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Priscilliano e il priscillianesimo, anatomia di un’eresia

Priscillianodi Stefano Schiavi
Se ci si dovesse soffermare alla cinematografia hollywoodiana si avrebbe un quadro decisamente ridotto e fuorviante della storia del cristianesimo nel suo complesso. Infatti i primi secoli della nuova religione monoteista sorta in Palestina non furono caratterizzati soltanto dalle persecuzioni perpetrate dagli imperatori romani ma, anche, da durissimi scontri interni al cristianesimo stesso. Questi contrasti trovano la loro ragion d’essere in quello che poi, nella storia, verranno conosciute come “eresie”.


Del resto il cristianesimo, fin dalla sua nascita, ha presentato un assetto ideologico-dottrinale non sempre unitario almeno fino al Concilio di Nicea (325) quando la Chiesa di Roma, ama anche quella d’Oriente cominciò a delineare linee dogmatiche unitarie. Ciò venne avvalorato soprattutto dalla comparsa di numerosi Vangeli Apocrifi cioè sconosciuti o segreti (come si traduce correttamente Apokryphos) e non nell’accezione sorta dopo il terzo secolo di non autentico quando si cominciò a mettere al bando testi “fuorvianti” compilando invece elenchi di testi “canonici” cioè conformi alla dottrina.Vere e proprie “guerre” intellettuali, teologiche e filosofiche tra i Padri della Chiesa, difensori del cattolicesimo ufficiale e quelli che potremo chiamare “campioni” del libero pensiero legati, comunque, a concezioni dottrinali derivanti da interpretazioni dei vangeli, della Trinità e della Natura dello Spirito Santo, ma anche della verginità della Madonna o sulla natura dell’anima umana e sulle differenze esistenti fra le Tre Persone della Divina Trinità., fuori dai canoni della Chiesa ufficiale. Si originò così una proliferazione smisurata di dottrine, di idee, di mitologie, di cosmogonie, di escatologie, di favole e di credenze. Queste dottrine “eretiche” per la Chiesa di Roma, seppero però essere così affascinanti da attrarre intellettuali e filosofi, incantati dalla Pistis Sophia, del Pleroma, delle Ipostasi degli Arconti, dell’Autogenerato e deLimbourg Brothers, il corpo ed i segni zodiacali relativil Demiurgo.
Del resto molti intellettuali dell’epoca ritrovarono in queste “eresie” buona parte dell’antica filosofia neoplatonica, stoica e aristotelica che ancora costituiva la colonna portante della cultura filosofica antica.
Anche se, va detto, gli gnostici affondarono a piene mani nella filosofia di Platone o di Plotino, le loro dottrine restano intrise di elementi della cultura giudaica, frigia, egizia, siriaca ed iranica.
Probabilmente fu proprio questo mix che permise agli gnostici di “sbarcare” non solo tra le classi colte, ma anche tra le plebi delle grandi metropoli, le quali, pur nell’ignoranza, partecipavano con passione alle dispute teologiche.
Non è dunque un caso se tra il II e il V secolo dopo Cristo, in città come Edessa (dove pare si trovava il famoso Mandylion o Sacra Sindone che dir si voglia), Cesarea, Alessandria, Tessalonica, Atene o Palmira (la città della famosa regina Zenobia), ma in genere nelle maggiori città dell’Asia Minore e dell’Impero romano d’oriente, si poteva assistere a feroci discussioni tra ariani e pauliciani, arcontici e seleuciani, bardesaniti e basilidiani, saturniani o valentiniani.
Dispute teologiche interminabili, accesissime, che si protraevano per ore ed ore, coinvolgendo passanti, mendicanti, stranieri, mercanti, talora persino soldati, e che terminavano in feroci risse e, talvolta, in rivolte popolari e a sommosse duramente represse dai soldati imperiale. Tra le sette più duramente colpite, specie dagli imperatori Teodosio e Giustiniano dopo l’ufficializzazione come religione ufficiale di Stato, dalla repressione i Pepuziani in Frigia, i Circoncellioni in Numidia, i Pauliciani in Asia minore, i Bardesaniti in Siria, i Manichei in Egitto e in Palestina.
Eppure queste sette sopracitate non erano tra le più violente come: i Carpocraziani, i Fibioniti, i Cainiti, i Paterniani, i Menandriani, i Barbelognostici, ma a differenza di queste erano molto più incisive e pericolose politicamente perché raggiungevano vasti strati sociali dell’Impero minando le fondamenta della Chiesa ufficiale. Insomma la guerra alle “eresie” non fu altro che il classico intreccio tra politica e religione utilizzata dai contendenti per eliminare i “nemici” che minacciavano sia il potere imperiale sia quello spirituale. Una vera lotta fratricida senza esclusione di colpi.
Ed è probabilmente in questo gioco fatto di potere politico e religioso che incappo Priscilliano, il primo “eretico” consegnato dalla Chiesa di Roma al potere temporale dell’Imperatore e messo a morte.

