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Un mese in Kosovo


Stefano Schiavi all'interno di un VMUn mese in Kosovo, tra storia e realtà (Reportage di guerra scritto nel 2000) di
Stefano Schiavi

E' un cielo nero come la pece quello che sovrasta i Balcani. Nero di nuvole cariche di pioggia che annunciano l'arrivo del "generale inverno", che in Kosovo giunge il largo anticipo rispetto al Belpaese. Nero come la notte più fonda, regno incontrastato di uccelli che fin dall'alba dell'umanità sono stati considerati messaggeri di sciagura e morte.

Corvi, che con il loro stridulo gracchiare, a centinaia, a migliaia, solcano indisturbati i cieli di questa terra che ormai
da tempo immemore conosce gli orrori della guerra e dell'odio etnico - religioso. Non è certo un caso se Kosovo significa, per l'appunto, "terra dei corvi". Qui tutto è nero, il cielo, gli uccelli, i volti e l'umore delle persone. Anche la terra è nera. Una terra che ha conosciuto tempi migliori. Una terra che grida vendetta per la follia degli uomini. Che urla al vento il suo dolore per essere stata violentata ed abbandonata a se stessa. Una terra, arida che non dà più frutti e che invece potrebbe essere feconda ed abbondante di messi, se solo lo si volesse realmente. Parole dure, crude, amare, che stanno ad indicare uno stato di fatto, ma che non debbono trarre in inganno. Il Kosovo non è solo questo. E' una terra che ti entra nel sangue e che sa farsi amare se la si osserva da un punto di vista che non sia necessariamente quello della guerra. Lo scopo del nostro reportage - fotografico e giornalistico - è principalmente Kosovo Poljequello di far conoscere agli italiani il magnifico e duro lavoro che i nostri soldati, i nostri volontari, gli uomini e le donne della Croce rossa, inquadrati nella missione di pace Kfor, stanno svolgendo al di là dell'Adriatico. Mettendo in pratica quello sforzo collettivo che l'Italia intera ha affrontato e sta affrontando quotidianamente ormai da anni. Un lavoro fatto in silenzio, con umiltà ma con grande professionalità da ragazzi e ragazze, che giorno dopo giorno "esportano" in questa terra tremila anni di storia e civiltà. Parleremo di loro ma cercheremo anche di far comprendere come troppo spesso le immagini televisive falsano le cose fornendo un quadro d'insieme non rispondente alla realtà. In Kosovo non c'è solo morte, fame, distruzione ed odio. Oltre le montagne albanesi c'è un mondo che vive, che tenta disperatamente di rincollare i pezzi di un mosaico andato miseramente in frantumi. Ci sono uomini, donne e bambini che hanno subito la follia di pochi e che ora vogliono semplicemente vivere. Noi testimoniamo questo e non solo gli effetti devastanti di una guerra, combattuta a poche centinaia di chilometri da casa nostra, come troppo spesso accade nei mass media. Certo, una telecamera riprende gli attimi più salienti ed entra nelle case colpendo il telespettatore come un pugno diretto allo stomaco. Ma la fotografia blocca l'immagine. Entra nel particolare, coglie attimi che un cameraman, per esigenze tecniche, non può focalizzare. Mai e poi mai vedrete in un Tg scene di vita comune, quotidiana. Mai un sorriso, una carezza, uno sbadiglio. Non fanno audience, non fanno salire lo share. Oggi è di moda il giornalismo d'assalto. Quello che sciocca gli occhi, le menti e gli animi. Il giornalismo denuncia, sempre pronto a sbattere il mostro in prima pagina (e che troppo spesso sbaglia) causando danni irreparabili se poi il "mostro" non si rivela tale. Il nostro, invece, vuole essere il giornalismo dei fatti reali. Un giornalismo che informa, documenta, ricerca andando sul campo pur tra mille difficoltà. Che mette a nudo le verità sempre più nascoste. Un giornalismo d'altri tempi, forse, ma un giornalismo vero. Il Kosovo ci ha dato questa opportunità.


La distruzione della guerra Una regione "tormentata" dalla storia
Fino a che i mass media (carta stampata e televisione) non cominciarono ad interessarsi della violenta contrapposizione tra l’etnia albanese (da secoli maggioranza nella regione) e quella serba, del Kosovo, probabilmente, i più ignoravano la sua esistenza. Eppure, andando a leggere i libri (non certo scolastici) ci si accorge che questo fazzoletto di terra incastonato tra le montagne albanesi, la Macedonia, (quella del glorioso Alessandro Magno) la Serbia ed il Montenegro, nei secoli cosiddetti "bui" del medioevo ricoprì un'importanza strategica, nella lotta alla penetrazione islamica in Europa, senza eguali. Il Kosovo ("uccello nero" in lingua serba) o Metohija (che in greco indica un possedimento monastico) è sempre stato quell'elemento di saldatura tra Oriente ed Occidente che lo portò ad essere teatro di imponenti movimenti migratori e mercantili. Delle prime popolazioni serbe si hanno notizie a partire dai secoli VI e VII, periodo delle migrazioni/invasioni ostrogote e visigote. Nuclei proto serbi si stabilirono nella regione montana compresa tra i fiumi Bosna, Sava, Nrenta e Ibar sviluppando piccoli principati vassalli di Bisanzio. Tra questi spicca il Principato di Raska considerato il ceppo originario dell'antica Serbia corrispondente all'odierna regione di Novi Pazar (ai confini settentrionali del Kosovo). Ma la vera svolta nel processo di formazione della nazione Serba si ebbe nella seconda metà del XII secolo con la riconquista dei territori occupati un secolo prima dallo Stato di Slavonia (Montenegro ed Erzegovina), ad opera del sovrano di Zeta. Il processo proseguì nel secolo successivo con la creazione del primo stato unitario: la Grande Serbia. Ed è in questo lasso di tempo che i territori della piana del Kosovo e dei Polije della Metohjia entrarono a far parte della Serbia (dal IX al XIV secolo). Un periodo che corrisponde alla fondazione di numerose chiese, monasteri, diocesi (Prizren 1019) e sedi vescovili. Pec ricoprì da subito un ruolo di primaria importanza in quanto sede del patriarcato serbo-ortodosso. La potenza della Grande Serbia cresceva di anno in anno fino a giungere nel XIV secolo quando Re Stefano IX consolidò la sovranità serba sulla Bulgaria, arginò la pressione ungherese e bosniaca sulle frontiere, conquistò la Macedonia, l'Albania, l'Epiro e parte della Tessaglia facendosi incoronare Imperatore dei serbi, dei romani, dei greci, dei bulgari e degli albanesi.Ma con il successore del primo Imperatore la Grande Serbia cominciò il suo declino sfociato nella battaglia di Marita (1371) contro l'Impero Ottomano che dilagò nei Balcani. La Serbia fu ridotta ad una serie di statarelli che tentarono di contrastare l'invasione turca nella famosa battaglia di Kosovo Polije (1389) persa dalle truppe cristiane. L'impero serbo si dissolse come neve al sole divenendo una provincia ottomana. Ebbe così inizio il periodo dell'islamizzazione e della diaspora serba dalla regione "dei corvi": quegli abitanti furono incalzati dalle deportazioni coatte degli albanesi musulmani. La battaglia di Kosovo Polije divenne il simbolo della coscienza nazionale serba e l'imperativo morale alla lotta per la libertà.Tomba di un condottiero islamico Ancora oggi, il 28 giugno, a sette secoli di distanza, nella spianata dinanzi il monastero ortodosso si celebra la battaglia come se fosse una vittoria sull'Islam. La lotta contro l'Impero turco, comunque, iniziò a dare i suoi risultati soltanto nel XIX secolo con Milos Obrenovic che alla guida della Lega di Prizren, cacciò gli occupanti dal Kosovo. La regione seguì le sorti del rinato stato serbo e tutte le conseguenze della Prima Guerra mondiale. Con la Seconda Guerra mondiale il Kosovo venne diviso in due parti d'influenza. A nord di Pristina l'occupazione germanica a sud quella italiana. Con l'era Tito la regione (la più ricca, dal punto di vista delle risorse del sottosuolo, di tutta la Jugoslavia) divenne autonoma dalla Serbia. Il resto è cronaca dei nostri giorni. Questo breve excursus storiografico serve per far comprendere al lettore quanto i serbi siano legati, politicamente e spiritualmente, a questo fazzoletto di terra che per il 93 per cento è abitato da una popolazione d'origine albanese.


Slobodan MilosevicL'alba di una nuova era
La rivolta di Belgrado è ancora sotto gli occhi di tutti. Immagini che faranno storia e che sembrano chiudere quel ciclo di "rivolte", a volte pacifiche a volte cruente (come è accaduto in Romania con la fine del "Conducator", Nicolae Ceaucescu), che hanno messo un punto alla storia del marxismo-leninismo (ma sarà poi così?). Ma si tratta di immagini che gettano una nuova luce sul futuro dei Balcani, di ciò che rimane dell'ex Jugoslavia di Josip Broz Tito e, soprattutto, del Kosovo. Il 5 ottobre del 2000 tutto il mondo ha festeggiato e brindato alla rinnovata libertà della Serbia, alla fine di Slobodan Milosevic e del potere della "banda dei quattro" come a Belgrado la gente soleva chiamare la famiglia di Slobo. Il 5 ottobre 2000 il mondo, ma soprattutto i serbi hanno alzato i calici gridando il loro "nasdrovie" alla fine di un incubo lungo dieci anni. Brindisi legittimo che tutti ci auguravamo da tempo. Ma lo stesso brindisi sarà stato fatto anche in Kosovo? Difficile da credere. Non hanno brindato i serbi che nella regione hanno votato in maggioranza per Milosevic. Ma non hanno brindato nemmeno, e soprattutto, i kosovari di etnia albanese. Per loro la vittoria di Vojislav Kostunica è una vera iattura. Il neo presidente serbo è sì un democratico ma anche un nazionalista (non poteva essere altrimenti) ed in quanto tale mantiene intatte tutte le aspettative dei serbi sul futuro del Kosovo. Una regione, ha già specificato, parte integrante della Serbia e della Federazione della Jugoslavia. AnziKosovo Polje veduta ha ammonito l'Occidente(accusato di avere deliberatamente bombardato il Paese e di volere esclusivamente la testa di Milosevic da consegnare al Tribunale internazionale dell'Aja per i crimini di guerra commessi nell'ex Jugoslavia) (nel frattempo Milosevic è morto nel carcere internazionale dell’Aja e il generale Mladic e l’ex leader serbo bosniaco Kardzic sono stati arrestati) ad attuare immediatamente la risoluzione 1244 votata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Tale risoluzione, è bene ricordare, prevede, tra l'altro: "La sovranità e l'integrità territoriale della Serbia e del Montenegro... Il ritorno dei profughi (serbi o albanesi non importa) ed il rientro di un numero concordato di forze militari e di polizia serbe in Kosovo per fungere da collegamento con la missione civile internazionale". Insomma, un addio ai sogni di gloria ma soprattutto alle tante promesse fatte da oltre Manica e da oltre Oceano. Per il momento la situazione nella "terra dei corvi neri" appare tranquilla anche se, ed è immaginabile, qualcosa sotto la cenere cova. Non resta che attendere il voto amministrativo che si svolgerà il prossimo 28 ottobre. Solo allora si potranno trarre delle conclusioni anche se, ed il voto serbo lo dimostra ampiamente, nei Balcani anche le elezioni hanno un valore relativo. Brogli, imposizioni dall'alto e sete di vendetta sono una regola non scritta ma ampiamente applicata.


