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L’acquedotto romano di Civitavecchia

Uno degli archi dell'acquedotto a CivitavecchiaDi Roberta Galletta
Utilizzati  già dai popoli del Medio Oriente e dagli etruschi, gli acquedotti furono di vitale importanza per lo sviluppo dell’Impero Romano. Civitavecchia conserva all’interno della Vallata della Fiumaretta la struttura praticamente intatta dell’opera realizzata dall’imperatore Traiano per far arrivare l’acqua al porto e alla città di Centumcellae.

Gli antichi acquedotti, così come oggi li conosciamo, con le celebri e magnifiche strutture monumentali, le arcate, che caratterizzano molte zone di Roma, non furono un’invenzione romana come erroneamente si crede. Usati fin dal VII secolo a.C. dalle popolazioni del Medio Oriente che riuscirono a costruire dei sofisticati impianti di irrigazione, gli acquedotti risultarono nel tempo materia specifica  dei romani che, grazie all’organizzazione e al controllo del vasto impero e soprattutto alla loro capacità di assorbire e sintetizzare ciò che di meglio potevano imparare dalle popolazioni vicine e conquistate, divennero i migliori costruttori di queste essenziali strutture. Attraverso di esse gli imperatori che si susseguirono dal 312 a.C, anno della costruzione del primo acquedotto di Roma chiamato Aqua Appia, diffusero l’approvvigionamento idrico in tutto il territorio da essi controllato, dai centri abitati alle zone periferiche.
In particolare Roma fu dotata, nel corso di cinque secoli, di ben 11 acquedotti che per la loro perfezione ed ingegnosità furono poi recuperati e restaurati durante i secoli del potere dei Papi,  fino ed essere ancora oggi parte integrante  in molte città moderne nel trasporto del prezioso liquido. Le strutture erano molto sofisticate, tanto da non avere eguali per oltre 1000 anni dopo la caduta dell’impero romano. Dietro la costruzione di ogni singolo acquedotto c’era, infatti, uno studio meticoloso del territorio che doveva essere attraversato per superare avvallamenti, pendenze, fiumi, fossi e impedimenti naturali, poiché non esistevano i mezzi meccanici e tecnici che sono invece oggi utilizzati negli acquedotti moderni per permettere che l’oro blu esca semplicemente da un rubinetto.

L’acquedotto di Centumcellae-Civitavecchia

Contemporaneamente alla costruzione del porto traianeo e alla fondazione della città di Centumcellae, tra il II e il III secolo d. C., venne costruito un acquedotto per permettere l’approvvigionamento idrico per la popolazione che stava diventando parte integrante dell’impianto civico costruito alle spalle del porto, lungo i due assi viari, il Cardo Massimo e il Decumano di cui oggi, come abbiamo già ricordato, restano numerose testimonianze nel sottosuolo della città.
La città romana, infatti, era ormai già vitale dopo solo qualche anno dalla fondazione del porto e, proprio perché la popolazione era diventata numerosa, l’imperatore Traiano decise che,  accanto alla costruzione  del suo grandioso scalo portuale dovesse essere messa in cantiere anche l’edificazione di un grandioso acquedotto che provvedesse alla fornitura di acqua  potabile per la nuova città.
Per iniziare i lavori dell’imponente ed impegnativa struttura furono aperte cave di pietra e di vari materiali, fornaci per produzione di mattoni e strade di servizio per il passaggio degli uomini e dei carri, ancora oggi percorribili e giunte fino a noi grazie al recupero che, alla fine del XVII secolo, venne fatto dell’intera struttura da Papa Innocenzo XII.
Se infatti oggi abbiamo memoria tangibile di tutto il percorso dell’acquedotto di Traiano è grazie alla perfezione dell’antico tracciato romano, talmente funzionale ingegnoso da essere recuperato e restaurato dopo oltre quindici secoli per dotare la città di Civitavecchia di acqua fresca e abbondante.
La fontana del Vanvitelli al porto di CivitavecchiaIl  progettista dei lavori, l’architetto Carlo Fontana, fece infatti riferimento alle  due sorgenti già utilizzate in precedenza,  quella del Passo della Vecchia, detta anche dei Cinque bottini, e quella della Trinità.
La costruzione di questa importante opera iniziò nel 1692 e terminò nel 1702 quando fu condotta a termine dal successore di Innocenzo II, Clemente XI, facendo giungere il prezioso liquido alla fontana  del Vanvitelli al porto, fontana mostra (così è chiamata convenzionalmente la parte terminale del percorso di un acquedotto, es. la fontana di Trevi a Roma è la fontana mostra dell’Aqua Virgo) dell’acquedotto innocenziano ed a tutte le altre  fontane di Civitavecchia.
L’antico acquedotto assicurò l’approvvigionamento idrico sino alla fine del XIX secolo. In seguito fu  sostituito da una tubatura metallica che, seguendo in gran parte il medesimo percorso, continuò a rifornire Civitavecchia fino sino agli anni cinquanta del XX secolo.


