre animato da curiosità scientifica e da romantico spirito d’avventura, sognava di intraprendere una spedizione geografica per scoprire le sorgenti del fiume Niger.  Fu appunto a Cambridge che sottopose il suo progetto a Sir Joseph Bank della African Association: nel 1809 questi diede finalmente il consenso al finanziamento della spedizione. Il 14 febbraio 1809, a capo della spedizione, Burckhardt salpò per Malta. Sotto le finte spoglie di un mercante arabo con lo pseudonimo Sheikh Ibrahim Ibn Abdallah, si stabilì per qualche tempo ad Aleppo in Siria per organizzare la spedizione, perfezionare la lingua araba e approfondire lo studio del Vicino Oriente. Nel corso del soggiorno siriano si innamorò profondamente della 
cultura araba, approfondì la conoscenza dell'Islam, divenendo grande conoscitore del 
Corano e del diritto islamico, e si convertì egli stesso all’Islam. Nei due anni 
trascorsi in Siria, Burckhardt fece numerosi viaggi di esplorazione visitando Palmira, Damasco e il Libano.  Infine, il 22  agosto 1812, seguendo l’antica rotta carovaniera che collegava la Siria con l’Egitto passando per la Giordania, fece la storica scoperta di Petra. In precedenza Burckhardt aveva sentito gli echi di racconti beduini che parlavano di rovine straordinarie e di una fortezza naturale inespugnabile nei pressi del villaggio di Wadi-Musa. Volle quindi controllare di persona la veridicità di quei racconti. Viaggiando  verso  sud,  seguendo il  lato  est  del  Mar  Morto, notò l'intensificarsi di rovine e di tracce che annunciavano l’approssimarsi di un sito antico di notevole importanza. Scriverà Burckhardt nel suo diario: “Ero particolarmente ansioso di visitare Wadi Musa, la Valle di Mosè, delle cui antichità avevo sentito parlare con grande ammirazione la gente locale". Burckhardt conosceva la cultura beduina e era ben conscio della loro diffidenza. Inoltre, l’impero Ottomano (di cui la regione, ora Giordania, faceva parte) non vedeva sicuramente di buon occhio la presenza in quelle zone di viaggiatori, in particolare occidentali, curiosi di antichità (ritenute comunque "opera degli Infedeli") a causa delle tensioni politiche e religiose dell'epoca. Fu così che Burckhardt ricorse ad un espediente geniale che solo un profondo conoscitore della cultura e delle tradizioni religiose della regione avrebbe potuto architettare: si presentò alla guida beduina che aveva ingaggiato come un pellegrino che intendeva sacrificare una capra al profeta Aronne, la cui tomba si riteneva collocata oltre le rovine, sulla cima del Jebel Haroun.

il Siq con la spettacolare vista del Khasneh Tomba del TesoroGrazie a questo secondo camuffamento Burckhardt potè percorrere il Siq che aveva nascosto Petra al mondo per secoli e attraversò le rovine dell’intera città senza potersi fermare ad ammirare, né documentare con schizzi, le imponenti vestigia della mitica capitale Nabatea che si presentavano alla sua vista. Inoltre, per non insospettire la sua guida beduina, dovette sforzarsi di non farsi cogliere ad ammirare con eccessiva curiosità o stupore le meraviglie che gli scorrevano davanti. Tuttavia, dal primo istante in cui, terminato il Siq, si trovò di fronte alla imponente mole della Tomba del Tesoro, fu certo  che si trattasse delle rovine di Petra; nei suoi diari scrisse “Che io abbia o meno trovato i resti dell'Arabia Petraea lo lascio decidere agli studiosi greci”. La notizia si diffuse entusiasticamente tra gli occidentali residenti in Medio Oriente e in Egitto. Burckhardt la riportò nel suo libro Travels in Syria and the Holy Land, pubblicato postumo cinque anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1823.