Alzabandiera al Villaggio Italia4800 soldati italiani per la pace
E' in questo contesto geo-storico-politico, tipico dei Balcani, che i nostri soldati operano da molti anni ormai. Dove crescevano, rigogliose, distese di grano oggi si possono "ammirare" chilometri di recinzioni color rosso che stanno ad indicare i nuovi frutti di questa terra nera: le mine. Dove un tempo si estendevano villaggi rurali oggi non restano che macerie. Dove un tempo c'era una popolazione laboriosa oggi c'è l'arte dell’arrangiarsi. In questa terra i soldati italiani della Brigata multinazionale Ovest (della quale fanno parte anche militari portoghesi, spagnoli, e argentini), attualmente sotto il comando del Brigadier Generale Biagio Abrate (comandante della Brigata "Taurinense"), operano con spirito solidaristico ma anche e soprattutto con professionalità spesso superiore agli altri contingenti. Ed è con una certa punta di orgoglio nel cuore, ma anche con un sentimento di malinconia (come quando si sa di lasciare degli amici sinceri e leali) che siamo tornati in Italia per raccontare la storia di chi porta fieramente alto il nome della nostra Patria. Coscienti del fatto che, grazie a questi ragazzi che comunque rischiano la vita ogni giorno, finalmente non siamo più considerato il popolo di "spaghetti, mandolino e mafia".E' un vento gelido quello che ci accoglie all'aeroporto di Pristina. Dopo quasi due ore di volo, e le orecchie frastornate dal rumore che il C-130 della 46 Aerobrigata dell'Aeronautica militare italiana produce, scendiamo su una pista rimessa a nuovo dai nostri avieri.Genieri italiani al lavoro Da lontano ci scrutano, indifferenti, i parà russi (quelli che battendo sul tempo i soldati britannici occuparono a sorpresa lo scalo aereo poche ore dopo la fine dei bombardamenti Nato). Oltre il filo spinato, alcuni bambini attendono, fiduciosi, che qualcuno gli dia dei biscotti o della cioccolata.Eccoci, dopo un anno e mezzo torniamo in questa terra. Sono tanti i ricordi che si affollano nella mente. Brevi istanti in cui appare la Pristina del passato. Il caos, il traffico, l'andirivieni di ragazzi e ragazze sul corso della città. Rigidamente separati. Da una parte i serbi dall'altra gli albanesi. E ancora, più in disparte, i rom. Era il '98, pochi mesi prima dei bombardamenti Nato, e a Pristina si viveva una vita relativamente tranquilla. Poi la guerra, la fuga degli albanesi. Il ritorno di questi ultimi e la fuga in massa dei serbi. Oggi il capoluogo amministrativo del Kosovo, con le macerie a far da contorno, è nuovamente una città caotica. La vita è ripresa addirittura con rinnovato vigore. Ma più violenta di prima. Omicidi e regolamenti di conti, mascherati da odio etnico, rapine, furti e contrabbando (una caratteristica, questa, comune a tutta la regione) sono ormai all'ordine del giorno. E nulla sembra possano le forze di polizia della Unmik (polizia internazionale) e della K-for. La legge del taglione (il Kanun) regna sovrana. Ricordi ed attualità si confondono. Ma è l'attimo di un momento. La realtà ci si pone subito dinnanzi.


Soldato italiano con bimboDal "Bambin Gesù" all'inferno del Kosovo
Con noi sul C-130 c'era anche un vecchietto sordomuto con il nipotino di circa tre anni. Sono serbi di ritorno dall'Italia dove il bambino è stato operato all'intestino al "Bambin Gesù" di Roma. Un caso umano, indubbiamente, uno dei tanti che quotidianamente avvengono in queste lande desolate dimenticate da Dio ma soprattutto dagli uomini. Ordinaria solidarietà al quale, immediatamente, i nostri soldati ci hanno abituati. Arrivati a Pristina il più sembra fatto, o almeno così pensiamo. Ma ci sbagliamo. La nostra destinazione è Pec dove si trova il Comando della Brigata Multinazionale Ovest posta sotto il comando italiano. Due ore di viaggio su strade intasate dal traffico, dissestate (una costante che ci ha accompagnato per tutte le nostre escursioni). Ai lati di queste non certo "reginae viarum", teorie interminabili di distruzione e morte. Ovunque cimiteri, albanesi o serbi non importa, segno tangibile ed inequivocabile che qui, in questa parte del Kosovo, i combattimenti ed i bombardamenti hanno fatto strage di civili. Ad ogni incrocio posti di blocco della K-for. Chek-point, come vengono chiamati in gergo militare. La lunga colonna di automezzi sul quale viaggiamo, debitamente sotto scorta armata, attraversa un ponte costruito dal nostro "Genio" ma presidiato da soldati russi.

Al mercato delle auto rubate
Siamo in territorio "italiano". Da qui al Comando logistico di Pec ci dividono ancora una quindicina di chilometri. Sette di strada bianca. Piccola, polverosa e disastrata quella che è poco più di una mulattiera viene percorsa da automobili (rigidamente rubate all'estero, senza targa né documenti. Qui si possono acquistare Mercedes, Bmw o fuoristrada a 4.000 dollari), Tir, autocisterne e da mezzi militari. Sette chilometri che sembrano non finire mai. Quello delle autoauto rubata rubate che circolano liberamente in Kosovo, ma anche in Albania, sembra essere un falso problema. Sembra, ma c'è. Il 90 per cento dei mezzi circolanti, dalle autovetture ai furgoni ai Tir sono di provenienza a dir poco "dubbia". Molte provengono dalla Germania, altre dalla Svizzera. Poche dall'Italia. Ma è un mercato florido. I poveri profughi per i quali tutto l'Occidente ha pianto lacrime (di coccodrillo), dopo il ritorno a casa, si sono immediatamente trasformati in abili rivenditori di automobili. Un indotto che ha dato sfogo al commercio dei pezzi di ricambio, all'apertura di numerosi "gommisti" ed autolavaz (gli autolavaggi in lingua albanese). Sono miliardi su miliardi quelli che circolano indisturbati per le strade kosovare. Anche se si tratta di strade inesistenti. E quando sono praticabili è perché il "Genio" italiano le ha ricostruite di sana pianta.

La guerra è distruzione artiglieria serba pronta all'azione I bambini del Kosovo Uno dei tanti cimiteri di guerra
Dopo il bombardamento La Guerra in una città del giorno d'oggi Pristina, rovine dopo la battaglia Un villaggio kosovaro


Sala comando italianaL'arrivo a Pec e la "legge del Kanun"
E' ormai notte quando giungiamo al Comando logistico. Un'ex fabbrica di biciclette, la Zastava, trasformata in un immenso deposito di materiali e mezzi. Scendiamo pensando di essere giunti a destinazione. Ci sbagliavamo. Da quel momento la scorta militare è tutta per noi. Giovani alpini trasbordano i nostri bagagli dal pullman su cui eravamo in un VM (una sorta di grossa jeep militare). Saliamo, ed improvvisamente ci caliamo in quello che già tante altre volte abbiamo vissuto nelle nostre inchieste per i Balcani. Seduti nel vano posteriore due soldati ci sono accanto puntando i loro fucili d'assalto, colpo in canna, fuori dai finestrini. Nel sedile antistante il radiofonista comunica il nostro imminente arrivo al Comando Brigata. Il Vm si getta nel caotico traffico di Pec. Sembra di essere a Napoli. Si procede a passo d'uomo mentre bambini ed adulti ci salutano. Immediata la domanda ai nostri "protettori": "Allora ragazzi, come va con la popolazione?". I due ragazzi, all'inizio titubanti (è comprensibile, siamo sempre giornalisti) si sciolgono. "I rapporti sono buoni e cordiali ma di libera uscita non se ne parla". Di rimando chiediamo: "Non uscite mai? Ma i turni della missione di quanti mesi sono". "Quattro" ci rispondono. Il silenzio pervade l'automezzo. Improvvisamente capiamo le condizioni in cui opera il nostro contingente. Eppure non c'è una lamentela, un improperio. Vivono nel rischio di una missione di pace che si trasforma quotidianamente in una prigione. Sanno che due ore in libertà, passeggiando per le vie di Pec, o di una qualsiasi altra città del Kosovo, cercando di "abbordare" le bellissime ragazze locali, possono trasformarsi in un grave problema da risolvere. Ancora una volta il Kanun, la legge del taglione che tutt'ora regola la vita e l'onore delle famiglie in tutta l'Albania e nel Kosovo, piomba sulle nostre teste. Gli albanesi sono un po' come gli elefanti. Non dimenticano gli "sgarbi" subiti ed anche a distanza di cinquant'anni si assiste ad efferati omicidi per "lavare l'onore" magari di un nonno o di un bisnonno. Qui c'è gente dal coltello facile. Ma è la loroL'arrivo a Pec legge ed è preferibile non violarla. Bastano pochi "ricordi" di letture effettuate per farci comprendere che, anche per noi, non sarà una settimana facile.Finalmente ci siamo. Siamo giunti, stanchi ed affamati, all'Hotel Metohija (un bell'albergo stile Cortina d'Ampezzo), sede del Comando della Brigata multinazionale Ovest. Ad attenderci un vecchio amico dei tempi dell'Albania. Il Tenente Colonnello Gianfranco Scalas, comandante della Cellula Pubblica informazione della missione. Seduto alla sua scrivania alza gli occhi ed esclama: "Finalmente. Ce l'avete fatta". I nostri sguardi si incrociano. Un sorriso si apre sui volti. Pacche sulle spalle e strette di mano. E poi l'amichevole e confidenziale: "Allora delinquente, come vanno le cose a Roma?". Già, Roma.Quant'è lontana la Capitale.Poche altre battute, la registrazione e l'assegnazione dei Pass. Il saluto ad un altro caro amico, il Capitano Bruno Compagnone (che sarà, insieme al caporale Salvatore Matarazzo, la nostra guida), e poi tutti a mensa. Il nostro stomaco reclama un pasto caldo. Lì la prima sorpresa, quella che ci fa capire come il nostro esercito stia cambiando. Nessuna divisione. Ufficiali, a partire dal Brigadier Generale Abrate, e sottufficiali (i non graduati, quelli di leva per capirci, in Kosovo non ci sono) mangiano insieme. Cibo uguale per tutti, anche per gli ospiti. Cibo rigorosamente italiano: dall'acqua alle bibite, dalla pasta alla frutta. Solo il pane (per altro molto buono) è locale. Sembra di essere a casa. La stanchezza ci assale. E' stata una giornata dura, seppur di ambientazione. Sopraffatti dal sonno, zaini, computer e macchine fotografiche in spalla, andiamo a dormire. La giornata di domani sarà impegnativa intensa.La notte trascorre veloce. Ogni tanto si ode qualche colpo di pistola e raffiche di mitra. Ma è normale. Si tratta di qualche ubriaco che non ha ancora consegnato le armi in suo possesso e che spara alla luna, in preda ai fumi dell'alcool.


