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Jacques de Molay, l’ultimo Gran Maestro dei Templari

Cavaliere Templare699 anni fa moriva Jacque de Molay, l’ultimo Gran Maestro dei Templari… e fra un anno esatto il 18 marzo 2014 scadrà l’ultima “maledizione” lanciata contro i suoi carnefici: la Chiesa di Roma finirà
di Stefano Schiavi

“Vi prego di lasciarmi unire le mani per un’ultima preghiera. Morirò presto e Dio sa che e’ ingiusto. Ma io vi dico che la disgrazia cadrà su coloro che ci condannano ingiustamente.” E poi rivolgendosi al papa Clemente V e al re Filippo il Bello aggiunse “Vi affido entrambi al tribunale di Dio, tu Clemente nei prossimi 40 giorni e tu Filippo prima della fine dell’anno”.

Sono le parole di commiato dalla vita terrena, prima di salire sul rogo, di Jacques de Molay ultimo Gran Maestro dell'ordine dei Cavalieri templari. Era il 18 Marzo 1314, con lui 699 anni fa finiva un’epoca, un’epopea terrena che sarebbe entrata nella storia e nella leggenda. Finivano il loro viaggio, per lo meno ufficialmente, i Templari. Per loro l’oblio ed il mito che si è “trascinato” fino ai nostri giorni. Imperituro, immarcescibile, imperscrutabile. Un mistero in dissoluto e che tale, probabilmente, rimarrà.
Salendo su quel rogo, innalzato sull’ ile aux juifs (l’isoletta sulla Senna di fronte a Notre Dame detta anche isola dei giudei), insieme a Goffredo di Charney, precettore di Normandia, custode della Sacra De Molay condotto al RogoSindone e ad altri 36 confratelli, accusato di eresia, blasfemia e delle peggiori nefandezze possibili, accuse rivelatesi poi false, Jacques de Molay si portava dietro tutti i segreti del Ordine dal Santo Graal, alla Sacra Sindone, dal Mandylion, ai rapporti con l’Islam, ai segreti riscoperti sotto le mura del Tempio, al tesoro dei Cavalieri. Un tesoro senza pari su cui Filippo il Bello, re di Francia ed artefice della dissoluzione dell’Ordine, non riuscì a mettere le mani. Anche se non ci riuscì nessuno e la sua ubicazione resta ancora un mistero.
Più che le ultime parole di un condannato, quelle del Gran Maestro templare suonano come una vera e propria maledizione che, tra credenze popolari o meno, pare siano arrivate a segno, probabilmente con l’ausilio di altri templari caduti in clandestinità ma sempre ligi al dovere e agli “ordini” del proprio capo. E la maledizione, in realtà, è anche multipla o meglio, si tratta di ben quattro profezie: la prima fu quella, appunto, della predizione di morte di Clemente V che, anzi, raggiunse de Molay 33 giorni dopo, in anticipo sulla premonizione di 40 giorni.
La seconda riguardava il re di Francia e, come disse il Gran Maestro, il sovrano morì in circostanze strane in un incidente di caccia a Fontainebleau. Era il 29 Novembre 1314.
La terza fu sulla durata della monarchia francese. De Molay disse che “La casa reale Francese cadrà definitivamente entro la 13° generazione da Filippo IV”, e Luigi XVI, 13° discendente di Filippo IV fu realmente l’ultimo Re di Francia abbattuto da quella rivoluzione che tutti conosciamo. E sul ghigliottinamento di Luigi XVI c’è un aneddoto, difficile sapere se sia vero o meno ma la “vulgata” così ce lo riporta, pare che il boia incaricato dell’esecuzione,  Charles-Henri Sanson, abbia detto al re, mentre al lama scendeva veloce ed inesorabile: “De Molay è vendicato”. Per alcuni questo starebbe a significare che in realtà la Rivoluzione Francese abbia una matrice esoterico massonica e che questa, la massoneria quindi, sia la prosecuzione misterica dei Cavalieri del Tempio e delle antiche tradizioni ritrovate, recuperate durante i nove anni di scavi effettuati dai 9 cavalieri fondatori dell’Ordine, al di sotto del Tempio di Re Salomone a Gerusalemme. Realtà? Disinformazione? Credenza popolare? Nessuno di noi potrà mai dirlo con certezza ma, come sempre accade nella storia, un fondo di verità c’è sempre.
La quarta ed ultima profezia è di la da venire, riguarda la Chiesa di Roma ed una data precisa: il 18 Marzo 2014, già perché l’ultima “maledizione” dell’ultimo Gran Maestro dei Templari afferma che Il Papato terminerà entro 700 anni dalla mia morte”.
Dunque, tre profezie/maledizioni si sono avverate, la quarta? Siamo ovviamente nel campo del reale e nessuno di noi crede a profezie come quelle dei Maya e della fine del mondo. Ma a Roma c’è un proverbio che dice “non è vero ma ci credo”…. In fin dei conti con tutte le giustificazioni del caso le altre tre “maledizioni” si sono rivelate veritiere. Non ci resta che attendere il prossimo 18 marzo.