Il periodo preistorico
Le prime evidenze di frequentazione della regione sono antichissime e risalgono a circa 200.000 anni fa. Sulle colline circostanti Petra sono state trovate tracce di accampamenti paleolitici e alcuni manufatti in selce databili a 80.000 – 40.000 anni fa.  Inoltre, nelle vicinanze della Piccola Petra o Petra Bianca, in corrispondenza della località di al’Beida, distante 14 km da Petra, tra il 1953 e il 1983 fu portato alla luce un villaggio neolitico risalente a 9.000 anni fa, uno dei più importanti siti neolitici della Giordania. I lavori di scavo hanno portato alla luce una stratificazione su sette livelli a partire dal Mesolitico, con incluse tracce di case, di botteghe e di forni. Gli scavi hanno evidenziato che il primo insediamento, risalente a circa 13.000 anni fa, era inizialmente stagionale. Successivamente, verso il 7000 BCE, fu occupato da un gruppo di agricoltori neolitici stanziali ed incominciò ad essere abitato per tutto l’arco dell’anno.

L'età del Ferro
Per quanto riguarda il periodo storico, a partire dall’età del ferro (1200 BCE – 538 BCE), sulle alture di PetraMacina da mortaio (Umm el-Biyāra) sono stati evidenziati reperti archeologici (iscrizioni rupestri e raffinate ceramiche) riferibili ad una frequentazione edomita durata fino al VI – V secolo BCE. Gli Edomiti parlavano una lingua semitica e costituivano un gruppo a struttura tribale che abitava il deserto del Negev e il Wadi Araba, nel secondo millennio si insediarono anche a sud di Moab (piana di Moab, regno dei Moabiti). La nazione di Edom è nota fino dal IX secolo BCE e la Bibbia (“Così Esaù si stabilì sulle montagne di Seir. Ora Esaù è Edom. Questa è la discendenza di Esaù, padre degli Idumei, nelle montagne di Seir.” Genesi, 36:8-9) la ricorda come insediata già da molti secoli nelle terre che occupava. Sempre nella Bibbia (I Numeri, 20:14-23; I Giudici, 11:17), si ricorda il rifiuto degli Edomiti alla richiesta di Mosè di poter transitare con il popolo di Israele per le loro terre nel corso dell’ Esodo dall’Egitto (collocabile tra il 1270 BCE e il 1240 BCE). La tradizione, per quanto storicamente ed archeologicamente non provata, è stata fissata nella toponomastica del Wadi Musa (torrente di Mosè) che attraversa Petra e nel nome del villaggio (ormai cittadina) non distante da Petra, anch’esso chiamato Wadi Musa, qui con il significato di “Valle di Mosè”. In questa località si sarebbe accampato Mosè con la sua gente prima di proseguire verso Canaan. In seguito, Edom fece parte del regno unito di Israele sotto i re David e Salomone, da circa il 1.000 BCE fino al 933 BCE. Al termine di questo periodo gli edomiti si ribellano, contribuendo alla scissione del regno di Israele nei due regni di Giuda e di Samaria. Secondo quanto si legge negli archivi conservati nella biblioteca di Assurbanipal, durante le incursioni scatenate dall’Impero Neo-Assiro si sarebbe verificato nel 647 BCE (Assurbanipal)  uno scontro, vittorioso per gli Assiri, contro una coalizione di principi Moabiti, Edomiti e Ammoniti. La conseguenza fu l’asservimento della regione a Ninive, la biblica “frusta di Jahvè” (Isaia 10:5- “הֹוי אַשּׁוּר שֵׁבֶט אַפִּי וּמַטֶּה־הוּא בְיָדָם זַעְמִי”che letteralmente vuol dire: “Oh Assiria, verga del mio furore, bastone del mio sdegno”), allora capitale dell’Assiria, fino alla sua caduta nel 612 BCE per mano dei Babilonesi di Nabopolassar, alleato con i Medi. Il dominio caldeo, aggettivo con cui vengono designati i babilonesi di lingua aramaica in questa fase del loro sviluppo, garantì un periodo di relativa tranquillità alla regione. Con la conquista militare del Regno di Giuda e la distruzione del Primo Tempio di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor ha inizio la “cattività babilonese” (586 BCE). Il vuoto di potere che ne consegue consente agli Edomiti di migrare e di occupare i ricchi pascoli prima governati dai Giudei. Le evidenze archeologiche mettono in luce, a partire dall’inizio del VI secolo BCE, una costante riduzione delle attestazioni edomite, mentre nel V secolo BCE si registrano le prime iscrizioni rupestri propriamente nabatee. Risalirebbe infatti al VI secolo l’inizio della migrazione dei nabatei fuori dall’Arabia. Successivamente, nel 539 BCE il sovrano persiano Ciro II conquista Babilonia e gli Ebrei possono ritornare nei loro antichi possedimenti cananei. Risale al 515 BCE il completamento della costruzione del Secondo Tempio gerosolimitano, mentre l’intera regione entra a fare parte dell’immenso Impero Achemenide. E’ in questo periodo, forse anche grazie alle strade e alle rotte commerciali controllate dal Gran Re (titolo dei sovrani persiani), che i Nabatei diventano i mediatori essenziali per l’approvvigionamento di tutti quei beni di lusso che provenivano dalla penisola arabica e dalle rotte commerciali marine che facevano capo ad Aqabah.