Priscilliano e il priscillianesimo

Nato in Spagna, probabilmente nella provincia romana della Gallaecia (l’attuale Galizia) nel 340 da una famiglia di classe senatoria, come detto, ha il non invidiabile primato di essere il primo “eretico” e vescovo ad essere giustiziato.
Formatosi alla scuola del retore Delphidius a Burdigala (l’odierna Bordeaux), di ritorno dalla Gallia, unitamente al suo mentore/retore e a sua moglie Eucrocia, fondò una comunità di tendenza rigorista. Siamo nel 379 quando Priscilliano inizia la sua predicazione in terra galiziana dove le sue idee riscossero, subito, un gran successo soprattutto tra le classi popolari per il suo rifiuto di “unione” tra potere imperiale e potere spirituale della Chiesa unita alla battaglia (comune un po’ a tutte le eresie) alla corruzione e all’arricchimento delle gerarchie ecclesiastiche. Priscilliano riteneva che il mondo fosse conteso tra Dio e il Maligno, un mondo in cui le anime umane erano costituite dalla stessa natura e sostanza di Dio, il che le rendeva capaci di resistere alle tentazioni del Maligno.

Secondo Priscilliano fu il Maligno a creare il mondo materiale nel quale viviamo, e lo creò apposta per sedurre le anime umane e imprigionarle nella materia, chimera allettante e letale, la quale le ottenebra e le mantiene prigioniere grazie al fascino esercitato su di esse dai piaceri sessuali (ma potrebbe essere non vera questa ultima ipotesi).

Sempre secondo Priscilliano, ogni anima umana è legata ad un astro e questo, con i suoi benefici influssi, può aiutarla a sottrarsi alla prigionia della materia. Inoltre, sembra che Priscilliano, al pari di altri gnostici licenziosi (ma potrebbe essere una menzogna diffusa ad ulteriore discredito della setta, in quanto le testimonianze antiche affermano che i priscillianisti avevano una rigida morale e praticavano astinenze sessuali, digiuni e distacco dai beni terreni) ), sostenesse che le anime, se vogliono sublimarsi ed elevarsi verso la sfera spirituale dell’esistenza, debbano prima mortificare il corpo immondo in cui sono rinchiuse, attraverso l’abbrutimento osceno nei piaceri carnali e nei gorghi delle bramosie sessuali, in quanto, soltanto dopo essersi abbrutita nelle laide bassezze della carne, l’anima è veramente disciolta da ogni appetito terreno e libera di ascendere verso le vette della suprema conoscenza spirituale.