DecaneIl patriarcato ortodosso di Pec
Puntuali come un orologio svizzero le "nostre" guide ci sono venute a prendere per cominciare il viaggio attraverso tutta l'area controllata dal contingente di pace italiano. La luce del mattino, seppur velata dal solito cielo plumbeo, ci fa scoprire un mondo del quale, la sera prima, avevamo soltanto potuto immaginare. Pec sembra essere un formicaio. Automobili, alla cui guida si trovano ragazzi probabilmente nemmeno maggiorenni, girano senza una meta precisa. Uomini seduti nei bar intenti a leggere il giornale e a "gustare" immancabili bicchieri di rakija (una grappa locale ma molto più alcolica della nostra) già alle otto di mattina. Commercianti che mettono in bella mostra le loro mercanzie (non esiste, contrariamente a quanto si possa pensare, penuria di generi di prima necessità ma nemmeno del superfluo). Macellai, incuranti di una seppur minima norma igienica espongono sotto il sole (quando c'è) e all'assalto delle mosche, interi quarti di bue nelle loro vetrine. Donne intente a fare compere al mercato e ragazzi di tutte le età che scorrazzano per le strade tutti in abbigliamento occidentale. La vita pulsa in ogni angolo, in ogni anfratto. Anche all'ombra delle macerie. Pulsa talmente che a poche decine di metri dalla porta carraia del Comando Brigata, su una piazzetta, indisturbati contrabbandieri di sigarette vendono il loro carico proveniente dal Montenegro o dall'Albania. Al di là della strada improvvisati "cambisti" tengono tra le mani migliaia di marchi, da alcuni mesi moneta ufficiale del Kosovo. Qui il dollaro non ha alcun valore.Finalmente riusciamo a districarci dal traffico e ci avviamo verso la prima tappa del nostro viaggio: il Patriarcato ortodosso. Siamo appena fuori dalla città, nella valle di Rugova (nota per la presenza di molti eremi). Il Patriarcato riveste un'importanza fondamentale nella vita politica e religiosa di tutto il popolo serbo. In questo luogo, carico di spiritualità, sono stati incoronati tutti i patriarchi della Chiesa ortodossa di Serbia. Anche l'attuale, Paolo, è venuto a Pec. Si deve a San Sava la costruzione primordiale del luogo. La storia di questo santo, venerato in tutta la Serbia, ricalca in maniera incredibile quella di San Francesco d'Assisi. Siamo nel XII secolo. Figlio del re di Serbia, San Sava lascia tutto per andare in un convento del Monte Athos. Di lì si reca in Terra Santa dove vide la chiesa di Sion (considerata la madre di tutte le chiese cristiane). Di ritorno dalla Palestina, Sava comincia l'evangelizzazione della Serbia e la costruzione del Patriarcato che ricalca l'impianto della chiesa di Sion. Con sé porta un rametto di gelso. Dopo 800 anni quel rametto è diventato un albero dalle proporzioni gigantesche che troneggia al centro del perimetro del Patriarcato.Ad accoglierci, e a farci da guida, la signora Dobrilla. Parla italiano e francese. Era venuta per stare qualche giorno. E' rimasta ad assistere le poche suore che vivono come recluse in una sorta di prigione dorata. Ma pur sempre una prigione, guardate a vista e protette da postazioni fisse deidobrilla militari italiani. Il patriarcato come tutti i luoghi sacri dei serbi ortodossi, per gli estremisti albanesi, sono un obiettivo da colpire. Rappresentano Belgrado ed il suo potere.Capelli bianchi, occhi vispi e profondi che non nascondono una vita passata tra sacrifici enormi ma pronti a bagnarsi di lacrime appena si accenna alle sofferenze patite dalla "sua" Serbia a causa dei bombardamenti Nato, la signora Dobrilla continua a farci da "cicerone" all'interno dello splendido Patriarcato di Pec. Parla di Santi, patriarchi, re e pellegrini. Ci mostra i numerosi affreschi che, senza soluzione di continuità, ricoprono le mura delle tre chiesette racchiuse in un unico edificio da Nicodemo (che fece erigere le altre due). Si sofferma sulla Madonna con medaglione di Cristo, un pezzo più unico che raro. Ci fa soffermare nella seconda chiesetta consacrata a San Dimitri dove sono raccolti quel che rimane degli oggetti sacri di tutte le chiese di Pec distrutte dalla furia degli estremisti albanesi dell'Uck, l’esercito di liberazione kosovaro albanese. E ancora l'icona della Madonna di Pec dipinta da San Luca, che è tra le più importanti del mondo cristiano. Ed infine l'icona della "Madonna dalle tre mani". Si tratta di una copia. L'originale, eseguito da San Giovanni di Damasco, si trova sul Monte Athos nel monastero di Kilendar. Dopo un paio d'ore ci congediamo dalla signora Dobrilla con la promessa di una nuova visita qualora fossimo tornati in Kosovo. Usciamo con animo sereno, quasi fossimo in quel posto in visita di piacere (e vi assicuriamo che in una condizione di normalità non esiteremmo a consigliarne la visita ad ipotetici turisti). Ma appena fuori dal portone ripiombiamo nella dura e cruda realtà fatta di mezzi blindati, nidi di mitragliatrici, soldati in pieno assetto da guerra che proteggono il Patriarcato da possibili attacchi esterni. Vivere in pace è veramente difficile.


Visite mediche All'ospedale militare Il nostro "tour" riprende, destinazione l'Ospedale militare italiano di Pec che, oltre ad essere tra i più grandi dell'intera missione K-for è anche il maggior polo farmaceutico di tutta la Brigata Ovest. A "gestirlo" è il reparto Sanità "Centauro" del quale fanno parte medici, farmacisti, odontoiatri, infermieri professionisti ed anche un nucleo di infermiere volontarie della Croce Rossa. Appena giunti in prossimità della porta carraia ci troviamo di fronte la solita scena alla quale siamo ormai abituati. Decine di civili s'affollano ai cancelli nel tentativo di far visitare o ricoverare i propri congiunti malati. La sanità civile locale ha ancora grossi problemi. I serbi si rifiutano di farsi curare da medici albanesi e gli albanesi rifiutano l'aiuto dei medici serbi. Qui il giuramento di Ippocrate non ha valore. Ad accoglierci c'è il Tenente colonnello Antonio Rizzotto, appena giunto dall'Italia. Subito ci illustra le peculiarità dell'ospedale. Visitando la struttura ci rendiamo conto che la mole di lavoro è immensa. Un lavoro, per altro, portato avanti con una professionalità senza pari. La prima cosa che ci viene mostrata è la "chicca", l'orgoglio dei medici con le stellette e, dopo averne appurata la tecnologia, anche la nostra. Si tratta del sistema di telemedicina "Progetto Shared"; un progetto Smd-Esa-San Raffaele di Milano. Con un moto di orgoglio il Tenente Colonnello Rizzotto ci dice: "Siamo gli unici ad averlo ed ora anche gli americani ne stanno approntando uno". Il sistema permette di realizzare, tramite un sistema satellitare, consulti per casi difficili, discussione di argomenti d'interesse, videoconferenze e congressi. Proseguiamo la nostra visita.
Bambini malnutriti
Andiamo al reparto di pediatria. Un medico sta visitando un bambino, non sappiamo se serbo o albanese, ma non importa è sempre un bambino. E molto denutrito. Piange. Chiediamo alla giovane madre se possiamo fotografarlo. Acconsente. Non vogliamo fare fotografie che colpiscono la sensibilità dei lettori come un pugno nello stomaco ma, allo stesso tempo vogliamo far comprendere l'assurdità della guerra e gli effetti nefasti sulla popolazione civile. Immediatamente rivolgiamo una domanda al comandante Rizzotto: "Quanti di questi casi curate ogni giorno?". La risposta è rassicurante. "Fortunatamente pochi oramai. Ma fino a poco tempo fa erano molti. La malnutrizione era una delle principali patologie da curare. Molti di questi bambini erano profughi Bambini fuori dall'ospedaleche tornavano dalla Macedonia o dall'Albania. Noi fornivamo alle famiglie bisognose il necessario per una alimentazione corretta ed equilibrata. Poi, però, abbiamo dovuto razionalizzare le cose perché molte di queste vendevano al mercato nero quanto da noi fornito lasciando senza cibo i propri figli. La miseria è una brutta bestia. Ora per fortuna tutto è rientrato nella normalità". Rizzotto va avanti e ci spiega che adesso, a 14 mesi dall'arrivo in Kosovo le patologie più frequenti riguardano principalmente le traumatologie dovute ad incidenti stradali (frequenti in tutta la regione), all'esplosione delle mine, ma anche le infezioni intestinali dovute alla scarsa igiene ed alle condutture dell'acqua infiltrate spesso dai liquami delle fognature. La struttura ospedaliera ha una capienza di 48 posti letto ampliabile fino a 70 e fornisce assistenza, oltre che ai soldati della Brigata, anche ai civili. Ultima tappa del nostro "tour ospedaliero" sono le tre sale operatorie e la sala di terapia intensiva, la sala radiologia e il reparto di ginecologia. Strutture che farebbero invidia anche agli hollywoodiani medici di "ER". Insomma qui possiamo costatare che l'Italia della Sanità non è soltanto quella degli scandali o degli ospedali fatiscenti e che cadono a pezzi. Qui l'Italia è l'Italia.