Il periodo ellenistico
Mappa degli antichi popoli di CananCon la caduta dell’impero persiano ad opera di Alessandro Magno (331 BCE) inizia la lenta ellenizzazione della regione. Da ricordare che nel 312 BCE Antigono Monoftalmo (uno dei diadochi di Alessandro) fallisce nell’impresa di espugnare Petra. I Tolomei dominano l’area fino all’inizio del III secolo BCE, ma i Nabatei, e quindi Petra, sembrano esserne rimasti indipendenti. Alla fine del III secolo BCE si alleano con i Seleucidi di Antioco III, allora in guerra con i Tolomei, con l’obiettivo di allontanare la minaccia dei Tolomei costringendoli a spostarsi più a sud. Si può tranquillamente affermare che i Nabatei hanno sempre saputo conservare la propria indipendenza ai margini del mondo ellenistico, sia nei confronti dei Tolomei che dei Seleucidi. A partire dal 168 BCE è storicamente attestata una monarchia nabatea con il re Areta. In breve tempo i Nabatei si trovano ad essere in conflitto con il regno ebraico dei Maccabei per il possesso della riva est del Giordano. Obodas I (96 BCE – 85 BCE) è uno dei sovrani nabatei di cui si hanno notizie più dettagliate. Si ricorda il fatto che abbia respinto le mire degli Asmodei (la dinastia che detiene la regalità nel Regno di Giuda dal II secolo BCE fino all’invasione romana) sconfiggendoli sulle alture del Golan e che si sia impadronito per qualche anno dei Regni di Moab e di Galaad a est del Giordano. Respinse inoltre i Seleucidi, sconfiggendo Antioco XII nell’85 BCE, che trovò la morte sul campo di battaglia. Tutti questi successi fecero si che dopo la sua morte il sovrano nabateo venne divinizzato. Quando i Romani iniziarono ad incalzare l’Impero Seleucide, i Nabatei spostarono i propri confini di influenza più a nord fino a Karkemish sull’Eufrate e all’oasi di Palmira. Il figlio di Obodas I, Areta III Filelleno (84-56 BCE), ampliò l’area di influenza nabatea fino a Damasco. All’arrivo delle legioni romane sotto il comando di Pompeo nel 63 BCE riuscì nell’impresa di corrompere i Romani mantenendo, formalmente, la sovranità sui propri territori. Solo con la creazione della Provincia di Siria (64/63 BCE) il regno divenne vassallo di Roma. In seguito, i Nabatei furono ricacciati dal Giordano e dalla piana di Aawrān verso le zone desertiche più meridionali. Qui seppero reagire sviluppando le straordinarie tecniche idrauliche di sfruttamento dell’acqua piovana che, basate su riserve di acqua mediante cisterne, dighe e terrazze di trattenimento, consentirono loro una prosperità agricola senza precedenti nella regione. Nel 41 BCE i Nabatei, sotto la reggenza di Malichus I (60-30 BCE), appoggiarono Quinto Labieno, il generale romano che aveva appoggiato i cesaricidi e che dopo la disfatta di Bruto e Cassio a Filippi si era alleato con i Parti di Pocoro. Oltre che con Labieno si allearono anche con i Parti, che già avevano invaso tutti i possedimenti romani nel Vicino Oriente. Quest’alleanza era mirata a scalzare Erode il Grande, nominato Re di Giudea dai Romani al posto di Antigono l’Asmodeo, pretendente al trono. La reazione di Roma non si fece attendere e nel 39 BCE Labieno fu ucciso, nel 38 BCE Pocoro fu sconfitto in Siria nella battaglia del Monte Gindaro e anche Antigono l’Asmodeo ebbe in sorte lo stesso destino: fu infatti giustiziato nel 37 BCE. Re Malichus I divenne un tributario di Erode e dell’ Impero romano. Anche sotto la reggenza di re Obodas III (30 BCE – 9 BCE) il regno Nabateo continuò ad essere vassallo del Regno di Giuda e di Roma, che nel frattempo si era annessa anche l’Egitto e aveva rafforzato il proprio dominio sull’intera regione. Con Areta IV (9 BCE – 40 CE) Petra raggiunse l’apice del suo splendore e della sua potenza commerciale. I commerci consentirono l’accumulo di un’enorme ricchezza testimoniata dall’elegante impianto urbano che caratterizzò la città in quel periodo. Dalla documentazione archeologica, e soprattutto dalla quantità e dalla raffinatezza delle tombe, emerge l’immagine di una società molto ricca, articolata in una complessa stratificazione sociale. La Petra abitata da rozzi pastori seminomadi e da predoni era ormai diventata uno degli snodi commerciali più importanti del mondo antico. Da sempre federati con la tribù dei Šalamu,  i Nabatei  controllavano le piste carovaniere del deserto che conducevano attraverso la penisola arabica fino allo Yemen. Petra era la “piattaforma girevole” di questo commercio che raggiungeva  il Mediterraneo in corrispondenza dei porti di Gaza e di Rhinocolura (el-Ariš, Sinai), da dove l'incenso, le spezie e altri prodotti di lusso di origine orientale si diffondevano nell'enorme mercato aperto dalla pax romana. Tra la sua popolazione, stimata intorno ai 30.000 abitanti (cifra impressionante per una città nel deserto in quei tempi), vi sono ora anche numerosi scribi, coinvolti principalmente nella registrazione delle carovane in arrivo, delle loro merci e nella stesura dei contratti commerciali. I Nabatei possedevano da tempo una propria scrittura che per molti aspetti si può considerare precorritrice della scrittura successivamente utilizzata nel mondo Arabo. Petra esercitava di fatto il monopolio quasi totale sui beni esotici e di lusso che il mondo  romano  aveva incominciato  a  importare  incessantemente  ed  in  quantità  sempre maggiori: numerose sono state le spedizioni romane verso l’Arabia Felix che hanno inutilmente tentato di rifornirsi di spezie e di profumi scavalcando l’intermediazione nabatea. Sono tutte miseramente fallite, spesso attaccate dai Nabatei stessi, gelosi delle rotte di approvvigionamento della merci. L’astro di Petra stava per tramontare: durante gli anni del regno di re Malichus II (40 CE – 70 CE), i Romani hanno gradualmente spostato l’epicentro di alcuni commerci (spezie e profumi) verso l’Egitto; all’incertezza economica si aggiunse la debolezza politica e il regno perse Damasco. Toccò all’ultimo re di Petra, Rabbel II (70 CE – 106 CE), assistere impotente alla completa disfatta commerciale di Petra e al disgregamento del suo regno. Le rotte carovaniere convergevano ormai sull’oasi siriana di Palmira che si era assicurata i commerci della via della seta e delle merci provenienti  dal  Golfo  Persico. Infine, anche  i  traffici  marittimi  del  mar  Rosso raggiungevano il Mediterraneo attraverso l’Egitto, senza transitare da Petra.
                                                 