Interrogatorio di Jacques de Molay a ChignonMa ci sono testimonianze dirette o cronache del tempo che ci siano di supporto a queste credenze? Di fatto no, nessuna testimonianza o cronaca del tempo, tanto meno francese. Ma forse questo è anche comprensibile vista l’aria che girava in Francia a quel tempo. Eppure delle “testimonianze” ma sarebbe meglio definirle notizie de relato, le troviamo in Italia.
Guglielmo Ventura nel suo Cronicon Astense dice che Nogaret fu maledetto da un Templare che veniva condotto al rogo ma non fa il nome di de Molay. Giovanni Villani racconterà, invece, che la sera dell'esecuzione di de Molay furono viste delle persone raccogliere le ceneri e i resti del Gran Maestro, da conservare come reliquie.  Fu invece Ferreto de Ferretis, alle dipendenze di Cangrande Della Scala, Signore di Verona, a riprendere il racconto di Ventura, trasformandolo e scrivendo che fu appunto de Molay che si rivolse al Papa affermando “Per il tuo ingiusto giudizio io mi appello al Dio vero e vivente, tu comparirai tra un anno e un giorno con Filippo a sua volta responsabile di tutto ciò, per rispondere alle mie contestazioni e presentare la tua difesa”. E fu un altro italiano Gìan Battista Fulgoso, a dare la stessa versione verso la fine del 1300. Nei secoli successivi furono Bernard de Girard Du Haillan e Francois de Belleforest nel suoi Grandes Annales, scritti nel 1579, a proseguire su questa strada che poi è quella più accreditata. La stranezza sta nel fatto che furono comunque degli italiani a far menzione per la prima volta della “maledizione”, anche se il contrasto tra cardinali italiani e francesi potrebbe spiegare tutto. Ma siamo sempre nel campo delle ipotesi.