Postazione di controllo italianaAl confine con il Montenegro Stanchi, ma soddisfatti di aver costatato con mano che esiste un altro Belpaese che non ha nulla a che fare con le tangenti o gli scandali tipo "Missione Arcobaleno" (a proposito anche in Kosovo abbiamo visto materiale con sopra scritto "Missione Arcobaleno"), riprendiamo posto sul nostro mezzo. Le prime ombre della sera cominciano a calare. Con gli occhi arrossati dalle tante ore di lavoro decidiamo di fare un piccolo "briefing" (una riunione); tornare alla base o continuare? E' un attimo. Andiamo avanti destinazione il passo di Kulina, al confine con il Montenegro. Ci vorrà un'ora di tempo tra curve e ripide salite su una strada sconnessa. Ma ormai è come una droga. Andare avanti comunque. E' tempo di accendere i fari. Appena fuori Pec un gruppo di case distrutte cattura l'attenzione di Giuseppe che, macchina fotografica al collo, chiede al caporale Matarazzo di fermarsi. Scende. Sceglie il particolare. Una palazzina distrutta dove campeggiano scritte inneggianti all'Uck. E' in stile arabeggiante. Non sappiamo se appartenesse ad un serbo o ad un albanese ma la struttura ci fa propendere per la seconda. La casa non è perimetrata dal famoso nastro rosso che sta ad indicare un terreno minato. Ma non c'è da fidarsi. Il Capitano Compagnone avverte di non entrare né di andare sul prato e di fare la fotografia dal ciglio della strada. Ma Giuseppe non sente e si avvicina. Immediatamente scendiamo e lo andiamo a riprendere. La prudenza non è mai troppa. Una mucca, che pascola tranquillamente nel giardino di questo rudere, ci osserva come per dirci "ma siete proprio tutti matti". Ripartiamo dopo una severa lavata di testa. Il mezzo comincia a salire. Si inerpica per queste stradebersaglieri strette e piene di buche. Ogni tanto incontriamo dei Tir pieni di legname che scendono ad una velocità a dir poco esasperante. Su un tornante i segni della guerra, un pullman chiaramente centrato da un colpo di mortaio giace monumento alla follia umana. Oltre alla notte cala anche il freddo. Abbiamo abiti e giubbotti leggeri, primaverili. Da quel giorno avremmo sempre portato con noi maglioni pesanti. Siamo al Passo, 1.270 metri d'altezza. Il vento gelato taglia i nostri visi. Giuseppe è addirittura in maniche di camicia. Comincia anche a piovere. Il Maresciallo Taglialatela comanda il ceck-point. E' dell'8° Bersaglieri. I fanti piumati, nonostante il freddo e le temperature rigide che la notte scendono sotto lo zero (in pieno inverno arrivano anche a - 27), controllano giornalmente 600 mezzi ed almeno 1.200 persone. I turni sono di 15 giorni ma al passo di Kuciste (l'altro varco di frontiera che unisce il Kosovo al Montenegro) dove le condizioni sono proibitive, i turni sono di 48 ore. E' un lavoro da polizia di frontiera, ma un lavoro che va fatto e che, nei 14 mesi, ha portato anche molti frutti. Il traffico di armi, sigarette, droga e legname, almeno in questa zona è stato stroncato. Ora i contrabbandieri sono obbligati a servirsi di sentieri impervi dove è possibile soltanto l'utilizzo dei muli. Sentieri rischiosi e spesso minati. Per oggi il nostro lavoro è finito, possiamo tornare a Pec al caldo del Comando Brigata e ad un pasto degno di questo nome. Il ritorno trascorre in allegria tra barzellette e battute intervallate da lunghi silenzi dovuti al calo di adrenalina. Intirizziti dalla rigida temperatura arriviamo all'Hotel Metohjia.


Il Generale Gianfranco Scalas, responsabile PIO Kosovo"Good morning Kosovo" Entriamo di corsa a "Radio West" che oltre ad essere l'orgoglio ed il vanto dell'intera Brigata è anche la nostra Base operativa. Ed ecco che un caffè bollente si materializza sotto il nostro naso. Caffè italiano, ovviamente. Poi a "rapporto" dal Tenente Colonnello Scalas (oggi generale in pensione). "Allora, Stefano, com'è andata oggi?", ci chiede con il solito sorriso a sfottò. "E' dura eh?". Accidenti se lo è. Analizziamo la situazione e facciamo il punto sul programma di domani. Poi, finalmente, giunge il momento del relax. Ascoltiamo i programmi della "Radio", fumiamo qualche sigaretta e conversiamo con i soldati e le due interpreti di lingua albanese, Evis Hasimja e Blerta Zeqja. Due belle ragazze che oltre il servizio da interpreti realizzano anche dei programmi in lingua per gli albanesi Kosovari. Lavorano a "Radio West" anche Dafine Grapci, Elton Tahirllari e la signora Maria Luisa Nikolic interprete di lingua serba. Tra le "dive" di questa "Radio" la piccola Toska che conduce un programma per i bambini. Dopo un anno di attività, "Radio West" copre l'80 per cento del territorio kosovaro ed è stata la prima emittente a trasmettere dopo il conflitto. Musica, rubriche, dibattiti socio-culturali. Una radio multietnica che trasmette in ben 5 lingue dall'italiano allo spagnolo, dal portoghese all'albanese al serbo. Più un collegamento settimanale con Rtl attraverso il quale soldati in missione e familiari in Italia possono scambiarsi i saluti. "Radio West" vede l'impegno di tutti i componenti della Cellula pubblica informazione diretta dal Tenente Colonnello Gianfranco Scalas. Negli ultimi due mesi, grazie al lavoro di tutti a partire da Scalas, al maggiore Sergio De Vita, al Capitano Vincenzo Carini, al Capitano Bruno Compagnone al Maresciallo Nicola Ruggiero al Sergente Danilo Aliotta ai caporali Francesco Palazzo, Marco Quaranta, Salvatore Materazzo, Ivan Buscaglia, Andrea Ciampà e molti altri (non possiamo nominarli tutti e ce ne scusiamo), negli ultimi due mesi sono stati trasmessi 1.100 ore di programmi. Uno sforzo enorme che produce continuamente risultati. Basta guardare le cifre: 750 telefonate e più di 600 lettere ricevute (dato degli ultimi due mesi). Un vero successo. E' ora di cena. Tutti insieme andiamo a mensa. Tra battute, risate, vino e qualche chiacchiera la giornata volge al termine. Andiamo a dormire ma non prima di essere passati in infermeria. Giuseppe,Radio West sempre in maniche di camicia, si è "beccato" una bella influenza. Una massiccia dose di aspirine lo rimetterà in sesto. Dopo una notte abbastanza agitata, passata quasi insonne grazie all'influenza di Giuseppe, ci apprestiamo ad affrontare un'altra giornata di intenso lavoro. Puntuali come sempre i nostri "angeli custodi" ci attendono fuori dal nostro albergo. Facce stanche, ma sorridenti, ci accolgono. Anche loro hanno dormito poco, il servizio non si interrompe mai. Oggi il nostro "peregrinare" per il Kosovo prevede la visita alla Task force "Sauro", composta dal 32° Carri e dal 3° "Savoia" cavalleggeri (famosi per aver effettuato l'ultima carica di cavalleria in Russia), che controlla la zona di Decane. Ad accoglierci è il Colonnello Alessandro Morello, comandante della Task force. Il compaund (il campo fortificato) è situato su una splendida collina, poco fuori la cittadina, dove un tempo c'era una colonia estiva per bambini serbi. La collina sovrasta anche il monastero ortodosso di Visoky, secondo per importanza soltanto al Patriarcato di Pec. Sarà la seconda tappa della nostra giornata. Dopo i saluti di rito, il caffè divenuto tappa obbligata ad ogni nostra visita in strutture militari italiane, iniziamo a seguire lo svolgimento della giornata tipo dei soldati. Per prima cosa ci viene mostrato il frutto di una "search" (una perquisizione) effettuata la notte precedente in un'abitazione sospetta: un Ak 47 (kalashnikov), una 38 special, coltelli da lancio, un giubbotto antiproiettile, telefoni cellulari e soldi. L'abitazione perquisita era una base logistica di contrabbandieri locali individuata dopo attente indagini.


Pattugliamento italiano nelle campagne KosovareIl pattugliamento Dopo questa prima "presa di contatto" con il territorio ci caliamo decisamente nella zona operativa. Saliamo sul nostro mezzo precedendo la colonna meccanizzata che inizia il pattugliamento per le strade di Decane. In testa due "guide" in motocicletta fanno da avanscoperta. La zona è calma ed il rapporto con la popolazione buono. Ma non si può mai dire. Il territorio in questione è uno dei più densamente minati. Interminabili teorie di nastri rossi (che delimitano i campi minati) corrono lungo le strade. I motori dei blindati (Vbl veicoli blindati leggeri) rombano a più non posso dirigendosi verso la statale che conduce ad un enclave di Gypsy (zingari). Durante il percorso, come al solito accidentato, organizzano un posto di blocco "volante". Dura una decina di minuti. Questo tipo di azione sono ricorrenti ed hanno lo scopo di non far redigere un'eventuale mappatura dei posti di blocco atti a stroncare i numerosi traffici illeciti con cui vivono le popolazioni locali. Dopo aver controllato una decina di autoveicoli a campione, riprendiamo la strada verso l'ultimo ceck point fisso della task force "Sauro" che ha anche il compito di vigilare sulla sicurezza della minoranza Gipsy. Eccoci, in lontananza svettano imponenti le torrette ed i cannoni di due carri armati Leopard ed il tricolore. Scendiamo e Giuseppe non si lascia sfuggire un paio di bambini gipsy che conversano, ma sarebbe meglio dire che chiedono i soliti biscotti o cioccolate, con un soldato italiano. E' una scena tipica di questa zona. Non ci stancheremo mai di descrivere scene del genere che danno il senso di come i nostri militari vadano in missione veramente per portare la pace. Fatta la fotografia il Tenente Colonnello Giovanni Cazzorla, che ci accompagna nella visita, ci fa notare quanto importante sia la presenza del ceck point in quel posto. A poche centinaia di metri ci appare, infatti, un villaggio albanese. Non il solito agglomerato di case circondate da alte mura perimetrali alla maniera araba, ma ordinate serie di casette, tutte uguali, costruite dall'Uck con tanto di insegna commemorativa. Una miscela esplosiva pronta a deflagrare in ogni momento. Dopo aver salutato i componenti del posto fisso riprendiamo la strada verso Decane. Il lavoro non è comunque finito.