Il periodo romano
Alla Morte di Rabbel II (106 CE), Traiano entrò a Petra e l’annesse all’impero con 
tutte le altre città della confederazione Nabatea, senza combattere. I romani crearono quindi la nuova provincia di Arabia Petrea con capitale Bosra, ribattezzata Nova Traiana Bostra, che fu sede della gloriosa Legio III Cirenaica. Il mito di Petra era ormai tramontato, le carovane che vi transitavano erano sempre meno numerose. Anche le strade predisposte dai romani per lo spostamento rapido delle legioni in direzione della costa Mediterranea e di Ellath sul Mar Rosso non bastarono a ridare vitalità alle attività commerciali. Petra era ormai relegata al ruolo poco invidiabile di testa Petra teatro nabateo epoca romanadi ponte nella guerra dei Romani contro i Parti. Tuttavia, anche in epoca romana la città conobbe una fase di sviluppo assicurata dalla pax romana. Fu ribattezzata Petra Hadriana dopo la visita effettuata dall’imperatore Adriano nel 131 CE. Con Diocleziano, quando la provincia di Palestina fu divisa in tre parti, divenne capitale della Palestina Salutaris, in seguito ribattezzata Palestina Taertia. Continua in questo periodo l’edificazione di tombe monumentali di grande pregio e ricchezza: una delle più conosciute - anche se non una delle più imponenti - è quella del magistrato romano Sesto Fiorentino, governatore d’Arabia nel 127 CE. E’ opportuno puntualizzare che queste tombe, nella maggioranza dei casi, non appartengono più a commercianti nabatei, ma a ricchi burocrati o militari romani.
Con Costantino il Cristianesimo, più o meno forzatamente, si diffuse nella regione. Petra già nel 350 CE era sicuramente sede vescovile (Attanasio di Alessandria, VIII patriarca della Chiesa Copta, menziona un certo Asterio come Vescovo di Petra), ma il Cristianesimo stentò a radicarsi nella cultura religiosa dei Nabatei che ancora per molti anni mantennero la fede dei loro padri nelle  antiche divinità.
La città di Petra visse uno dei suoi giorni peggiori il 19 maggio del 363 CE, quando un terremoto devastò la città. Ne abbiamo una “accorata” documentazione in una lettera del vescovo Cirillo di Gerusalemme che constata la distruzione di molti edifici, colonnati, templi, oltre al teatro e a parte degli acquedotti. Nel 551 CE la città, che andava già lentamente spopolandosi, fu colpita da un secondo terremoto.

