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La setta degli Assassini, viaggio tra mito, leggenda e realtà di un’utopia mistica e visionaria condivisa con i Templari

di Stefano Schiavi
Un appartenente alla Setta degli Assassini“….Ora dirassi del Veglio della Montagna... Nella sua corte, detto vecchio teneva giovani da 12 fino ai 20 anni, che li pareva essere disposti alle armi, e audaci, e valenti degli abitanti in quelle montagne, e ogni giorno gli predicava... questo è il comandamento del nostro profeta, che chi difende il signor suo gli fa andar in paradiso e se tu sarai obbediente a me, tu averai questa grazia: e con tali parole gli avea così inanimati che beato si reputava colui, a cui il Vecchio comandava, ch’ andasse a morire per lui…”.


Scriveva così Marco Polo nel celeberrimo “Milone” parlando del Vecchio della Montagna guida indiscussa degli hashiashin meglio conosciuta con il nome di Setta degli Assassini conosciuti tra le inaccessibili montagne di Persia in un favoloso castello. Secondo quanto raccontato e decritto alla fine del Duecento a Rustichello da Pisa, reale estensore de il Milione, il Vecchio della Montagna aveva creato un paradiso terrestre artificiale che ricalcavano i dettami del paradiso islamico declamato dal Profeta Maometto.

Ma chi erano questi temutissimi, misteriosi e stranissimi cavalieri musulmani?
Le controversie su di loro iniziano già sul significato del nome. Secondo alcuni è dovuto all’uso smodato che facevano dell’hascisch, forse un modo per combattere la paura del combattimento o per raggiungere il trascendente (cosa per altro normale per i sacerdoti di tutte le civiltà antiche) o forse per assoggettare la mente degli adepti. Dell’utilizzo di droghe ne parla anche Boccaccio, che a metà del XIV secolo, nella Novella 8 del terzo giorno del suo Decameron, narra la vicenda di Ferondo creduto morto dopo aver ingerito la misteriosa “polvere del Veglio”. Ma ancora prima di Boccaccio e Marco Polo, nel 1175 un legato del Barbarossa documenta il singolare processo di formazione a cui erano sottoposti i giovani che intraprendevano la via della Montagna.
Secondo altri, il popolo, Hashshashin, o Naziriti, sarebbe soltanto la trasposizione di assassini. In realtà, il termine potrebbe più semplicemente significare “seguaci di Hassan” o, addirittura, “seguaci degli asàs”, cioè i fondamenti.
Ma chi era Hassan? Chi era quest’uomo che conosceva il latino, il greco, il provenzale e il saraceno e sarà il più conosciuto leader di una delle sette più temute nel medio oriente la cui storia sembra incrociarsi incredibilmente e pericolosamente con i Templari?