Lo studio e l’analisi del percorso dell’acquedotto di Traiano- Innocenzo II di Ennio Brunori

Uno studio interessante e approfondito della struttura dell’acquedotto di Traiano è stato fatto circa dieci anni fa dal compianto Ennio Brunori, studioso e profondo conoscitore del territorio civitaveccheise e non solo che ha analizzato con dovizia di particolari tecnici tutto il percorso della monumentale opera. L’analisi archeologica e tecnica è conservata oggi  presso l’Archivio Storico di Civitavecchia.
In particolare Brunori ha ricostruito tutti gli elementi esterni e sotterranei che, attraverso l’opera romana, portavano l’acqua dalle sorgenti a Centumcellae per 35 km.
Le sorgenti idriche di acqua che potevano dare la quantità di acqua necessaria furono, infatti,  individuate dagli ingegneri di Traiano nella zona intorno a Centumcellae, oggi identificata tra Allumiere e Tolfa. Era infatti  necessario trasportare l’acqua per tanti km in un percorso non lineare e con pendenze diverse. Per questo Traiano dispose l’edificazione di un acquedotto il cui percorso fu disegnando proprio seguendo il tracciato più veloce e semplice per condurre il prezioso elemento nella città romana.
Le sorgenti oggi chiamate  Passo della Vecchia e  Trinità si trovavano a 300 metri sopra il livello del mare. La prima sorgente che si trova oggi nelle vicinanze del villaggio delle Cave Vecchie,  era costituita da una serie di vene sorgive che confluivano parte in bottini collaterali e parte direttamente nella conduttura principale, elementi ancora oggi conservati.  Nel tratto iniziale i bottini sono così  ravvicinati da dare il nome di Cinque bottini, oltre che di Passo della Vecchia, all’area di captazione idrica.
L’altra sorgente si trova invece  presso l’eremo della Trinità, dove pare abbia soggiornato Sant’Agostino. Qui, secondo  la storia, il Santo si sarebbe fermato dopo il suo battesimo e seguendo un percorso molto antico, sarebbe possibile arrivare alla zona oggi conosciuta con il nome del Santo africano, dove ebbe il suo romito e dove pare avvenne la visione che gli svelò il mistero della Trinità.
In questa seconda sorgente l’acqua viene raccolta in una botte chiamata delle Quaranta Cannelle, dal numero delle vene captate. Un’altra botte, di riunione, detta delle Tagliacce, raccoglieva le acque che provenivano da entrambe le sorgenti e da qui finalmente iniziava il viaggio dell’oro blu verso Centumcellae.
Il ritrovamento di numerosi mattoni  in opera laterizia con bollo PORT-TRAI nell’aerea della sorgente delle Trinità e in varie parti dell’acquedotto rilevato dallo stesso Brunori, conferma la presenza di fornaci presso le quali venivano prodotti direttamente i mattoni di Traiano per la costruzione dell’acquedotto. Ma soprattutto, come evidenzia lo studioso, conferma la volontà dell’imperatore spagnolo di costruire non solo il porto ma di valorizzare, attraverso l’acquedotto e le terme, l’area di Centumcellae. Gli stessi mattoni sono stati infatti rinvenuti sia presso le Terme Taurine che nel cimitero dei Classiari a Prato del Turco. Stando ad altri ritrovamenti, il Brunori sostiene che l’acquedotto sia stato edificato da Traiano sopra una struttura preesistente, ipotesi probabile sia per i rilievi  eseguiti sia perché, come già accennato, il territorio di Centumcellae era gia frequentato e abitato in epoca etrusca.

Le strutture dell’acquedotto ancora oggi visibili a Civitavecchia: le arcate monumentali lungo la Vallata della Fiumaretta e in Via delle Molacce

Archi acquedotto Traiano belvedereArchi nascosti dalla vegetazione a via delle MolacceCome tutti gli acquedotti dell’impero anche per quello che doveva portare l’acqua a Centumcelle si utilizzarono le tipiche tecniche per superate avvallamenti, corsi d’acqua, fossi che impedivano naturalmente che il prezioso liquido arrivasse dalla sorgente, lungo un percorso di 35 km, superando 73 tra fossi e torrenti,  agli abitanti della cittadella portuale di Traiano.
Oggi sono ancora visibili e visitabili, tra Tolfa, Allumiere e Civitavecchia grazie alla preziosa opera di individuazione del percorso e di studio di Ennio Brunori,  le  strutture dell’acquedotto di Traiano, dal cunicolo sotterraneo ai ponti  che furono costruiti per superare  gli impedimenti del terreno, agli accorgimenti per filtrare l’acqua che inevitabilmente lungo il tortuoso percorso poteva essere sporcata da detriti di varia natura.
I pozzi verticali, i lamina, in particolare, erano utilizzati sia per dare luce  e aria durante lo scavo per la realizzazione della galleria, che per controllare la direzione del cunicolo  e che poi, ad opera ultimata, servivano come bottini di sfiato,  gli spiramina, per far uscire l’aria che si accumulava durante il tragitto dell’acqua.
Tra le strutture ancora visibili a Civitavecchia restano le 17 stupende arcate che superano il fosso del Pisciarello, all’interno della magnifica Vallata della Fiumaretta, lungo un percorso di 100  metri e che si trova oggi all’interno dell’area denominata Ex Deposito Munizioni R104, di proprietà dello Stato e, più precisamente, del Ministero della Difesa – Esercito, da oltre 70 anni e da dodici anni ormai in disuso e in abbandono.
Un’altra parte dell’acquedotto si può ammirare percorrendo Via delle Molacce, la strada che si imbocca da via Terme di Traiano all’altezza di via Enrico Berlinguer. Dopo pochi metri, andando verso l’interno, si possono vedere sulla sinistra in mezzo ad un bel prato verde le 5 arcate, in questo punto su due piani, ancora intatte ma in completo stato di abbandono.   
A distanza di duemila anni queste testimonianze sono visibili non solo perché furono costruite in modo da resistere nel tempo ma perché confermano la validità e la perfezione dell’ingegno romano del quale Civitavecchia è figlia.

 

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