Il medievo
Nel corso del Medioevo Petra è ridotta a poco più di un villaggio che orbita intorno a chiese bizantine e a piccoli monasteri, ignorato anche dalla rivoluzione islamica che conquista la regione nel 630 CE. Durante le crociate (1099, prima crociata) Petra fu conquistata da Baldovino di Boulogne e inclusa nel feudo d’Oltregiordano. Rimase nelle mani dei cristiani fino alla vittoria ottenuta dal Saladino nella battaglia di Ḥaṭṭīn (1187, seconda crociata), battaglia che decretò la sconfitta dei Crociati. Di Petra si avranno solo poche sporadiche notizie di viaggiatori alla fine del 1200 e poi più nulla: la città cadde nel più totale oblio fino all’epico ritrovamento da parte di Burckhardt.

La religione dei Nabatei
Il pantheon nabateo è il risultato di un lungo processo di sovrapposizione e fusione tra etnie e culture diverse . Accanto a divinità di sicura origine nord-arabica (Allah, Hubal, Manawät e, in posizione privilegiata, Allat e al-Uzzā), ve ne sono altre di chiara origine Siriana (Hadad, Atargatis, Ba'alšamῑn), Egiziana (Iside) e Greca (Afrodite, Dioniso, Zeus). A Petra il dio principale era Dūšarā, accanto a lui spiccano soprattutto tre divinità femminili: Allāt,  al-‛Uzzā  e Manawāt;

Dūšarā
Dūšarā, (nabateo dwšr', greco Δουσάρης, latino Dusares) era il dio poliade più venerato, il «Signore di Šarā», cioè del massiccio roccioso di Petra, probabilmente simile al dio arabo Ruḍā, venerato anche a Palmira con il nome Arṣū.  Identificato con Zeus e con Dioniso nel periodo ellenistico e romano, è in realtà una delle molteplici forme del dio semitico della fertilità. Le sue caratteristiche sono molteplici e non ancora del tutto chiare. Sebbene si ammetta un suo legame con il mondo vegetale e con la fertilità dei terreni e un ruolo di divinitàTriade arabica da sx Allat al-Uzzà Manat solare, Dūšarā presenta anche tutte le caratteristiche di semidio demiurgo.
Queste caratteristiche esprimono le esigenze di legittimazione ideologica di una società con forti caratteri tribali, dove Dūšarā, legato anche al culto degli antenati (essendo forse egli stesso un antenato, forse un re divinizzato), è venerato come divinità dinastica ed è il garante  del  diritto  consuetudinario.  Nessun tipo  iconografico  è  stato  ancora riconosciuto come caratteristico del dio; l'identificazione di molti soggetti anepigrafi come i «blocchi di Düsarä» è puramente convenzionale. Tra le fonti degne di nota ci è giunta una descrizione di Massimo di Tiro (citato nella Suida) del simulacro di Dūšarā a Petra di forma quadrangolare. A Petra il tempio a lui dedicato doveva essere il “Qaṣr Bint Fira'un” (casa della  figlia  del  faraone), che il più importante della città.
Il curioso nome, Qaṣr Bint Fira 'un, deriva da una leggenda che parla della bellissima figlia di un faraone che si sarebbe concessa in sposa all’uomo che fosse riuscito a portare l’acqua nel suo palazzo.
Gli scavi hanno dimostrato che il tempio sorgeva all'interno di un vasto tèmenos, del quale l'arco a tre fornici sull'estremità occidentale della via colonnata (aggiunto in epoca romana, 114 CE) costituiva il propileo di ingresso. In una banchina che correva sul muro meridionale del tèmenos fu ritrovata, riutilizzata come materiale di reimpiego, una base di statua di Areta IV (9 CE-40 CE), al quale è da attribuire un rifacimento radicale del tempio che era stato probabilmente prima costruito da suo padre Oboda III (29 CE-9 CE). Anche lo stile delle decorazioni pittoriche a imitazione marmorea che decoravano il tempio, attribuite al periodo giulio-claudio, è coerente con un rifacimento intorno all’inizio del I secolo CE.
Il tempio è quadrato, con un pronao a quattro colonne e una trabeazione dorica a rosoni e medaglioni con busti inquadrati nelle metope. All'interno, un àdyton quadrato di fronte alla porta contiene una piattaforma per l'idolo fiancheggiata da vari locali ausiliari originariamente a due piani. Di grande interesse è la decorazione in stucco, che rivestiva il tempio sia internamente che esternamente e le pitture che riproducevano un’architettura illusionistica che si avvicinano molto alle pitture pompeiane del primo e secondo stile. La stessa architettura illusionistica era riprodotta, all’esterno del tempio, sulle facciate che si fregiano di lesene, edicole, girali e medaglioni figurati di ottima fattura.