Hassan ben Sabbah

Figlio di un mercante di etnia Khuzi fu compagno di studi del poeta Omar Khayyam, ben presto abbandona l’istruzione e sceglie la via del Signore della Montagna, della guerra e della Conoscenza che deriva dal Hassan ben Sabbahsuo schierarsi con la fazione minoritaria in cui l’Islam del Profeta Maometto si è frammentato. Anche Hassan risente delle scissioni in seno all’Islam a si divide tra i seguaci di Abu Bakr, cioè i sunniti, e i sostenitori di Alì, cugino di Maometto, cioè gli sciiti (quasi tutti persiani come Hassan).
Dopo la morte di Maometto gli sciiti credono che l’unico successore non possa che essere appunto Alì in quanto linea diretta di sangue con il Profeta. Infatti credono nella linea di sangue e nella discendenza diretta che, a partire da Adamo passando per Noè, Abramo, Mosè e Gesù arriva a Maometto (che aveva avuto come modello gli stiliti di san Simeone in Siria) e giunge, dopo la sua. Allo stesso tempo gli sciiti si dividono in tantissime correnti di pensiero, quasi quanti gli innumerevoli dialetti dell’arabo. Tra queste correnti c’è quella più conosciuta: quella degli Ismailiti, detti anche Settimani perché sostengono la legittimazione degli imam fino ad Ismahil, settima guida spirituale e successore di Jahfar al Sadiq. Si tratta di una corrente dell’Islam fortemente legata all’esoterismo. Forse è anche per questo che legarono profondamente con l’Ordine dei Cavalieri del Tempio.
Hassan sembra essere il discepolo ideale e nel suo peregrinare nelle terre della mezzaluna, riceve l’iniziazione al grado finale, quello della trascendenza assoluta, al Cairo città che dovrà abbandonare dopo aver sostenuto coi suoi uomini i fatimiti egiziani il cui regno si sgretolerà ben presto sotto la spinta dei califfi turchi. La fuga da Il Cairo sarà foriera delle fortune di Hassan e dei suoi adepti. Nel suo lungo peregrinare raggiunge il Mar Caspio e più a sud la provincia di Qazvin in quello che oggi è chiamato Iran.
A 2000 metri di altezza sorge un’antica roccaforte, quella di Al Amut (Nido dell’aquila), che lo storico e geografo persiano Hamdollah Mostowfi afferma costruita nell’840. Si tratta di una fortezza imprendibile ed impenetrabile, ma non per lui e per i suoi uomini. E’ il 1090, una data importante anche per i Templari, ma importante soprattutto per lo scontro tra l’occidente cristiano e l’oriente islamico con l’arrivo in medio oriente della Prima Crociata.
Per le popolazioni del posto e per le leggende che nasceranno da quella conquista Hassan diventerà Sheikh-el-Jebel, il Vecchio della Montagna.
E la sua leggenda, e quella dei suoi uomini, si radicherà talmente nell’immaginario collettivo europeo che il termine Assassini entrerà a  far parte dell’uso comune indicando il profilo del più spietato tra i sicari. Un uso del termine che ancora oggi trova uso comune nel nostro vocabolario.