Priscilliano, dipinto all'interno di una Domus al Celio (Roma)Lo scontro con le gerarchie ecclesiastiche

La reazione ecclesiastica non si fece attendere. Igino da Cordova inviò una lettera ad Hidacio, vescovo della sede vescovile di Emerita Augusta (capitale della diocesis Hispaniarum) informandolo sulla predicazione di Prisilliano e, soprattutto, della penetrazione delle sue idee tra la popolazione.
L’anno seguente (nel 380) Igino e Hidacio, unitamente a Itacio di Ossonoba decisero così di convocare un Concilio a Cesareaugusta (oggi Saragozza) con l’intento di condannare Priscilliano e il priscillianesimo e bloccare sul nascere l’ennesimo sommovimento sorto dopo i concili di Nicea (325) e di Costantinopoli (381) dove venne sancito il dogma trinitario in cui Padre, Figlio e Spirito Santo erano un unico Dio e che impose la supremazia della Chiesa di Roma su quella orientale in virtù della comunità creata da Pietro e da Paolo discepoli ai quali Gesù aveva affidato il compito di “cristianizzare” il mondo.
Un movimento ben più vasto di quello che si potesse pensare e, per comprendere il timore della Chiesa cattolica ufficiale basta guardare la composizione del sinodo al quale erano presenti due vescovi aquitani e ben dieci spagnoli. E’ evidente che parliamo di una “eresia” che aveva varcato i Pirenei e abbracciava vaste zone di Spagna e Gallia (Francia).
Insomma, il movimento ascetico di Priscilliano era in forte ascesa e preoccupava i vertici ecclesiastici.
Ma il concilio di Cesareaugusta fu controverso e non sortì gli effetti desiderati poiché non erano presenti i due vescovi accusati di priscillianesimo, Instacio e Salviano. Inoltre il vescovo di Astorga, Simposio (che ebbe poi grande influenza su Priscilliano e sui suoi seguaci), abbandonò la riunione il giorno dopo l’inizio del “processo”. Così al vescovo Valerio, che guidava il sinodo, non rimase altro che seguire i consigli di Papa Damaso: evitare condanne in assenza degli imputati.
Imputati che poco dopo la chiusura del fallimentare sinodo elessero Priscilliano vescovo di Abula (l’attuale Avila).
Ma la guerra tra le gerarchie ecclesiastiche proseguì su tutta la linea. Alla fine Hidacio ottenne una vittoria insperata, dopo aver scritto una lettera ad Ambrogio, Vescovo di Milano che era anche la città sede del potere imperiale, ottenne un decreto dell’Imperatore Graziano che scomunicava Priscilliano e i suoi seguaci esiliandoli dalle loro stesse sedi.

Priscilliano a Roma e Milano

Nel 382 il fondatore della setta decide di recarsi a Roma per incontrare Papa Damaso e discolparsi dalle accuse. Ma il Papa non lo ricevette poiché affermava che non era nel suo potere annullare un decreto imperiale. Di fatto Papa Damaso evitò di impelagarsi in uno scontro politico con l’Imperatore e, allo stesso tempo, di sostenere un confronto di tipo teologico.
Priscilliano si recò, così, a Milano e, approfittando dell’assenza dell’Imperatore riuscì a convincere al suo magister officio rum ad annullare il decreto di scomunica ed esili.
Con tale vittoria in tasca fece ritorno in Spagna. Rovesciando le posizioni riuscì ad accusare Itacio di turbare la Chiesa con le sue azioni ottenendo anche un ordine di cattura nei confronti del suo detrattore emesso dal proconsole Volvenzio. Decreto che non fu mai eseguito per la fuga di Itacio a Treviri sotto la protezione del vescovo Britto.