Giochi pericolosi
Appena giunti alla periferia della cittadina la colonna si ferma ed i soldati scendono dai mezzi. Comincia il pattugliamento a piedi. Scendiamo anche noi e seguiamo passo passo l'operazione. La popolazione è tranquilla, quasi indifferente. Ci guarda e sorride. Ma non è sempre così. Cazzorla ci indica un bar. E' uno dei punti di ritrovo dei giovani più turbolenti del posto. Poi racconta: "l'altra sera erano più brilli del solito e per 'giocare' hanno tirato una granata". Giochi pericolosi ma che rientrano nella "normalità" di una mentalità che vede nelle armi un oggetto di uso comune. Arrivati sulla piazza centrale il pattugliamento a piedi è terminato. Le due Pattugliamento Italiano in città"guide" in motocicletta riprendo la perlustrazione. Salgono sulle colline circostanti e si fermano sul piazzale di una scuola, tutto intorno strisce rosse e terreni minati. Il nostro pensiero corre ai bambini che ogni giorno si recano ogni giorno in quel posto. E se qualcuno scappa all'insegnante? I due centauri scendono dalle loro Cagiva e mettono mano al cannocchiale. Perlustrano il villaggio sottostante. Pulsa di vita. Chiamano il comando. Si decide un posto di blocco volante. Scendiamo a valle e da lontano si sente un rumore infernale. E' un carro Centauro ad 8 ruote che arriva e si posiziona sulla piazza. Improvvisamente le strade si svuotano. Restano soltanto i bambini, per nulla intimiditi dalle armi. Arriva un camion, ci vede, si ferma e cambia direzione. Evidentemente ha qualcosa da nascondere. Ma la nostra è soltanto un'azione dimostrativa. Torniamo al compound. E' ormai ora di pranzo, l'intero comando della Task force ci attende. La tavolata è allegra e si dibatte su Roma e Lazio, mentre una vocina spunta dalla disputa: "scusate ma del Bari che ne pensate?". Una sonora risata lo sovrasta. Il pranzo è stato "ottimo ed abbondante". E' l'ora del caffè. E' questione di pochi minuti poi ci attende un buon bicchiere di rakija che il Colonnello Morello custodisce gelosamente nel suo ufficio. Proviene direttamente dalle cantine del Monastero sottostante. Sembra quasi un rito sacro. Ed il gusto ha veramente quel non so che di "sacro". E' una vera "bomba" quella che giunge nel nostro stomaco. Ma che "bomba". Ancora alcuni ragguagli su quanto la task force svolge sul territorio. Riunioni quindicinali con tutte le organizzazioni internazionali presenti in zona. Riunioni con i 35 capi villaggio sotto controllo della "Sauro". Il corso di pittura organizzato per i bambini. I corsi di lingua italiana, sul pericolo delle mine e l'organizzazione di feste. Insomma le giornate non passano soltanto tra rastrellamenti, controlli, e scorte.


Monastero di VisokyAl monastero di Visoky Morello ci parla anche del convento e dei monaci (26 in tutto e tutti altissimi) e delle loro condizioni di vita. Sono dei reclusi, come le monache del Patriarcato. Non possono muovere un passo senza la scorta dei nostri soldati. Anche per andare a prendere l'acqua ad una fonte, che si trova a meno di 200 metri dal monastero, debbono attendere l'arrivo dei militari. Il monastero, durante la guerra, non è stato colpito direttamente ma almeno sei colpi di mortaio sono caduti a ridosso delle mura di cinta. Saliamo sul nostro mezzo, con Salvatore sempre pronto a partire, e ci rechiamo in visita al monastero. La vista è stupenda, degna di un quadro d'autore. Imponente, tra il verde lussureggiante, si staglia il campanile della chiesa posta al centro del perimetro sacro. Fuori la solita scena. Carri armati, blindati e uomini in armi a difesa di una decina di frati. L'odio, qui, è ancora una realtà tangibile. Chiediamo il permesso di entrare, potremmo anche non essere graditi e li comprendiamo, ma un tenente ci fa da tramite ed ecco "materializzarsi" improvvisamente un monaco. E' giovane, ha il tipico aspetto del monaco ortodosso; ha 25 anni e si chiama Xenofonte. Parla un italiano da far invidia a molti stranieri. "Dove lo hai imparato", gli chiedo, "qui, dai vostri soldati e leggendo qualche giornale". E' incredibile. Difficilmente sbaglia l'uso dei verbi e conosce una quantità enorme di vocaboli. Parla anche il francese ma, pur conoscendolo, preferiamo il nostro idioma. E' un ragazzo decisamente preparato. Eppure non si è mai mosso dalla ex Jugoslavia. E' nato in Croazia ma, specifica, è di etnia serba. Ci fa entrare nella chiesa. Qui è sepolto Re Santo Stefano ed ogni giovedì il suo sepolcro viene aperto. I soldati che ci accompagnano ci assicurano che in quel momento avviene un fenomeno stranissimo. La salma non è mummificata né trattata con agenti conservativi, eppure tra le navate si espande un odore dolciastro che ha un non so che di mistico. La costruzione risale al XIV secolo ed è dedicata all'Ascensione di Cristo Pantocrato. Xenofonte ciSacerdote ortodosso mostra anche le pitture di notevole fattura che ricoprono interamente le pareti. Ma è impossibile vederli tutti. Ci sono ben 14.200 volti dipinti. Usciamo estasiati dalla bellezza di queste chiese. Ed ecco la sorpresa. Xenofonte ci mostra il laboratorio delle icone. E' un privilegio concesso a pochi. Lo ringraziamo per tanta gentilezza. Entriamo e dinanzi ai nostri occhi si apre uno scenario incredibile. Non avevamo mai visto la lavorazione delle icone. E capiamo che non è certo facile. Settimane di preparazione per un lavoro di pochi centimetri quadrati. La mano ferma e sapiente del monaco stende la foglia d'oro sul dipinto. Sta eseguendo una Madonna. Sugli altri cavalletti Cristo e San Giorgio che uccide il drago. Lavorano instancabilmente nel laboratorio. Chiediamo se è possibile averne una. La risposta ci lascia di sasso: hanno prenotazioni fino a tutto novembre del 2001. Ci congediamo ma non prima di aver bevuto un altro bicchiere di rakija. E' per gli ospiti, i monaci non possono bere. Accettiamo di buon grado ma solo dopo aver bevuto l'acqua minerale che esce dalla fonte poco distante. Sembra la nostra Ferrarelle, ma molto più leggera. Ormai è notte e al Comando Brigata di Pec ci attende una cena "sontuosa" a base di spaghetti con la Bottarga, salumi, formaggi e vini proveniente direttamente dalla Sardegna. Dopo aver trascorso una serata in allegria ed aver dormito profondamente, il rumore proveniente dalla strada ci sveglia di soprassalto. Sta passando un blindo Centauro. Sono appena le sette del mattino. Ci alziamo. Una doccia veloce; la preparazione dell' "armamentario" (blocco notes, penne, rullini e macchina fotografica) e la colazione. Accanto a noi alcuni membri di una Ong internazionale che si occupa di sminamento. Il Capitano Compagnone (oggi Tenente Colonnello) ed il caporale Matarazzo sono fuori ad attenderci. Anche oggi la giornata sarà lunga. Prima di raggiungere la zona di Gorazdevac, che oggi visiteremo, facciamo un salto al Comando per fare il punto della situazione e vedere se ci sono novità. Alla Cellula pubblica informazione il lavoro ferve. Le traduttrici sono intente a redigere la rassegna stampa locale. Oggi si vota per il presidente della Repubblica federale jugoslava. L'aria è comunque tranquilla. Durante la notte non è successo niente di eclatante. Dopo i saluti partiamo alla volta di Gorazdevac e della Task force "Istrice" dove, al comando del Tenente Colonnello Gualtiero De Cicco, l'11° gruppo artiglieria pesante campale "Teramo" è schierato a protezione del villaggio serbo. Il reggimento "Teramo" è l'unico che svolge questo tipo di compito in tutta la zona Ovest del Kosovo. Nonostante le scaramucce, che qualche volta sono anche qualcosa di più (come nel caso di un vero e proprio scontro a fuoco con alcuni elementi albanesi legati all'ex Uck che per 45 minuti hanno tenuto sotto il fuoco alcuni contadini serbi andati nel bosco per tagliare della legna), la situazione è abbastanza tranquilla. Ed i nostri soldati fanno di tutto perché le due comunità vivano in armonia, anche se decisamente impossibile. Come Ingresso del Monastero di Visokyspesso nel nostro reportage abbiamo detto, gli italiani sono realmente considerati "brava gente". E loro, ce la mettono tutta per sentirselo dire. L'impegno è costante, specialmente verso i bambini tanto da portare l'intero compound (campo fortificato) ad organizzare delle "pizzate". I militari, eredi di quel genio naturale che ha caratterizzato gli italiani nei secoli, hanno costruito un forno a legna da dove sfornano pizze di ottima qualità. E per far degustare questa specialità nazionale si organizzano feste per i bambini. C'è stato il tentativo di far convergere insieme le nuove generazioni serbe ed albanesi ma non c'è stato nulla da fare. I papà si sono opposti ed allora si fanno feste separate. Il lavoro, come al solito non manca. I soldati pattugliano costantemente la zona di loro competenza. Organizzano scorte settimanali ai convogli serbi che giungono dal Montenegro. Tengono contatti con le 12 Ong presenti sul territorio ed organizzano l'acquisto di viveri per l'intero villaggio di Gorazdevac. C'è poi la parte della ristrutturazione delle infrastrutture. Oltre all'acquedotto, c'è la costruzione di una sala computer per la scuola e dell'infermeria utilizzata dai serbi. Anche qui il solito problema, gli albanesi non vogliono curarsi nelle strutture serbe e preferiscono l'infermeria del compound italiano. Compound che è una vera e propria cittadella dove, oltre alle strutture rigidamente militari, si trovano anche luoghi di ricreazione, bar, sala cinema e tv satellitare, e palestre attrezzate di tutto punto. Un modo intelligente per far trascorrere al meglio le poche ore di libertà dei nostri militari, ai quali è proibita la libera uscita.