L’inizio della fine

Era l’anno del Signore 1307, il potere dei Templari era divenuto ormai enorme. Uno Stato a se stante in grado di foraggiare economicamente e allo stesso tempo tenere in pugno il Papato e molti regnanti europei. Le casse dei regni erano sempre più spesso vuote, svuotate dalle continue guerre che attraversavano il vecchio Continente e dalle precedenti Crociate finite con la sconfitta cristiana e la perdita di tutti i territori d’oltremare. Così, mentre i regnati di mezza Europa impoverivano i propri Paesi, i Templari, seppur cacciati dal Saldino dalla Terra Santa, avevano i forzieri pieni di oro, argento e pietre preziose oltre ai lasciti che moltissimi nobili avevano fatto entrando nell’Ordine loro stessi o semplicemente per riconoscenza e devozione ai monaci guerrieri. Presto questa ricchezza unita al giogo che i Templari avevano stretto attorno al collo dei regnati, cominciò a pesar troppo sia alla Chiesa che era in preda a lotte intestine tra le fazioni italiane e quelle francesi sia al re di Francia che ospitava a Parigi e in tutto il territorio francese le commende principali dell’Ordine monastico. Fu in quell’anno che Jacques De Molay, Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio, si trovò a fronteggiare un vero e proprio scandalo fatto di voci messe in circolo ad arte riguardanti presunte deviazioni, sessuali e spirituali, di alcuni cavalieri. Le voci che circolavano sia tra il popolo che tra la nobiltà, erano state mese in circolazione da Esquin de Floyran già capitano templare a Montfaucon che avrebbe confessato a Guillaume de Nogaret e Guillaume de Plaisians cancellieri del Re di Francia, pratiche oscene, riti di iniziazione che prevedevano forme di ateismo e la sodomia. Accuse infamanti oggi figuriamoci a quell’epoca. La macchina del fango, del resto, non è una invenzione moderna ma nasce con l’uomo.
Da queste affermazioni-confessioni si diede inizio a quella che sarà una vera e propria persecuzione, gli uomini di Nogaret e del re di Francia furono sguinzagliati per tutto il regno a caccia di quei cavalieri cacciati dal l’Ordine affinché confermassero le “dicerie” o facessero altre dichiarazioni contro l’Ordine stesso.
De Molay, ovviamente, aveva anche lui i suoi informatori che lo avvisarono di quanto stava accadendo tra il re e il Papa avignonese ma decise di non dare credito alle informazioni che gli giungevano. Probabilmente non riteneva realistico un attacco così violento e, soprattutto, concordato tra potere temporale e potere spirituale probabilmente dimenticando che il papato della cattività avignonese era totalmente succube del re di Francia.
Fu l’errore più grande che de Molay potesse commettere, e lo commise. Nell’agosto del 1307 Clemente V aprì un’inchiesta per confutare quanto asserito dall’ex capitano dei Templari de Floryan. In menoFilippo il bello re di Francia di tre mesi il destino dell’Ordine si stava compiendo, venerdì 13 ottobre 1307 (anche per questo venerdì 13 nelle credenze popolari è un giorno infausto) scatta l’operazione in tutta Europa attraverso una bolla papale (che non tutti rispettarono come ad esempio il re di Portogallo) da aprire alla stessa ora lo stesso giorno in tutto il Continente e che aveva come unici obiettivi due questioni ben precise: la distruzione dei Templari e l’appropriazione del famoso tesoro. L’accusa tra le peggiori per la cristianità, blasfemia ed eresia. Il primo obiettivo venne raggiunto, molti dei templari francesi furono arrestati, uccisi o costretti a confessare sotto tortura colpe che non avevano, il secondo no. Il tesoro del Tempio sparì da Parigi e da allora se ne sono perse le tracce. C’è chi dice che una parte fu diretto al porto di La Rochelle dove c’era ancorata la flotta templare che fece rotta verso la Scozia nelle terre dei Saint Claire, chi dice che l’altra parte sia stata diretta verso la regione dei Pirenei. Ma di reale non c’è nulla. Tutto è leggenda e mistero. Di reale c’è solo il fatto che l’ordine dei Templari fu definitivamente soppresso durante la riunione degli Stati Generali del 1308, anche se  alcuni anni fa, proprio negli archivi segreti vaticani la studiosa Barbara Frale ha rinvenuto un importante documento, noto come Pergamena di Chinon, che dimostra come papa Clemente V intendesse perdonare i templari nel 1314, assolvendo il loro maestro e gli altri capi dell'ordine dall'accusa di eresia, e limitarsi a sospendere l'ordine piuttosto che sopprimerlo, per assoggettarlo ad una profonda riforma. Secondo la Pergamena, il 20 agosto 1308 l’accusa da eresia venne derubricata a quella di apostasia: lo sputare sulla croce veniva infatti considerata una forma di auto-scomunica. Il Papa era dunque ben convinto che i Templari non fossero eretici e non avessero aderito a dottrine sbagliate. Ma pur assolvendoli, Clemente V non riuscì a salvare loro la vita. Le buone intenzioni di Clemente V probabilmente furono vittima della ragion di Stato e della sua debolezza nei confronti di chi lo aveva fatto eleggere Papa.


Dall’inizio dell’inchiesta al rogo finale, tutte le tappe della fine dei Templari

1307

24 Agosto Inizia l'inchiesta pontificia
14 Settembre. Filippo il Bello ordina segretamente ai suoi siniscalchi di organizzare l'arresto dei templari
13 Ottobre  Arrestati i templari di Francia
14 Ottobre  Nogaret formula le accuse contro i templari
16 Ottobre Filippo il Bello scrive a Giacomo II, Re d'Aragona, per informarlo dell'arresto dei templari
19 Ottobre  Hanno inizio a Parigi i primi interrogatori
24 Ottobre  Primo interrogatorio de Molay
25 Ottobre  De Molay si difende dinanzi ad esponenti dell'Università di Parigi
26 Ottobre Filippo il Bello scrive di nuovo a Giacomo II per metterlo al corrente degli esiti degli interrogatori
27 Ottobre Scritto di Clemente V a Filippo il Bello, in cui il pontefice notifica la propria riprovazione
9 Novembre  Viene interrogato Ugo di Pairaud
22 Novembre  Pontificia bolla “Pastoralis Praeminentiae”
24 Dicembre de Molay dinanzi ai legati pontifici ritratta tutte le affermazioni fatte durante gli interrogatori

1308

Clemente V sospende dall'incarico il grande Inquisitore Guglielmo Imbert. Filippo il Bello pone sette quesiti ai membri della Facoltà di Teologia della Sorbona
9-24 Marzo  Filippo convoca gli stati generali
25 Marzo  Risposta della Facoltà di Teologia della Sorbona ai sette quesiti del Re
5-15 Maggio Gli stati generali si riuniscono a Tours
26 Maggio Filippo s’incontra a Poitiers con Clemente V
29 Maggio Prima allocuzione di Plaisians dinanzi al concistoro pontificio
14 Giugno  Seconda allocuzione di Plaisians
27 Giugno  Filippo consegna a Clemente V 72 templari che deteneva
5 Luglio     Pontificia bolla “Subit assidue”
12 Agosto  Pontificie bolle “Faciens Misericordiam e Regnans in Coelis”
13 Agosto  Clemente V parte da Poitiers
17-20 Agosto Due Cardinali interrogano a Chinon i templari qui detenuti. Assoluzione dei Templari