Allat
Sicuramente la principale divinità femminile del mondo nord e centro-arabico, Allat è la dea araba di cui si hanno le più antiche menzioni storiche (Erodoto la chiama Urania). Come indica il suo nome (Allat femminile di Allah), era la «la dea» per eccellenza, tuttavia i Nabatei non le riservarono un culto paragonabile a quello che invece Qasr al-Bint al-Faraun ledifico templare meglio conservato a Petratributarono a al-'Uzzā. Nondimeno, Allat ebbe numerosi templi e luoghi di culto, specialmente nel Ḥawrān (Raḥā, Salkhad), le era anche dedicato l'importante santuario dello wādī Rūm, non lontano da 'Aqaba. In Arabia, ove era venerata anche a Ḥegra e a Dedan, Allat ebbe un importante santuario a Taῑf, e il Corano la pone alla Mecca fra le «figlie di Allah» con al-'Uzzā e Manawāt. Le fonti (Hishām Ibn Kalbῑ, Kitab Al-Asnam, il libro degli idoli 800 CE circa) attribuiscono alla dea betili tondeggianti o quadrangolari ma, come per Dūšarā, nessun idolo è stato riconosciuto con precisione. Potrebbe appartenere ad Allat l'antica stele (fine II sec. BCE.) con incisione «a croce di Lorena» scolpita a Petra presso la fonte di Qaṭṭar ed-Deir, definita da una vicina iscrizione «maṣṣebā (stele) di Bostra» (massebot- betili sacri, termine biblico). Nel repertorio antropomorfico Allat presenta caratteri incerti; generalmente raffigurata come Atargatis o altre divinità elleniche (Artemide, Afrodite), l'immagine consueta di Allat è collocata fra due leoni, in piedi o su un trono, secondo l'iconografia di Atargatis; in armatura e atteggiamento guerresco è del tutto simile ad Atena, e solo raramente le due tipologie di rappresentazione sono associate. Per quanto riguarda l'identificazione con Atena, nella scultura prevalgono i tipi di Allat-Atena Parthènos o Pròmachos.

Al-'Uzzā
Al-Uzza «La possente» (nabateo l 'z‛ ), paredra di Dūṣarā, in età ellenistica fu identificata con Afrodite Celeste. Del betilo di al-'Uzzā si conoscono due immagini datate all'epoca di Rabbel II (75-106 CE) scolpite presso la fonte di Sellala, al Ğebel Rūm, identificate da vicine iscrizioni nabatee; in entrambi i casi si tratta di una stele rettangolare, antropomorfizzata con occhi quadrangolari e naso schematico.
Ad al-'Uzzā è stato inoltre attribuito l'idolo in calcare rinvenuto nel «Tempio dei Leoni Alati»; una raffigurazioneQasr al-Bint ricostruzione composita in cui il betilo, sormontato da una corona, è posto all'interno di un'edicola su un piccolo podio; i tratti somatici che presenta sono particolarmente realistici, con bocca e sopracciglia.