Gorazdevac, enclave serbaNell'enclave serba di Gorazdevac Nel nostro viaggio attraverso l'intera zona di competenza della Brigata multinazionale Ovest Kfor, sotto il comando italiano del Brigadier Generale Biagio Abrate, abbiamo incontrato anche il sindaco di Gorazdevac, la più grande enclave serba di tutto il territorio. "Boso" Kristic è un uomo mite dai modi gentili. Cordiale con noi e con i soldati italiani che considera dei veri e propri amici. Sa perfettamente di vivere in una prigione a cielo aperto ma lo fa con una dignità tale da essere benvoluto da tutta la sua gente, anche da chi, politicamente parlando, è dall'altra parte cioè con Kostunica. Il villaggio del quale è sindaco è composto da 1.200 persone. Avendo visto le distruzioni ed il modello di vita esistente nel Kosovo siamo giunti nell'enclave pensando di trovarci di fronte alla solita scena: bambini che chiedono caramelle e biscotti, uomini seduti al bar a leggere giornali e a bere rakija, strade sporche, macerie ed abbandono. Ma appena superato il check point fisso che garantisce la sicurezza ai serbi ci troviamo di fronte ad un mondo totalmente diverso. I bambini ci sono, salutano ma non chiedono nulla, le abitazioni, tutte con il loro orticello ed il giardino ben curato, nella loro povertà sono ordinate. I campi, per quel che è possibile, sono arati. Gli uomini si danno da fare. Hanno ristrutturato parte del teatro comunale ed ora, con l'aiuto italiano, stanno terminando la costruzione di un poliambulatorio. Terminata anche la costruzione di un potabilizzatore d'acqua donato dalla Regione Sardegna. C'è veramente tanta dignità in questa gente che, nonostante le avversità della vita, hanno deciso di restare sulla loro terra.

L'incontro con "Boso" Kristic
"Boso" è uno di questi. E' un "fan" di Milosevic, come la gran parte dei serbi che sono rimasti in Kosovo, ma non un fanatico. "Sono contento che si sia potuto votare e che il voto sia stato regolare", (lo stesso non è stato detto in Serbia, ma questa è un'altra storia) "anche grazie a tutti gli osservatori che sono stati qui durante le operazioni". "Siamo tutti soddisfatti, non c'è stato nessun incidente". Qui l'ex presidente Slobodan Milosevic ha ottenuto il 70 per cento delle preferenze, il che la dice lunga sulla situazione. Ma in che modo vivono i serbi questa condizione da "prigionieri"? "Cerchiamo di vivere nel modo più normale possibile", ci risponde Boso. "Purtroppo, per quanti sforzi possiamo fare ci sentiamo prigionieri. I nostri movimenti sono limitati esclusivamente al villaggio. Muoverci fuori da questa zona è praticamente impossibile senza la scorta armata della Kfor". Poco prima di arrivare a Gorazdevac eravamo stati informati anche della presenza, all'interno dell'enclave, di due famiglie albanesi. La domanda a quel punto è giunta spontanea. "Qual è il rapporto con loro?". "I rapporti sono buoni, noi cooperiamo con loro e loro fanno altrettanto con noi", dice Boso. "Certo non è facile, ma noi vogliamo vivere in pace e non ci sono problemi particolare". "Speriamo che la pace torni definitivamente". Torniamo alle elezioni e chiediamo che cosa di buono può uscire da tutto ciò. "Comunque vadano leGorazdevac, protezione italiana ai civili cose sarà contento perché quella sarà la decisione del popolo. Rispetterò la decisione della maggioranza". Ed ora la domanda di rito, ma anche una domanda da 100 milioni di dollari: "Quale futuro si aspetta per sé, per la sua gente e per il Kosovo?". Boso accenna ad un sorriso poi risponde, ma non prima di averci offerto del caffè, stavolta fatto all'italiana. "Dobbiamo credere a quanto detto dalla comunità internazionale ed alla risoluzione 1244 delle Nazioni Unite, il che vuol dire che il Kosovo fa parte della Serbia e della Jugoslavia e questo può e deve essere il futuro. Perché in passato abbiamo vissuto bene ed in pace con gli albanesi. C'è una unica condizione, che tutti noi veniamo trattati allo stesso modo, secondo un unico criterio. Io come serbo non domando niente di più dei diritti di un albanese o di un rom e vorrei che anche loro pensino allo stesso modo. Se io ho a cuore soltanto la situazione dei serbi sbaglio e non andremmo da nessuna parte. Il ragionamento vale anche per gli albanesi". Lasciamo "Boso" che conclude il nostro incontro tessendo le lodi della Kfor e del contingente italiano definendo i nostri soldati "eccezionali". Uomini che mettono a rischio la loro stessa vita per difendere la popolazione serba dai numerosi attacchi che subiscono da alcune frange estremiste albanesi. Ci accomiatiamo e mentre andiamo via per far ritorno al Comando Brigata di Pec la moglie di Boso taglia alcune bellissime rose che cura con molto amore e ne fa dono a Blerta ed Evis, le due interpreti di lingua albanese che ci hanno accompagnato. E' una scena commovente. Le tre donne si abbracciano. E' il segno tangibile che qui qualcosa è cambiato e che la pace non è una chimera.


Carabinieri a Mitrovica, zona serba"Nei secoli fedele" anche in Kosovo Di ritorno a Pec ci facciamo lasciare al comando dei Carabinieri di stanza in Kosovo. Una tappa obbligata. I Carabinieri, una settantina in tutto, oltre ai normali compiti di polizia militare espletano attività quali: collegamenti con la polizia locale e l'Unmik (polizia internazionale) soprattutto nel quadro dei diritti umanitari; ricerca dei civili dispersi, negoziati per il rilascio di ostaggi, investigazioni su eventuali atrocità commesse durante la guerra, scorte armate e missioni civili e servizio di ordine pubblico. Un lavoro pesantissimo se si calcola che operano in un Paese senza apparato statale né leggi né giudici. A questo si aggiunga che i Carabinieri sono anche responsabili (mentre scriviamo, questo compito è terminato) della gestione e della sicurezza del carcere di Pec che nei momenti di massima crisi ha "ospitato" quasi 100 detenuti. A comandare questi uomini è il Tenente Massimo Friano che ci ha accolto con simpatia e con la professionalità tipica dei Carabinieri. Dopo averci illustrato il tipo di lavoro che costantemente i suoi uomini svolgono (oltre 3.300 pattugliamenti, 4.200 interventi su chiamata in soccorso della popolazione, le oltre 700 armi e le 34.000 munizioni sequestrate), il Tenente Friano ci mostra il carcere. Ci aspettavamo di tutto tranne di vedere ciò che abbiamo documentato. Entrare in un carcere serbo, dopo essere stati "bombardati" dalle notizie di atrocità (che indubbiamente ci sono state), ovviamente significa pensare di trovarsi di fronte scene a dir poco apocalittiche o dantesche. Invece no. Anche qui il "genio" italiano ha dato i suoi frutti. Le celle sono state ristrutturate. Dove prima stavano in 15 oggi vivono in 4. I detenuti stanno quasi sempre all'aperto e mangiano regolarmente. Nessuno ha mai provato a scappare o ad inscenare rivolte o risse. Qui convivono tranquillamente serbi ed albanesi, assassini, e sono molti, e truffatori, alcolizzati e tossicodipendenti. Sono talmente "affezionati" agli italiani che quando hanno saputo che la gestione sarebbe passata alla Unmik, sono cominciati i mugugni. Singolare, ma chiarificatrice, la storia di un detenuto che, avendo saputo che stava per essere scarcerato ha fatto di tutto pur di rimanere in cella. A forza è stato fatto uscire. Ma non è finita là. Il giorno dopo si è ripresentato all'ingresso del penitenziario dicendosi disposto a fare le pulizie ed a servire il rancio pur di restare tra i suoi vecchi compagni. Incredibile ma vero, mai ci era capitato una storia simile. Storia atipica ma allo stesso tempo che ci fa capire quanto ben fatto sia il lavoro delle nostre truppe. Dopo aver fotografato i detenuti ed averli salutati uno per uno ed aver fatto una "visitina" anche nella "sala delle torture" dove ci è stato mostrato uno degli strumenti utilizzati durante la guerra (una sedia sulla quale non auguriamo a nessuno di accomodarsi), facciamo rientro aNei secoli fedele, anche in Kosovol Comando per metter qualcosa sotto i denti e farci qualche risata prima di andare a dormire. Il "silenzio" suona anche per noi. Siamo ormai giunti al penultimo giorno del nostro viaggio in questa terra martoriata. Una terra che nei secoli ha visto atroci massacri, deportazioni, distruzioni sogni di grandezza ma anche tanta spiritualità, gioia di vivere, pace e prosperità. Una terra che, tra le sue mille contraddizioni, riesce comunque a farsi amare. Oggi, dunque, è una giornata particolare che già ci fa assaporare quel gusto amaro che si ha quando si sa che si devono lasciare degli amici. Dopo la solita abbondante colazione, ci rechiamo al Comando Brigata. C'è il solito fermento. Il solito punto della situazione e via verso Dakovica. Là ci attende il Tenente Colonnello Luigi Lo Conte Comandante del 6° Battaglione Genio pionieri "Trasimeno". Quello di Dakovica è l'ultimo avamposto italiano nella zona Ovest di nostra competenza. Arrivati al compound (campo fortificato) il Tenente Colonnello Lo Conte ci fa accomodare nel suo ufficio per illustrarci tutte le attività che il "Genio" svolge, non solo in questa zona, a favore della popolazione. Attività molteplici che danno il quadro della mole di lavoro, ed impegno umanitario, profuso dall'Italia in terra kosovara. Lo Conte comincia a snocciolare dati come se piovesse. Parla di sminamento, di strade e ponti ricostruiti. Di discariche messe a norma, di scuole edificate da zero, di elettrificazione, risanamento della rete idrica, fino alla semplice costruzione di parchi giochi per bambini. Ci fa vedere con orgoglio un macchinario che da una semplice e lunghissima bobina di metallo "sforna" moduli componibili per la costruzione di hangar. Il 6° btg. Genio "Trasimeno" viene da Roma e si vede. Sembra di essere a casa. Su ogni muro fotografie della città eterna ci fanno riflettere. Domani noi vi faremo ritorno, loro continueranno a rimanere in quella terra, da molti definita inospitale, che sicuramente porteranno nel cuore per il resto della vita.