La Setta degli Assassini

Secondo alcuni storici quella degli Assassini non sarebbe altro che la frangia integralista degli ismaeliti, insomma l’ala radicale di un movimento già di per sé revisionista. Una sorta di Al Qaeda quindi? Pedine di un gioco politico più grande e strumento di una lunga mano che utilizzava questi uomini per combattere e contrastare gli eserciti crociati? Il paragone è improponibile e certamente azzardato sia per la situazione storico/politica sia per la concezione religioso/esoterica della setta, costituita esclusivamente da iniziati, proprio come i Templari che privilegiavano  un’interpretazione simbolica del Corano e professava una spiritualità neoplatonica sconosciuta al resto dell’Islam. E, a differenza degli altri fedeli dell’Islam, gli adepti alla setta non rispettava le normali preghiere e la pratica del digiuno.
Le differenze nei precetti con i loro correligionari erano abissali, al limite se non oltre il concetto dell’eresia molto in voga nel cristianesimo. Talmente tanta al differenza che gli “Assassini” ritenevano che vi fossero nove livelli nella spiritualità e che soltanto quando tutti i fedeli avessero raggiunto l’ultimo livello, solo allora, sarebbe arrivato il Mahdi: il Redentore o il Messia. Negavano la proprietà privata, poiché i beni della Terra dovevano essere goduti da tutti. Ma, ancora di più e probabilmente l’eresia maggiore per un musulmano, consideravano demoniaca sia l’adorazione della Qa’aba, la pietra sacra che si trova alla Mecca sia il culto di qualsiasi santo, compreso il profeta Maometto. Insomma monoteisti integralisti.
In questo alone di mistero e misticismo una sola cosa è certa: non erano loro ad essere usati nello scacchiere mediorientale ma erano loro che muovevano le pedine della politica. Così come dimostra il sostegno che diedero ai fatimiti nella conquista dell’Egitto salvo poi abbandonarli al loro destino e passare con i loro nemici storici: i Naziriti.
Di certo Hassan e i suoi uomini possono annoverarsi tra i rivoluzionari se non fosse altro per il tipo di strumenti di lotta che attuarono: l’omicidio politico dei tiranni. Certo l’assassinio politico è vecchio quanto il Cerimonia templare con Bafomettomondo, ma l’averlo elevato a strumento di lotta politica fa di loro dei rivoluzionari. I primi a rendersene conto non saranno i crociati o i cristiani ma gli uomini simbolo del potere sunnita.
A cadere sotto i pugnali degli inviati di Hassan fu Nizàm al-Mulk: visir del sultano Malik-Shah. Era il 16 ottobre del 1092, quattrocentosettantesimo anno dell’Egira, e la grande crociata che avrebbe conquistato Gerusalemme era ancora lontana. Quel giorno il gran visir tornava al suo harem dopo le solite udienze quando incappò in un derviscio. Un attimo dopo quello che all’apparenza sembra un sant’uomo gli conficcava la lama di un pugnale nel cuore. Gli “Assassini” erano maestri nei travestimenti che utilizzavano ad ogni omicidio e le loro azioni avvenivano sempre in pubblico. Niente veleni né armi a distanza, . solo la lama di un coltello. E’ un vero e proprio rituale con una gestualità precisa ed una pianificazione meticolosa e precisa che rende la morte violenta, l’omicidio, un atto sacrificale voluto dal Signore della Montagna perché il sangue della vittima non è altro che una purificazione delle mani dell’adepto.
Chi lo commetteva era in sostanza un kamikaze moderno in cerca del martirio per giungere al Paradiso chi cui il possedeva le chiavi il “Vecchio della montagna”. Ed è per questa determinazione e per il fatto che la vulgata popolare voleva che
in ogni città esisteva un nucleo di “Assassini” che il terrore si sparse in tutto il medio oriente. Ne sapevano qualcosa gli emiri di Mossul, Bursuq ed il suo successore Zinki, caduti sotto i colpi dei pugnali degli “Assassini”.
Secondo i registri naziriti, durante il “regno” di Hassan sono più di cinquanta i musulmani sunniti che cadono sotto le lame degli “Assassini”. La lunga mano di Hassan arriva ovunque, dalla Persia alla Siria al Libano alla Palestina. A cadere anche il signore di Homs e il comandante delle milizie di Aleppo. Nel libro nero del Grande vecchio finì anche Saladino che riuscì a stento a sfuggire a diversi attentati.
Hassan si sente ormai un giustiziere e con lui tutti i suoi adepti, tanto che nel 1163 nel peno di un vero e proprio delirio messianico il Vecchio della montagna, convinto che l’arrivo del Mahdi sia vicino, decide di abrogare le leggi del Profeta. Le parole di Maometto non sono più vincolanti. Hassan e i suoi uomini sono letteralmente fuori dall’Islam.
Ma tra il delirio mistico-religioso e quello politico la forza ed il potere della Setta degli Assassini cresce a dismisura tanto che nel 1173 Amalrico, Re di Gerusalemme, arriva ad intavolare autentici processi negoziali per raggiungere un’alleanza con la setta.

Templari  e Gran MaestroGli Assassini e i Templari, guerra e pace tra misticismo e politica