L'identificazione di al-‛Uzzā con Afrodite, dichiarata in una iscrizione bilingue greco-nabatea di Coo (9 CE), fece si che il suo tempio di Petra fosse indicato come Aphrodisèion (papiri di Babatha, ritrovati in una grotta a Nahal Hever, Israele). Sono pertanto state attribuite ad al-'Uzzā molte delle raffigurazioni di Afrodite rinvenute presso i più importanti siti di frequentazione nabatea. A Petra, un busto velato in altorilievo viene dal témenos del Qaṣr el-Bint (da cui proviene anche una dedica in greco ad Afrodite).
Ad al-‘Uzza era molto probabilmente dedicato il “Tempio dei leoni alati”, situato in posizione elevata a nord  dell'arco a tre fornici sulla grande via colonnata che attraversava la città. L'ingresso all’area del tempio era sulla Via Colonnata, dove un ponte (probabilmente coperto) superava lo wādī Musa introducendo in un peristilio a pianta pressoché quadrata, oltre la quale, dopo una corte, era il tempio vero e proprio, quadrato anch’esso, articolato in un portico in antis e in una cella. Quest'ultima pavimentata con lastre di calcare locale, aveva i muri interni decorati con profonde nicchie delimitate da semicolonne, in corrispondenza delle quali si dipartivano due file di colonne con capitelli di tipo nabateo.
Sul fondo era un altare, pavimentato con lastre di marmo bianco e nero, munito di due scale, con una piccola cripta accessibile dal retro; la struttura era inoltre circondata da colonne, sulle quali erano capitelli figurati con leoni alati accovacciati, che hanno dato il nome al complesso. All'esterno del tempio tra i vari ambienti annessi, tre vani erano destinati a ospitare attività artigianali legate alla manutenzione del complesso; un vano serviva per Tempio leoni alati adytonla rifinitura di oggetti metallici, un altro come deposito di materiali impiegati per l'esecuzione di pitture (sono stati rinvenuti vasi con colori) e un terzo come laboratorio di scultura. In quest'ultimo sono stati rinvenuti molti scarti di lavorazione, tra i quali quattro lastre di un'epigrafe datata al trentottesimo anno di regno di Areta IV (27/28 CE circa) e interpretata come iscrizione dedicatoria del complesso rappresenta per gli archeologi il termine post quem per datare il tempio. Nella sua prima fase il tempio era riccamente decorato, ma successivamente le raffigurazioni che ornavano le nicchie della cella (motivi floreali, erotes) furono coperte da pitture monocromatiche e i capitelli figurati furono lisciati e stuccati, probabilmente a seguito del riemergere della tradizione aniconica nabatea, forse in connessione del sorgere di sentimenti antiromani.