villaggio romIl villaggio rom
A poca distanza dal compound c'è un'altra enclave. Stavolta non si tratta di popolazioni serbe ma di rom. Un'etnia che ha subito e subisce ancora la furia dell'odio etnico da parte degli albanesi. I rom, infatti, sono accusati di aver collaborato con le truppe federali jugoslave nella "pulizia etnica". Vivono ai margini della città in una baraccopoli che non ha nulla a che invidiare ai nostrani campi nomadi. La zona, adiacente al mercato di bestiame di Dakovica, è ovviamente presidiata da un posto fisso e fortificato delle truppe italiane. Appena giunti sul posto una miriade di bambini, sporchi, mezzi nudi e senza scarpe ci corre incontro. Molti di loro parlano italiano. Anche qui si ripete la scena alla quale siamo oramai abituati. Bambini con occhi grandissimi chiedono a gran voce biscotti e caramelle. In pochi minuti la "nostra scorta" viene esaurita. Da lontano i genitori ci guardano senza proferire parola. Il Tenente che ci accompagna ci fa poi notare il serbatoio d'acqua potabile, istallato dal "Genio", che ogni settimana viene rifornito con le autobotti. Intanto Giuseppe fotografa e, intenerito da quelle faccette sudice ma che non hanno nessuna colpa per quella situazione, dona una carezza affettuosa ad una bambina che si guarda in silenzio e che, con molta dignità, accetta i nostri doni senza averli chiesti. Siamo abituati a queste scene. Scene che si ripetono anche nella nostra bella Italia, ma che lasciano sempre un poco di amaro in bocca perché sappiamo perfettamente che su quei poveri bambini ricadono sempre le colpe dei grandi. Risaliamo sul mezzo e ci dirigiamo verso il centro della città.

A Dakovica
Ai lati della strada principale una serie interminabile di autolavaggi, meccanici, gommisti e benzinai. E' incredibile come a soli 14Posto di blocco italiano a Dakovica mesi dall'inizio del rientro dei profughi ci siano in giro così tante automobili. Il traffico è caotico. Ci dobbiamo fermare perché all'incrocio c'è un ingorgo. Sulla nostra destra un'ex caserma della polizia serba completamente distrutta. E' stata colpita dalle bombe della Nato. L'effetto è stato devastante. Un ammasso di cemento e ferro si erge nella zona: monumento alla follia umana. Riusciti a divincolarci da quell'enorme ammasso di ferraglia con un motore sotto il cofano arriviamo al centro di Dakovica. Sulla piazza un grande albergo che fu il primo Comando delle truppe italiane che dalla Macedonia giunsero in Kosovo. Essendo il centro della città è anche il fulcro di tutta la vita che si svolge a Dakovica. Nei giardini, accanto ad una chiesa ortodossa ed al suo muro perimetrale sul quale sono scritti centinaia di nomi di persone scomparse nel nulla, o meglio quel che ne rimane, presidiata da un mezzo blindato italiano del 152° "Sassari" incredibilmente scopriamo la statua di una beata cattolica: Madre Teresa di Calcutta. Siamo in una regione dove la religione dominante è quella musulmana eppure, dopo aver chiesto spiegazioni, ci viene detto che quel monumento è stato eretto proprio dai musulmani. Ma un motivo esiste. Qui non si tratta di religione, Madre Teresa era nata in Albania e qui sono tutti albanesi. Si tratta di un omaggio ad una conterranea salita agli onori della cronaca e della Chiesa cattolica. Dopo un rapido giro a piedi ci rituffiamo nel traffico. Dakovica è una città operosa dove il commercio la fa da padrona. Ma è anche ovvio che sia così. La vicinanza con il confine albanese fa sì che di qui passino tutti i traffici possibili immaginabili. Traffici molto spesso illeciti. Finalmente riusciamo ad entrare in quello che era la città vecchia. Oggi è chiamata la città fantasma. Durante la guerra fu ripetutamente bombardata e gran parte delle abitazioni sono ormai un cumulo di macerie. Ci attendevamo un clima spettrale invece abbiamo trovato, anche là tra le macerie, il fermento della vita. Sono molti i negozianti che stanno ristrutturando-ricostruendo le loro piccole botteghe. E' ora di pranzo, i bambini escono dalle scuole passano e ci salutano allegramente snocciolando qualche parola d'italiano. Facciamo ritorno al compound dove ci attende la mensa. Anche qui, come in ogni "caserma" italiana il vitto è "ottimo ed abbondante. Dopo qualche telefonata a Roma per comunicare che domani faremo ritorno e i saluti di rito saliamo sul nostro mezzo per fare ritorno a Pec. Ci vogliono almeno due ore di strada. Al solito trascorrono tra barzellette e battute, risate e discorsi seri. Tra il gruppetto che si è formato, io, Giuseppe, il Capitano Compagnone e il Caporale Matarazzo c'è molto affiatamento. Tra una sigaretta (in sette giorni abbiamo letteralmente affumicato due poveri non fumatori) ed una chiacchiera scopriamo che questa sera c'è una sorpresa per noi. Una trasmissione a Radio West dove gli ospiti d'onore siamo noi. Siamo contenti perché siamo i primi e gli unici giornalisti ad aver avuto questo privilegio.


Il Generale AbrateIl Brigadier Generale Biagio Abrate
Giunti all'Hotel Metohija incontriamo il Brigadier Generale Biagio Abrate per l'ultima intervista. Il Brigadier Generale Biagio Abrate Il Brigadier Generale Abrate (oggi Capo di Stato Maggiore della Difesa) è una persona dai modi raffinati ed allo stesso tempo "alla mano". Il nostro è un colloquio informale ma denso di significati e messaggi. Subito chiediamo di farci un resoconto di questi primi 14 mesi di "missione" anche per avere un quadro completo da presentare ai lettori che troppo spesso, anche per incuria dei cronisti, "dimenticano" lo sforzo che la nostra nazione profonde all'estero. "Non penso che siamo dimenticati, almeno dalle autorità militari e dalle Istituzioni" ci dice il Brigadier Generale. "Per quanto riguarda l'attività in questi 14 mesi posso dire che è stata molto impegnativa. Sono state impegnate oltre 12.000 persone e questo vuol dire che molti stanno tornando per la seconda volta avendo con loro un bagaglio d'esperienza importante". "I risultati sono sotto gli occhi di tutti. E' ovvio che in precedenza, quando le truppe entrarono in Kosovo ed almeno per i primi mesi, i riflettori della stampa erano maggiormente puntati su di noi. Pec all'epoca era una città fantasma come Dakovica del resto. Oggi c'è un fermento tangibile. C'è un'attività commerciale a dir poco incredibile. E questo è solo un esempio. E la nostra presenza ha contribuito enormemente a questo rifiorire della vita, anche se non abbiamo contatti "diretti" con la popolazione, se non con i capi villaggio o le varie istituzioni che si stanno creando". Già, nessun contatto, ci tornano alla mente le parole dei soldati: "Non abbiamo libera uscita". Immediata ci viene la domanda: "E con le minoranze etniche che dovete difendere che tipo di contatti ci sono?". Il Brigadier Generale Abrate sorride, "Nei confronti delle minoranze assolviamo ad un mandato ben preciso che è quello datoci dalla Distribuzione vestiaro ai profughirisoluzione Onu 1244 che è quello dell'imparzialità". "Certo il nostro compito non è facile, questa zona era la culla dell'Uck (l'esercito di liberazione del Kosovo), ma va detto che la presenza serba è abbastanza limitata. L'enclave più grande è quella di Gorazdevac, che lei conosce bene, che conta 1.200 persone. Questa enclave è da proteggere e sostenere sotto tutti i punti di vista compreso quello alimentare. Noi garantiamo, al di la della sicurezza fisica, anche l'arrivo dei generi di prima necessità. Questo perché la tolleranza, ancorché obiettivo prioritario, al momento non ha avuto ancora avuto sviluppi consistenti. Certamente è meglio che all'inizio. Spesso siamo noi i propulsori della ripresa dei rapporti tra le due etnie. Sono passi piccoli ma importanti. Inoltre va detto che la Pubblica informazione gioca un ruolo fondamentale specialmente con Radio West che sta svolgendo un ottimo lavoro. Un lavoro capillare che, entrando direttamente nelle case, riesce ad instillare nella popolazione il concetto della tolleranza, della convivenza pacifica e della democrazia". Da quanto abbiamo potuto vedere nella popolazione c'è una grande fiducia verso i soldati italiani. "Noi non siamo temuti, sono convinto che non ci vedono come una forza d'occupazione. Anzi siamo considerati come delle persone che, sì, garantiscono l'incolumità fisica ma che sono qui anche per dare una mano alla loro rinascita". "In effetti gli italiani sono i più ben voluti nel Kosovo", diciamo noi. "Noi abbiamo avuto la fortuna di avere una Brigata multinazionale fatta da eserciti "latini" ed il carattere caloroso di queste nostre popolazioni esce sempre fuori. I nostri soldati sanno farsi voler bene e non solo dai bambini. Questo è indubbiamente un pregio tutto latino, che non lascia comunque spazio a nessun cedimento. Non passa giorno che non sequestriamo armi o arrestiamo trafficanti o terroristi". Veniamo ai problemi che si devono affrontare quotidianamente. "Quello delle armi, a parte la difficile convivenza tra serbi ed albanesi, è uno dei principali problemi da risolvere. Non passa giorno che non sequestriamo armi e munizioni. E per far questo svolgiamo anche operazioni di polizia. Facciamo irruzione nelle case sospette, facciamo ceck point mobili per sorprendere queste persone e spezzare i traffici illeciti. Sono operazioni che hanno un rischio, ma è un rischio calcolato. Ed i frutti ci sono anche se l'imponderabile esiste sempre". "Facciamo di tutto per far consegnare le armi. Collaboriamo con il Tmk (l'ex Uck) e con la stampa locale lanciando una campagna vera e propria. Sono passi che pian piano arrivano alla soluzione del problema". Sempre sulle armi, "la zona di Decane è una delle zone a maggior rischio per l'alto numero di mine, che cosa stiamo facendo per questo?". "Insieme a noi operano anche molte organizzazioni non governative ed insieme stiamo individuando e recintando le zone a rischi per provvedere poi allo sminamento. Noi abbiamo una compagnia specializzata che sta facendo un ottimo lavoro. Anche perché la Buon rapporto dei soldati italiani con i residentisicurezza dei nostri uomini è la cosa principale. Accanto a questo facciamo anche dei corsi sul riconoscimento delle mine stesse sia agli adulti che ai bambini". "I nostri volontari stanno facendo veramente un ottimo lavoro". Scontata, a questo punto, la domanda sull'esercito professionale. "Io su questo non ho dubbi. Voglio dire solo che in questi ultimi anni i compiti delle Forze Armate sono radicalmente cambiati. La scelta da fare era una sola se la nostra Forza armata voleva competere, essere alla pari delle altre Forze europee. E per acquisire queste nuove conoscenze non bastano certo pochi mesi di addestramento. I militari di leva hanno dato tantissimo alla nostra nazione ed in passato sono stati utilissimi. Oggi gli scenari internazionali sono cambiati ed anche noi ci dobbiamo adeguare". Rivolgiamo l'ultima domanda, scontata per altro: "Quale futuro per il Kosovo?". "La mia è una considerazione personale e comunque positiva. Vedo la voglia ed il piacere di vivere in pace e di lavorare per il futuro. Volontà che si ritrova, almeno ufficialmente, nelle autorità politiche locali che si stanno formando. Vogliono entrare in Europa dalla porta principale e non dalla finestra. Hanno enormi potenzialità economiche inespresse. Qui serve solo la soluzione del problema politico. Il tempo farà la sua parte". E' ormai sera andiamo a mensa per l'ultimo pasto con quelli che consideriamo nostri commilitoni. Poi la trasmissione. Trenta minuti in allegria tra sfottò e parole serie. Una telefonata in diretta che ci ringraziava per il lavoro che stavamo svolgendo. Infine il ritorno in albergo. La notte è passata veloce. Siamo nuovamente al Comando Brigata per i saluti. Il Tenente Colonnello Scalas ci consegna un attestato di ringraziamento da parte dell'intera Brigata. Siamo amici delle "stellette". Una pacca sulle spalle, strette di mano e la promessa di tornare alla fine di ottobre. Ed eccoci sul mezzo destinazione Pristina. Il nostro aereo ci attende. Prima di raggiungere l'aeroporto facciamo l'ultima tappa a Kosovo Polije per una visita al Genio Ferrovieri che, con il convoglio di Pronto Intervento (unico esempio in Europa), sta ristrutturando l'intera rete ferroviaria del Kosovo. Purtroppo abbiamo poco tempo ma possiamo assicurarvi che lavoro che i nostri genieri stanno svolgendo è di enorme responsabilità, sia per l'intera Kfor che per la popolazione civile. Riprendiamo il nostro viaggio verso l'aeroporto. Arriviamo e ci sentiamo un groppo in gola. Non ci va di lasciare i nostri nuovi amici. Ma non sempre si può fare ciò che si vorrebbe. Ci voltiamo per un ultimo saluto al Capitano Compagnone ed al Caporale Materazzo. L'aereo rulla sulla pista. Siamo in volo destinazione Italia.