1309

Marzo Clemente V fissa la propria residenza permanente ad Avignone. Ha inizio l'inchiesta vescovile sui singoli cavalieri Templari
8 Agosto La commissione pontificia dà inizio al processo all'ordine
22 Novembre  Prime inchieste della commissione pontificia
26 Novembre  De Molay compare per la prima volta dinanzi alla commissione
28 Novembre  De Molay compare per la seconda volta dinanzi alla commissione

1310

3 Febbraio  La commissione si riunisce per la seconda seduta
2 Marzo  De Molay compare per la terza volta dinanzi alla commissione
14 Marzo  Ai templari vengono recitati 127 capi d'accusa. I cavalieri intendono difendersi
28 Marzo  I templari convengono in gran numero nei giardini del palazzo vescovile di Parigi
4 Aprile  Pontificia bolla “Alma Mater”
7 Aprile  Difesa dell'ordine da parte dei 4 procuratori a ciò scelti dai cavalieri
12 Maggio  54 templari vengono condannati a morte e arsi vivi nelle vicinanze di Parigi
3 Novembre  La commissione pontificia si riunisce per la terza seduta

1311

5 Giugno  La commissione pontificia dichiara chiuse le proprie indagini
16 Ottobre  Si apre il concilio di Vienne. Sette cavalieri templari difendono il loro ordine
20 Marzo  Filippo il Bello giunge a Vienne
22 Marzo  Pontificia bolla Vox in excelso
2 Maggio  Pontificia bolla Ad providam
6 Maggio  Pontificia bolla Considerantes dudum

1312

21 Marzo I Gerosolimitani offrono 200.000 lire tornesi (una lira tornese equivaleva a 5 grammi d'argento) a Filippo il Bello per i beni dei Templari. Il sovrano porta la somma richiesta a 1.000.000 di lire tornesi

1314

18 Marzo  Jacques de Molay e Goffredo de Charnay sono arsi vivi sull'isola della Senna davanti a Notre Dame.
20 Aprile  Muore Clemente V
29 Novembre Muore Filippo il Bello



Gli Atti del Processo


Clemente VPrima parte - La commissione apostolica
“Nel 1309, sotto il pontificato di Clemente V, servo dei servi di Dio, in ordine a quello che ci è stato detto e che è giunto alle nostre orecchie, ossia il comportamento della Milizia del Tempio di Gerusalemme, che appare agire contro quelli che erano stati i suoi compiti per i quali esso era stato ammesso ed aveva agito all'ordine di Santa Romana Chiesa, noi, Clemente V, servo dei servi di Dio, per divina provvidenza nell'anno quarto del suo pontificato, e per richiesta del carissimo figlio Filippo Re dei Francesi, diciamo che è nostra volontà esperire una indagine inquisitoria su detti fatti che sono avvenuti nei territori sotto la nostra giurisdizione e sotto quella del carissimo figlio Filippo Re dei Francesi. A tale scopo noi, Clemente V, servo dei servi di Dio, nell'anno quarto del nostro pontificato, nominiamo la presente commissione apostolica per dirimere questa questione i venerabili, irreprensibili e buoni padri:
In nome e per grazia di Dio: Guglielmo Nogaret, Ispettore Superiore di Santa Romana Chiesa; Guglielmo Imbert, Ispettore di Santa Romana Chiesa, l'Arcivescovo di Narbonne, e vescovo di Bajon, di Mimati e di Lemovici; Matteo di Napoli, notabile della sede apostolica e maggiore dei Rothomagesi; Giovanni della Mantova Tridentina; Giovanni arcidiacono di Monte Lauro; maestro Guglielmo Agarni, preposto ecclesiastico alla chiesa aquense e prevosto di Aquitania.
Suddetti padri dovranno appurare la verità dei fatti ascritti alla Milizia del Tempio ed emettere alla fine le conclusioni che saranno oggetto delle nostre decisioni in merito.
Firmato Clemente V, servo dei servi di Dio, datato in Avignone il nove di maggio, anno quarto del nostro pontificato”.
Si tratta ovviamente di una Commissione “pilotata” dato che l’arcivescovo di Narbonne era notoriamente amico personale di Nogaret e Imbert, capo dell'Inquisizione di Francia, amico fraterno del Re e suo padre confessore. Per non parlare poi di Guglielmo Agarni, prevosto nemico dichiarato dei Templari.