Quella tra i Templari e la Setta degli Assassini è stata una storia piena di colpi di scena, di rapporti sotterranei, di combattimenti violenti e di strade parallele e spesso di convergenze. Oggi, al di la delle congetture, delle leggende, delle dicerie esiste una prova certa e documentale dei rapporti tra l’Ordine monastico e la Setta di Hassan.
In un atto custodito nell’Archivio di Stato di Siena si fa esplicitamente riferimento a un contratto tra la “Militia Templi” e “gli Ismaeliti” noti come gli “Assassini” per una fornitura di armi, con tanto di lauto compenso per i Cavalieri di Cristo. E’ uno dei pochi atti che è giunto a noi o, quanto meno ritrovato.
Altro legame acclarato è dato dall’esistenza documentale di un tributo che il Vecchio della montagna versava annualmente ai templari. Si tratta di un documento datato 1140 sotto il Gran Maestro Robert de Craon, successore del fondatore Ugo de Payen.
Per ora è ben poca cosa ma il fatto che i Templari rifornissero di armi gli “Assassini” è sicuramente una conferma di quei contatti, per lo più misteriosi che continuano a rimanere tali e avvolti dal solito alone della leggenda. Così come non si hanno notizie certe sul fatto che più di un Gran maestro dei Templari abbia incontrato i leader degli Assassini. Siamo sempre nel campo delle ipotesi ma la realtà è ben più vicina alla leggenda di quanto si possa credere. Insomma i rapporti c’erano e forse erano ben più saldi di quello che si possa pensare. A questo punto ci si deve interrogare su quanto sia una semplice diceria quella di un disegno segreto che contemplava un regno Templare in “Oltremare” che andava da Gerusalemme ad Aleppo costruito anche grazie agli “Assassini di Hassan. Realtà? Utopia? Lucida follia?
Nel gioco della strategia politica e nella gestione del potere tutto è possibile, del resto il potere templare in Palestina, Siria e territori d’Oltremare, nel giro di pochi anni, divenne smisurato.
Mito e realtà si fondono in maniera inscindibile sia per i templari che per gli “Assassini”. Del resto ad alimentare il tutto giocano fattori reali come i contatti intrattenuti dai monaci guerrieri con il con la cultura mistica islamica e quella ebraica, e con il retaggio della gnosi neoplatonica cristiana. Entrambi erano border line e, probabilmente, over line. Se, come abbiamo visto, Hassan arrivò a cancellare i precetti stabiliti dal Profeta, i Templari nutrirono forti simpatie, oltre che per gli “Assassini” anche per tutte quelle forme di spiritualità cristiana in odor di eresia o di eresia pura. In fondo si era in un periodo di fortissimi fermenti spirituali e di grande decadimento della Chiesa. Di qui le forti simpatie per i francescani spirituali e i “contatti” e le simpatie per i Catari. Rapporti e simpatie che attirarono verso l’ordine monastico le ire della Chiesa e del Papa che però “passavano sopra” o “ignoravano” perché le casse templari finanziavano abbondantemente la corte papale.

L’arrivo a Gerusalemme dei nove templari che diedero vita all’Ordine dei poveri cavalieri di Cristo, la loro ricerca per nove anni sotto i resti del Tempio, fu vista, con molta probabilità, come una possibilità di realizzare intese utili al peroramento della sua causa all’interno del mondo islamico. Quindi non appare strano se riteniamo realistiche le notizie riguardanti il fatto che i templari furono più volte ospitati nel castello di Al Amut tanto che si dice, si parla, ma non è mai stato confermato, di un factum sceleris tra templari e “Assassini”.
E probabilmente questo patto segreto esisteva realmente dato che Gregorio IX, nel 1236, fece un rimprovero deciso ai Templari.
Legami non solo economici e politici ma mistici e spirituali appaiono concreti anche in alcune lettere, tre per la precisione, che il Gran Maestro di Provenza, Inghilterra ed ancora Provenza, Roncelin de Fos, invia a metà del Trecento a Richard de Vichiers, probabilmente fratello del Gran Maestro Rinaldo, e vissuto nella domus templare di Pieusse. Nelle lettere si fa esplicitamente riferimento alla misteriosa divinità chiamata Bafometto, un idolo pagano con evidenti collegamenti con l’universo alchemico. Di questa misteriosa venerazione vengono sospettati anche gli Assassini oltre che i templari il che lega le due sette in maniera inscindibile.
Così diversi eppure così simili Templari e “Assassini” entrambi furono portatori di visioni politiche differenti e spregiudicate, avvolte da un alone di misticismo commisto a una vita militaresca fatta di sangue e violenza. Entrambi hanno abbigliamenti di colore bianco e rosso e una organizzazione rigidamente gerarchica condita da una filosofia misterica e da pratiche occulte che tali restano ancor oggi.
Ed è anche a questo legame che i cristiani, fino al 1173, non subirono attacchi degni di nota dagli “Assassini”. Anche se si sospetta che i Templari si siano serviti dei sicari della Montagna, assoldandoli per la realizzazione di alcuni omicidi politici di pretendenti al trono di Gerusalemme.
Questo non vuol dire che tra loro non sia mai scorso sangue. Anzi.
I buoni rapporti tra regni cristiani e la Setta di Hassan stavano per sfociare in una vera e propria alleanza. Siamo nel 1172, i negoziati sono a un buon punto specie se vista nell’ottica di contrastare l’ascesa del califfo turco della Siria, Nur ed Din e di un accordo più grande che comprendeva accordi con Bisanzio, il Cairo e tutti coloro che volevano contrastare Nur ed Din.
Incredibilmente, ma nemmeno poi tanto, gli accordi fallirono proprio ad opera dei templari che, probabilmente, vedevano nell’alleanza una sorta di tradimento o, molto più probabilmente, la compromissione del loro piano di costituire un regno templare. Fatto è che a far fallire gli accordi fu il massacro di un gruppo di Naziriti avvenuto nel 1172 ad opera di un templare.
Eppure, nonostante tutto, il tentativo di accordo non venne abbandonato dal Vecchio della montagna se non quando, dopo la morte di Amalrico, il conte di Tripoli Raimondo III si oppone con fermezza all’alleanza il che gli costerà la vita. Lo seguirà, venti anni dopo, il marchese di Monferrato Corrado degli Aleramici, si deve a lui la difesa e la vittoria di Tiro contro le truppe del Saladino che nel frattempo ha conquistato Gerusalemme. Una vittoria che gli garantì la corona del regno di Gerusalemme. E fu forse questo che il Marchese italiano pagò quando venne assassinato da due arabi, travestiti da monaci e da poco convertiti al cristianesimo che, catturati, confessarono che il mandante era Riccardo Cuor di Leone. Ma il Planageneto non c’entra nulla con la cospirazione e l’assassinio. L’ordine era arrivato da Al Amut.
Raimondo, figlio di Boemondo IV di Antiochia, viene invece assassinato in una chiesa di Tortosa, nella provincia spagnola di Tarragona. Davanti al re di Francia Luigi IX il Santo si presentano due misteriosi emissari che richiedono con veemenza il pagamento di un tributo a loro dire già corrisposto al loro signore dall’imperatore di Germania, dal re d’Ungheria, dal sultano di Babilonia e da altri, affinché questi permetta loro di vivere. Luigi IX morirà appena giunto a Tunisi così come il Signore di Tiro Filippo di Montfort cade per mano di sicari la cui mano sembra avere un braccio ben preciso.