Manawat
Manāt era una divinità araba che faceva parte della triade femminile venerata particolarmente - ma non solo - nella regione del Hijaz, i Nabatei l'adoravano sotto il nome di Manawat o Manawatu identificata poi con Nemesi. Manāt era la divinità più antica della triade che formava con Allat e al’-Uzzà, ed è stato ipotizzato che essa potesse rappresentare il Destino, cui tutto soggiace. Il luogo di culto della dea, raffigurata sotto forma di un masso di pietra bianca, era nella località di Qudayd, presso Mushallal, a 15 chilometri circa da Yathrib (poi Medina). Il suo santuario fu fatto distruggere dal Profeta Maometto dopo la conquista di Mecca nel gennaio 630 CE. Si narra che quando fu alla distanza di 4-5 giornate di viaggio da Medina, Muḥammad avesse mandato suoScalinata professionale per il Zibb el-Atuf fontana del leone cugino e genero Alì a distruggere l'idolo. Egli provvide secondo gli ordini, razziò il tesoro conservato nel santuario e lo portò al Profeta. Tra i tesori c’erano due spade che il Profeta regalò ad Alì; Le spade erano state donate alla dea da un governatore ghasanide di al-Shām (Grande Siria) e si chiamavano Mikhdam (la Tagliente) e Rasūb (la Penetrante), diventeranno famose immortalate da molta dell’iconografia pittorica di Alì (prima dell’iconoclastia), che viene raffigurato con una spada la cui lama si biforca in due.
I Nabatei generalmente rappresentavano i loro dèi come betili. L'identità di tali simulacri, idoli, bassorilievi o incisioni rupestri, è raramente precisabile se non si dispone di elementi contestuali di natura monumentale o epigrafica. Le immagini sono infatti di estrema semplicità: un rettangolo o un parallelepipedo la cui superficie anteriore è liscia o arricchita da un accenno di caratteri somatici, occhi, naso, raramente della bocca; tali elementi potevano essere resi in tutto o in parte e arricchiti con materiali diversi come legno e pietre preziose, di cui spesso restano le tracce o i fori dei supporti metallici; la superficie della stele era talvolta rivestita di stucco ed in molti casi dipinto.
Questi Idoli aniconici (spesso rettangolari), erano venerati nei templi e scolpiti in bassorilievo su pareti rocciose. Il trono (motab) delle divinità era esso stesso oggetto di culto (come in fenicia per i “troni di Astarte”) che veniva scolpito come un sedile o semplicemente come uno zoccolo di betilo.
Ugualmente aniconici sono spesso i monumenti funerari, che rappresentano l'anima del defunto (la sua nefeš) sotto forma di un obelisco o pyramìdion.
Non sono tuttavia assenti le divinità antropomorfe, come il siriano Hadad o il levantino Baal (il cui attributo è il fulmine) e la sua paredra Atargatis, Iside e alcune divinità elleniche a Petra.
Di grande interesse sono alcuni luoghi di culto rinvenuti sulla montagna Zibb el-Atuf e en-Nimr. Si tratta del luogo anticamente più sacro ai petrei, la montagna che domina il centro della città, dove consacrarono i primi altari al dio Dushara e dove si arroccarono durante il lungo assedio di Antigono Monoftalmo in epoca ellenistica. Il luogo a cui si arriva, percorrendo una lunga scalinata processionale, è un’ampia spianata ricavata dalla roccia, dominata da due obelischi anch’essi intagliati dalla roccia posti a 30 m l’uno dall’altro. È stato proposto che gli obelischi possano rappresentare la coppia divina poliade, Dūšarā e al-Uzzà, o essere legati in qualche modo a un culto di antenati divinizzati.
Poco oltre si raggiunge un’altra spianata più piccola su di uno sperone di roccia a picco sulla città, qui troviamo una grande piattaforma (bamāh) con un altare, oltre ad una cisterna e ad un pozzo. Si tratta di uno dei luoghi di culto in altura, con  recinti all'aria aperta, altari e cippi in forma di obelischi (betili), tipico degli antichi culti semitici meglio conservati e più antichi di tutti quelli fin ora documentati.
Un elemento costante ed imprescindibile del culto, era il sacrificio cruento di animali (prevalentemente capre), e questi luoghi dovevano sicuramente servire per rituali religiosi di sacrificio particolarmente importanti per la città. Questi rituali prevedevano dopo il sacrificio, che poteva essere officiato solo da sacerdoti, un banchetto rituale nel corso del quale i convitati entravano in comunione con i loro dèi. La cisterna accanto all’altare assicurava l’acqua che era essenziale per i riti di purificazione prima e dopo il sacrificio. Lungo il percorso della lunga scalinata processionale si incontra la “fontana del leone” che forse era il punto dove i petrei si purificavano prima di completare l’ascensione verso l’altare di sacrifici nelle feste cittadine dedicate alle divinità. Questa proposta è stata presa in considerazione per le strette connessioni che il leone ha con la dea al-Uzzà .
L'introduzione di modelli iconografici ellenistici fu un fenomeno relativamente recente, che tocco soprattutto i centri urbani e le stazioni commerciali: non interessò che marginalmente, invece, la cultura figurativa dei gruppi nomadi o seminomadi che gravitarono intorno e all'interno del regno nabateo. Come detto, l’influenza greco-romana fu molto intensa, anche per quanto riguarda l’iconografia delle divinità, ma al di là di troppo facili paragoni o confronti, la religione dei Nabatei mantenne, anche attraverso l'adeguamento dei nomi di alcune divinità a quelle del mondo classico, un carattere arcaico, in cui al fondo arabo primitivo si accoppia l'influsso dei culti aramaici.

Fine prima parte

* laureando in Archeologia del Medio oriente

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