 

Seconda parte - Le accuse all'Ordine
"Noi, Clemente V, servo dei servi di Dio, nell'anno quarto del nostro pontificato, prendiamo atto delle accuse alla Milizia del Tempio, che la reverenda commissione esamini e appuri la verità di tali accuse che elenchiamo qui di seguito:
-    hanno istigato e ordinato ad ogni postulante, al momento dell'accoglienza nella loro Casa, di rinnegare Cristo, il Crocifisso, qualche volta Gesù e qualche volta Dio, qualche volta la Santa Vergine e qualche volta tutti i santi di Dio;
-    item, viene riferito che tutti i fratelli ascritti lo hanno fatto
-    item, viene riferito che la maggior parte dei fratelli ascritti lo hanno fatto
-    item, viene riferito che lo hanno fatto anche dopo l'accoglienza
-    item, che i fratelli cappellani hanno detto ai postulanti che Cristo o qualche volta Gesù o qualche volta Cristo crocifisso non è il vero e unico Dio
-    item, viene riferito che i fratelli cappellani hanno detto ai postulanti che egli era un falso profeta
-    item, viene riferito che egli non aveva sofferto e non era stato crocifisso per la redenzione degli uomini ma per i suoi peccati
-    item, viene riferito che non i cappellani e nemmeno i postulanti potevano ottenere la salvezza per mezzo di Gesù, oppure una cosa simile ed equivalente a coloro che erano postulanti
-    item, viene riferito che i fratelli cappellani hanno ordinato ai postulanti di sputare su una croce o su una figura o su una scultura e comunque su una immagine di Cristo o qualche volta Gesù
-    item, viene riferito che i fratelli cappellani hanno ordinato ai postulanti di calpestare il crocifisso
-    item, viene riferito che i fratelli cappellani hanno ordinato ai postulanti di sputare su una croce o su una figura o su una scultura e comunque su una immagine di Cristo o qualche volta Gesù
-    item, viene riferito che i fratelli cappellani hanno ordinato ai postulanti di calpestare il crocifisso
-    item, viene riferito che qualche volta è stato urinato sulla croce e qualche volta lo hanno fatto di venerdì santo
-    item, viene riferito che i fratelli cappellani hanno ordinato ai postulanti di calpestare il crocifisso
-    item, viene riferito che qualche volta è stato urinato sulla croce e qualche volta lo hanno fatto di venerdì santo
-    Item, viene riferito che alcuni dei fratelli si sono riuniti durante la settimana santa per urinare sulla croce
-    item, viene riferito che i fratelli adoravano un certo gatto che era solito comparire a loro mentre erano riuniti
-    item, viene riferito che hanno fatto questo in dispregio di Cristo e della fede ortodossa
-    item, viene riferito che i fratelli non credono nel sacramento che si svolge sull'altare
-    item, viene riferito che alcuni dei fratelli non credono
-    item, viene riferito che non credono nei sacramenti della chiesa
-    item, viene riferito che i cappellani dell'Ordine nel consacrare il corpo di Cristo non hanno pronunciato le parole del canone della messa prevista
-    item, viene riferito che alcuni fratelli cappellani non le hanno dette
-    item, viene riferito che la maggior parte dei fratelli non le hanno dette
-    etc………