L’intrigo politico e la condanna

Lo scontro era ormai a livello di potere sia politico che spirituale ed è qui, in questo ambito, che Priscilliano troverà la sua morte. Lo scenario Santiago de Compostela Cattedraledel basso impero ormai in decadenza è quello che generò la fine del priscillianesimo. Sulla scena si affaccia Magno Clemente Massimo, governatore della Britannia che nel 383, con un esercito di 130mila legionari attraversa la Gallia facendo fuggire l’imperatore Graziano che viene ucciso in una imboscata presso Ligdunum (l’odierna Lione). Nominato dalle sue legioni Imperatore d’Occidente, Magno massimo deve subito trovare sostegni politici e…spirituali per contrastare l’opposizione dell’Imperatore d’Oriente Teodosio che non vedeva di buon occhio la defenestrazione di Graziano.
Così Magno Massimo cerca immediatamente il sostegno della Chiesa di Roma che, a sua volta, aveva bisogno del sostegno politico per affrontare le numerose eresie che imperversavano sia ad Oriente che in Occidente.
Roma e Milano unite nel contrastare l’avanzata del priscillianesimo che ormai avanzava, dalla Spagna verso tutta la Gallia. Oltre al discorso politico-religioso, si inserisce nella partita a scacchi tra Priscilliano e l’alleanza imperial-papale la questione “monetaria”. Pecunia non olet disse un Imperatore romano tassando anche la raccolta di “pipì” e da allora tutto fu permesso a livello pecuniario. Tutto fu ben congeniato: una sentenza per eresia portava poco nelle casse ecclesiali e poco importava al nuovo Imperatore. Così si arrivò a mettere in piedi un processo ad hoc nel quale condannare i vescovi eretici per “maleficium” in quanto tale sentenza non intaccava il patrimonio ecclesiastico che rimaneva tale ma permetteva al fisco imperiale di requisire tutte le proprietà personali degli accusati e di norma i vescovi erano tutti provenienti da famiglie patrizie.
Il nuovo Concilio si tenne a Burdigala/Bordeaux. Stavolta Priscilliano e i suoi seguaci furono presenti e subirono l’inevitabile condanna di eresia. Priscilliano abbandonò il sinodo e si recò a Treviri, in Germania, dove Magno Massimo aveva stabilito la sua sede imperiale, nella speranza di convincere l’Imperatore a difendere la sua setta. Ma prima di lui era arrivato Itacio, suo acerrimo nemico. Il dado era tratto. Appena giunto a Treviri Priscilliano fu arrestato con l’accusa di praticare riti magici, uso di erbe abortive e astrologia cabalistica, in sostanza era accusato di empietà e stregoneria. Accuse che lo stesso Priscilliano confessò dopo essere stato sottoposto a tortura. Una confessione estorta che lo condusse direttamente al patibolo. Era il 385 quando il vescovo di Avila venne decapitato unitamente ad alcuni suoi seguaci tra i quali Latronico, Cammini per CompostelaAurelio Armenio e Eucrocia la vedova del suo mentore e retore Delphidius.
Una condanna che per la sua brutalità fece tuonare personaggi della Chiesa come Martino di Tour e il vescovo di Milano, Ambrogio. Priscilliano fu il primo eretico affidato dalla Chiesa cattolica all’autorità civile affinché venisse giustiziato anche se, come abbiamo visto, ben poco di ereticale c’era da condannare. Una pratica che si diffuse sempre più come lotta alle eresie soprattutto nei territori dell’Impero romano d’Oriente ma anche nell’impero Sasanide (Persia) dove un secolo prima venne giustiziato Mani il fondatore del manicheismo.

L’enigma della tomba a Santiago de Compostela

La morte di Priscilliano mise però fine alle sue teorie che continuarono a resistere nel tempo, anche se poi, pian piano ritornò nell’alveo del cattolicesimo. Almeno così parve perché, attorno alla figura di Priscilliano sorse, come spesso accade anche oggi, una leggenda che vuole che il suo corpo riposi, in realtà, dove oggi tutto il mondo cattolico venera le spoglie di San Giacomo Maggiore: a Santiago de Compostela. Insomma, con un artificio alquanto macchinoso i fedelissimi priscilliani fecero passare per le spoglie di San Giacomo quelle del loro leader. Una teoria mai provata e che mai lo sarà. Priscilliano o San Giacomo che sia resta un dato di fatto: dopo 2.000 anni quel luogo è ancora meta di pellegrinaggi continui e comunque un luogo di fede a prescindere da chi vi sia sepolto realmente.

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