La fine di un “sogno” e di un regno di terrore e sangue

E il 1124 quando Hassan, fondatore della Setta degli “Assassini” muore portandosi dietro tutto quel carico di misticismo, di spregiudicate azioni, di accordi segreti e eresie islamiche. Quando muore il Vecchio della montagna i membri della setta erano circa 60mila, un esercito sterminato per quell’epoca. Uomini pronti, tutti, all’estremo sacrificio in nome di Hassan ben Sabbah. I suoi successori proseguirono nel solco tracciato dall’uomo che aveva sognato un’utopia possibile ma pian piano nel tempo l’influenza ed il potere degli “Assassini” si ridimensionò soffrendo, probabilmente, lo strapotere turco sempre più crescente e le consequenziali sconfitte dei crociati e dei templari. La storia sanguinaria della setta si chiude con un accordo non rispettato e, ironia della sorte, nel sangue.

Nel dicembre 1256, Hulagu Khancome lancia l’offensiva mongola in medio oriente penetrando fin nel profondo dell’Islam. In questa avanzata l’orda mongola si trova sulla strada la fortezza di Al Amut comandata dal giovane Ruknud-Din Hasan che, forse per la giovane età, 26 anni, forse per eccesso di mediazione depone le armi appellandosi alla clemenza del Khan. Un gesto poco apprezzato dai mongoli che da guerrieri non sopportano la diplomazia. E’ la fine dei Niziriti, dell’epopea della Setta degli Assassini, del sogno ismailita, e dell’ultimo Vecchio della montagna che viene condannato a morte.
Il sogno è distrutto, la setta sgominata, ma qualche guizzo, qualche lama ancora viene brandita dagli ultimi irriducibili.
E’ il 1270, l’anno dell’ottava e ultima crociata, che mette definitivamente la parola fine della presenza occidentale in Terra Santa spezzando un sogno che aveva visto  frange cristiane e musulmane pensare la creazione di un nuovo ordine mondiale, transfrontaliero, transreligioso. Una minaccia non da poco che avrà un triste epilogo sia per gli “Assassini” sia per i Templari. Un sogno fatto di intrecci politici e guerra, omicidi e religione, fanatismo e deliri messianici, accordi segreti ed esoterismo, potere e denaro, ideali e ricerca degli antichi saperi.

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