Terza Parte - L'interrogatorio di Jacques de Molay
“... dopo di questo, il mercoledì 26 di novembre, riuniti i signori commissari, in una camera posta nel retro dell'aula episcopale, il fratello Jacobus de Molayo, Gran Maestro dell'Ordine dei Templari, fu scortato dal preposto Pictavensem e dal preposto Johannes de Jamvilla davanti ai signori commissari, come da notifica letta dal vescovo di Parigi, egli aveva chiesto di conferire con detti signori commissari e venire alla loro presenza. I medesimi commissari, chiesto a lui se volesse difendere l'Ordine e aggiungere altro a suo favore, egli rispose che l'Ordine era confermato dalla Sede Apostolica e che gli sembrava molto strano che la Chiesa di Roma volesse distruggere tale Ordine, essendo stata in ogni caso differita di 32 anni la sentenza apostolica che decretava la destituzione dell'imperatore Federico. Lui disse che non si riteneva poi così saggio, quindi non poteva da solo difendere tutto l'Ordine ma che era pronto, nel limite delle sue possibilità, a difendere tale Ordine, per non essere tacciato di meschinità e di viltà, visto che l'Ordine gli aveva riservato molti vantaggi e molti onori; tuttavia la cosa gli sembrava difficoltosa, essendo lui prigioniero del Re e del Papa e che non possedeva denari da poter spendere per questa difesa o per altro ancora, se non quello che gli veniva offerto. Chiese quindi che gli venisse dato aiuto e consiglio, in quanto desiderava che delle colpe ascritte a tale Ordine si conoscesse la verità, e non solo fra i fratelli, ma anche nel mondo esterno, fra cui regnanti, prelati, principi, baroni, duchi, conti e probiviri, e il Maestro si diceva pronto ad ascoltare le testimonianze di tutti costoro. Il processo in verità è molto gravoso e detto Maestro non aveva nessuno, eccetto un fratello servitore, con cui consigliarsi. I signori commissari dissero al Maestro di riflettere bene alla difesa cui si accingeva e che ricordasse le cose che aveva già ammesso sulla sua persona e sull'Ordine stesso; tuttavia essi volevano favorirlo, poiché capivano la difesa che il Maestro voleva fare, e per quanto la ragione lo consigliasse, qualora avesse voluto portare avanti la difesa, i signori commissari gli concedevano una dilazione di tempo per poter riflettere su questo. Ma i signori commissari dissero anche che in un processo per eresia occorreva avere in forma semplice e senza grida la presenza di giudici e avvocati. I signori commissari quindi disposero che al Maestro fossero letti i capi d'accusa e le lettere apostoliche della commissione di inquisizione  contro il predetto Ordine, lettere fatte dalla Sede Apostolica e da altre quattro lettere apostoliche relative al processo ed anche una lettera di Maestro Guglielmo Agarni, preposto Aquensis, nella quale egli a buon diritto si scusava, ed un pubblico atto di citazione nel quale i nominati commissari chiamavano in giudizio l'Ordine del Tempio, i fratelli che appartenevano a tale Ordine ed altri; i commissari dicono che il contenuto delle quattro lettere apostoliche e dell'editto di citazione è stato inserito negli atti del processo; che venissero lette anche le lettere apostoliche in cui detto Maestro si riteneva confesso delle colpe ascritte, alla presenza dei reverendi signori padri per grazia di Dio, padre Berengario, vescovo Tuscolano, dei presbiteri dei santi Nereo e Achilleo, di Stefano di San Ciriaco in Termis e di padre Landolfo, diacono di Sant'Angelo, dei cardinali deputati e incaricati a tale scopo dal nostro Sommo Pontefice, facendosi per due volte il segno di croce, pareva assai meravigliato delle cose della sua confessione e di quelle contenute nelle lettere apostoliche, affermando anche che se detti commissari fossero stati diversi da quelli preposti, egli avrebbe detto cose diverse. I commissari risposero che non accettavano questa sfida, ed egli allora disse che, a Dio piacendo, ciò che Saraceni e Tartari facevano, venisse fatto a questi perversi commissari stessi; perché Saraceni e Tartari tagliano la testa a coloro ritenuti indegni e perversi o li tagliano a pezzi. Ascoltato ciò, detti commissari dissero che la Chiesa riteneva eretico chi veniva giudicato tale, e lasciava alla Curia secolare gli ostinati. Avendo domandato il Maestro stesso al nobile Guglielmo di Plaisans, milite del re che era giunto fin là su incarico dei commissari predetti, secondo quanto affermarono i commissari, per parlare con detto Maestro, che lui apprezzava e stimava in quanto soldato anche lui e perché, come affermato dallo stesso Guglielmo, provvedeva di non rimproverarlo o perdere senza motivo alcuno. Il Maestro quindi disse che se non avesse pensato bene alla difesa si sarebbe impiccato con le sue mani stesse, quindi doveva riflettere, e supplicò i commissari di lasciare a lui tempo fino a venerdì per questa riflessione, e i commissari concessero questo, anche dando a lui più tempo qualora lo avesse domandato. Quindi disposero, qualora non vi fosse alcuno che volesse impedire la comparizione del Maestro, ma non si era presentato nessuno, che fosse prorogato in modo benigno il termine di comparizione stessa fino al giovedì mattino dalle sei alle sette, non revocando quindi la dilazione concessa al Maestro, ma procedendo nel frattempo ad altre faccende inerenti il processo stesso, come conviene in questi casi. Quindi, il venerdì prima della festività del beato Andrea, i commissari si riunirono nella camera suddetta, e fratello Jacobus de Molayo, Gran Maestro dell'Ordine del Tempio, che il mercoledì scorso aveva fatto richiesta di poter riflettere fino ad oggi in merito alla difesa, fu portato alla presenza dei commissari stessi, che ringraziò per la dilazione concessa e per l'ulteriore dilazione che avrebbero concesso qualora egli ne avesse fatto richiesta. Posero quindi una briglia sul suo collo e si accinsero ad ascoltarlo. Il Maestro disse che lui era solo un soldato ed un illetterato povero, e che non poteva, nello stato in cui era, difendere l'Ordine. I commissari richiesero allora espressamente se il Maestro voleva difendere l'Ordine in altro modo, egli disse di no, ma che sarebbe andato alla presenza del Papa, quando al Papa piacesse, implorando i signori commissari che essendo lui come tutti gli uomini un semplice mortale, e che disponeva soltanto del tempo presente, che i commissari informassero il Papa di poter venire in sua presenza al più presto, per dire al Papa stesso che sia Lode a Cristo e alla Chiesa. I commissari dissero che non si intromettevano in merito a persone singole ma all'Ordine tutto, e chiesero se non dovessero proseguire nel processo apostolico stabilito dal Papa, ed il Maestro rispose che dovevano proseguire in modo buono in detto processo. Dopo ciò, il Maestro disse che voleva esporre tre argomenti, per il sollevamento della propria coscienza, ai signori commissari. Primo argomento era che il Maestro non conosceva nessun'altra religione che avesse cappelle e reliquie più belle di quella cristiana, ad eccezione delle spoglie cattedrali. Il secondo argomento era che il Maestro non conosceva nessun'altra religione nella quale vi fossero più elemosine e atti di carità come nella loro; difatti in tutte le Case dell'Ordine si faceva elemosina tre volte la settimana. Il terzo argomento era  che detto Maestro non conosceva nessun'altra religione né altri popoli che in difesa della fede cristiana dessero la loro vita contro il nemico della stessa fede, né che spargessero tanto sangue e che fossero messi in dubbio dai nemici della fede cattolica; raccontò che il conte Atrabatense, quando morì in battaglia nelle terre di Oltremare, volle che i Templari si trovassero in prima linea nella sua battaglia, e se invece avesse dato ascolto all'allora Maestro del Tempio, sia lui che lo stesso Maestro non sarebbero morti, ma era certo che il conte aveva fatto questo a fin di bene, a difesa della fede cristiana. I signori commissari replicavano che comunque queste argomentazioni non portavano alla salvezza delle anime, in quanto mancava il fondamento della fede cattolica. Ma il Maestro ribatté che questo era vero, ma che egli stesso credeva in un solo Dio, nella Trinità e negli altri conosciuti principi della fede cattolica, che esisteva un solo battesimo, una sola Chiesa e che quando era giunto il momento della morte e l'anima si separava dal corpo, ognuno avrebbe conosciuto la verità sull'altro e su se stesso. Detto ciò, intervenne il cancelliere regio Guglielmo di Nogaret, e disse che il Maestro non aveva altro modo di difendere l'Ordine dalle altre accuse mosse, che giacevano negli atti e nelle cronache a San Dionisio, e che risultava che lo stesso Maestro e gli altri Dignitari dell'Ordine avevano reso omaggio a Saladino, sultano di Babilonia, e che lo stesso Saladino aveva detto che i Templari erano dediti a ciò che era sodomia e violavano la loro legge e la loro fede. Il Maestro disse che era molto meravigliato da ciò che udiva, in quanto esso ed altri fratelli soldato dell'Ordine avevano ben combattuto il Saladino e i suoi Saraceni e che mai si era mostrato accondiscendente verso Saladino e mai aveva lui reso omaggio o vi si era riappacificato; ma il commissario regio aggiunse che altri Templari avevano detto che era vero, in quanto non potevano essere difese le fortezze e le magioni presenti  in Oltremare, in quanto circondate dagli stessi Saraceni e non giungevano rinforzi o vettovaglie dal re di Inghilterra. Il Maestro ascoltò in silenzio e per tutta risposta chiese che potesse ascoltare messa, avere una sua cappella e dei cappellani. I commissari, lodando la sua devozione, concessero tutto ciò al Maestro. Dopo di tutto questo, il lunedì  2 marzo i predetti signori commissari si riunirono di nuovo nell'aula e furono condotti alla loro presenza alcuni fratelli della Casa di Parigi dell'Ordine affinché venissero ascoltati perchè difendessero l'Ordine. I fratelli risposero nel modo seguente: il fratello Johannes de Turno, tesoriere del Tempio, rispose che nella situazione in cui si trovava, non poteva né voleva difendere il detto Ordine; il fratello Guglielmo de Arteblayo, già elemosiniere del Re, disse che non aveva alcunché da dire a difesa dell'Ordine; il fratello Filippo Agate disse che non era in grado né voleva difendere l'Ordine; il fratello Baldovino di San Giusto disse che non voleva difendere detto Ordine; di nuovo interrogato, il fratello Jacobus de Molayo, soldato e Gran Maestro del Tempio, se volesse difendere l'Ordine, rispose che tale cosa era riservata al Papa, e perciò supplicava i signori commissari che lo lasciassero libero di non parlare se non alla presenza del Papa e solo allora avrebbe detto ciò che riteneva necessario dire. I signori commissari replicarono che contro il singolo nulla potevano, ma dovevano proseguire nel processo all'Ordine nella sua interezza. Il Maestro chiese allora ai signori commissari che scrivessero al Papa affinché venissero convocati lui e gli altri, alla sua presenza, e i commissari risposero che lo avrebbero fatto il più presto possibile.
“Nel nome di Cristo, amen. Siano resi edotti tutti per questo pubblico presente atto che nell'anno del Signore 1307, indizione sesta, mese di ottobre, nel giorno 24 di stesso mese, anno secondo del pontificato di santo padre Clemente V, Papa per provvidenza divina, per quanto in proposito del religioso uomo Guglielmo de Parisius, dell'Ordine dei Predicatori, inquisitore nominato all'Eretica Pravità e deputato a ciò nel regno di Francia per autorità apostolica, nella Casa della Milizia del Tempio di Parigi per indagare contro ogni persona ivi esistente a lui denunciata per tale eretico crimine, alla presenza dei nostri pubblici notai, il fratello Jacobus de Molayo, Gran Maestro della Milizia dell'Ordine del Tempio, avendo giurato sul Vangelo a lui presentato e dallo stesso toccato, di dire in difesa di sé e degli altri nell'interesse della fede cattolica, piena e totale verità, e interrogato sul tempo e sul modo della sua accettazione nell'Ordine, rispose sotto giuramento che sono passati 42 anni da quando fu accolto presso la Milizia dell'Ordine del Tempio, dal fratello Umberto de Parado, milite e dei fratelli Amalrico de Ruppe e di molto altri fratelli di cui ora non ricorda il nome. Il Maestro disse sotto giuramento che dopo molte promesse che doveva rispettare e osservare, fra cui gli Statuti dell'Ordine, gli misero un mantello legato al collo e che gli fu recato avanti una croce in bronzo, nella quale c’era la figura del crocefisso, e che gli viene ordinato di rinnegare Cristo la cui immagine era lì, e che gli fu ordinato di sputare sopra l'immagine, ma lui sputò per terra. Interrogato su quante volte gli fu ordinato di sputare, egli rispose che sputò solo una volta, e a terra. Interrogato sul voto di castità, e se fosse disposto ad avere rapporti carnali con gli altri fratelli, rispose sotto giuramento che non lo fece mai, né mai ebbe rapporti carnali con gli altri fratelli; richiesto sotto giuramento se altri fratelli dell'Ordine venissero accolti con tali modalità, disse che non fu fatto ad altri quello che non fu fatto a lui, e rispose che comunque furono pochi. Tuttavia aggiunse, sempre sotto giuramento, che dopo aver accolto coloro che egli nominò, li consigliava di farsi da parte e fare ciò che dovevano; richiesto se avesse detto qualcosa di non vero nella sua deposizione per torture e per la paura del carcere o di violenze, rispose di no, ma disse di aver detto la verità per la salvezza della sua anima...”


Jaques de MolayChi era Jacques de Molay
Figlio del nobile Jean de Longwy e della figlia del re di Rahon nacque fra il 1240 e il 1250. Di lui non si sa molto dei primi anni d’infanzia e il suo cognome si pensi che derivi  dall’ipotetica città natale di Jacques, per l’appunto Molay presso Besancon.  
Nel 1265 Giacomo venne accolto nell'ordine dei Templari a Beaune. A condurre le cerimonie di iniziazione furono Ymbert de Peraudo e Amalric de Ruppe. Soltanto a partire dal 1270, però, il nome di Jacques de Molay appare negli annali. Lo si vuole in Outremer, cioè in Terra Santa. Nel 1285 venne nominato Conte di San Giovanni d'Acri, ma nel 1290 si stabilì a Cipro e pertanto non poté partecipare alla difesa di San Giovanni d'Acri nel 1291. Ancora nel 1291, in occasione di un Concilio dell'Ordine, de Molay manifestò la sua insoddisfazione riguardo alla situazione interna all'Ordine e dichiarò il proposito di introdurre cambiamenti. A partire dal 1294 ricoprì la carica di capo dell'Ordine. Non si sa bene questa sua forza da dove derivi e da chi fu sostenuto, tant’è che divenne Gran Maestro dell’Ordine e, suo malgrado, entrò nel mito e nella leggenda quanto e forse più del fondatore dell’Ordine stesso Hugo de Payns.

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