Assistenza alla popolazione KosovaraUn mese dopo Ogni promessa è debito, giovedì saremo di nuovo su un aereo diretti in Kosovo per seguire, con le nostre corrispondenze, le elezioni amministrative indette dalle Nazioni Unite. Come dice il proverbio "ogni promessa è debito". Così abbiamo fatto ritorno in Kosovo per portare a termine la 'nostra' missione e seguire lo svolgimento delle elezioni amministrative indette dalle Nazioni Unite. Con animo felice, sapendo di andare a trovare, seppur nel lavoro, un vero e proprio gruppo di amici partiamo dall'aeroporto di Pratica di Mare con ciò che per noi è ormai divenuto un mezzo familiare: un C 130 dell'aeronautica militare. Stavolta, oltre ai militari viaggia con noi un gruppo di infermiere volontarie della Croce Rossa. Mai e poi mai avrei pensato che una di quelle giovani infermiere sarebbe divenuta poi mia moglie e la madre dei miei due gemelli. Eppure, anche nella tragedia della guerra e delle sue conseguenze, qualcosa di buono nasce sempre. Sono le "crocerossine" come tutti, affettuosamente, le chiamano. Non è certo una sorpresa, da quasi un secolo assolvono alla loro "missione" nei posti più disparati e difficili del mondo, ma siamo contenti della loro presenza perché un pizzico di femminilità non guasta mai. Ci informiamo se andranno all'ospedale militare di Pec. Ci rispondono di sì. Per il momento è tutto. L'ordine di volo è arrivato. Un'ora e mezza ed eccoci nuovamente all'aeroporto di Pristina. E' passato un mese esatto dal nostro primo viaggio eppure sembra che siamo rimasti sempre qui. Dopo aver svolto le solite pratiche burocratiche prendiamo posto sui mezzi che ci porteranno a destinazione. Con noi le "crocerossine" con le quali conversiamo piacevolmente. Il viaggio da Pristina a Pec è lungo, e lo sappiamo bene, eppure quelle due ore volano via. Si parla di tutto, dalla nostra professione a quella delle infermiere volontarie. Ci si scambiano impressioni, opinioni. Si osservano i cambiamenti. Apprendiamo dal capo gruppo, sorella Barnabò, che lei e le altre cinque sorelle andranno a sostituire l'altro gruppo all'ospedale militare di Pec. Sono tutte volontarie che con spirito di sacrificio ed un altissimo concetto del volontariato lasciano casa, lavoro ed affetti per donare al prossimo quanto di più bello possa esistere: la solidarietà umana oltre che la professionalità. Sono sentimenti rari in un mondo che vive vorticosamente la propria routine edonistica e globalizzatrice. Sono indubbiamente persone speciali, donne speciali, che sanno donare loro stesse senza chiedere nulla in cambio.

Pranzo degli inviati di guerraUna 'banda' di amici
Arrivati a Pec salutiamo sorella Barnabò, sorella D'Andrea e sorella Baroni dalla quale apprendiamo che suo padre è un nostro collega e che in passato ha lavorato proprio a "Il Giornale d'Italia", lasciandoci con la promessa che saremmo tornati per approfondire i discorsi su questa loro esperienza in terra kosovara. Ed eccoci all'hotel Metohjia, sede del Comando Brigata. Entriamo, zaino in spalla, e ci dirigiamo verso Radio West e la sede della cellula Pubblica informazione. E' un attimo, saluti ed abbracci con tutti, come dei vecchi amici che non aspettavano altro che il nostro arrivo. Primi fra tutti il caporale Matarazzo, ma per noi semplicemente Salvatore, il 'nostro' autista. Poi il maresciallo Ruggero, il Capitano Compagnone, il Capitano Carini e Blerta, Evis, Elton ed infine il Tenente Colonnello Scalas. Sembra di essere tornati a casa. "Allora Stefano com'è andato il viaggio? Tutto bene?", dice subito Scalas. Poi guarda dietro di me ed esclama nel suo solito accento sardo: "Ma che hai fatto, anche stavolta ti sei portato dietro quel delinquente di Giuseppe?". Una risata esplode nell'ufficio. Sì, siamo veramente tra amici. Le solite, necessarie, formalità ed il rilascio dei 'pass' per la stampa che ci consento di girare dove vogliamo. Ci rilassiamo qualche minuto. Poi la festa continua. Le elezioni amministrative richiamano molti colleghi. La maggioranza staziona a Pristina ma a noi viene 'concesso' di essere veramente tra amici. Da Belgrado è arrivato Ennio Remondino con la sua redazione, Boban, Micky e Jelena. Ennio è un po' il mito di tutti noi inviati nei Balcani. Conosce la situazione a 'menadito'. Ma oltre ad essere un professionista con la P maiuscola è soprattutto un amico. Spesso ci sentiamo telefonicamente proprio per confrontare le idee, e soprattutto per chiedere consigli, ma oggi, finalmente, ci incontriamo ed abbiamo la possibilità di passare qualche giorno insieme e ricordare i "cinque coccodrilli", così definiva il Grand Hotel di Pristina in cui eravamo alloggiati con tutti i colleghi del mondo mentre documentavamo la guerra e poco prima di bombardamenti Nato, oltre a fare bisboccia dopo una lunga ed intensa giornata di lavoro. Arriva anche Gianfranco D'Anna del Tg2 con la sua troupe. Siamo al completo. Ormai è sera, dopo una conviviale ed abbondante cena ci rechiamo al bar. Un amaro, quattro chiacchiere e poi a dormire, domani la giornata sarà intensa.


Il richiamo del muezzin di PecIl richiamo del Muezzin Dopo aver dormito, male e poco ed essere stati svegliati dalla preghiera del muezzin, in un alberghetto poco rassicurante e, soprattutto, senza riscaldamento i nostri due "angeli custodi", il Capitano Bruno Compagnone ed il Caporale Salvatore Matarazzo puntuali come sempre ci vengono a prendere. La giornata, però comincia male. Salvatore ci informa che questo sarà l'ultimo giorno che saremo insieme. Domani tornerà a casa. Siamo contenti per lui ma non per noi, ormai eravamo una 'squadra' affiatata e dispiace sempre quando qualcuno abbandona. Ma tant'è, Salvatore ha sulle spalle quattro mesi di Kosovo ed è giusto che torni agli affetti familiari. Superato il piccolo 'trauma' ci avviamo verso il Comando Brigata dove ci aspettano i colleghi della Rai ed, ovviamente, gli amici dell'Esercito. Dopo un'abbondante colazione e le solite quattro chiacchiere con Remondino e gli altri facciamo il punto della situazione. Domani ci sono le elezioni e l'aria, seppur all'apparenza è distesa, resta carica di tensione. Le strade, solitamente molto affollate, sono semideserte e questo è indice di un qualcosa che potrebbe poi rivelarsi pericoloso. Una scorsa ai rapporti notturni dell'intera area. La notte è stata tranquilla. Mentre Boban e Micky escono a fare delle riprese, io e Giuseppe decidiamo di recarci all'ospedale militare di Pec per andare ad approfondire i discorsi con le 'crocerossine'.

Una vita dedicata alle sofferenze umane
Nulla sembra essere cambiato dall'ultima volta che siamo stati in qui. La solita folla di civili si accalca all'ingresso dell'ospedale. Poco distante riconosciamo anche un bambino fotografato il mese scorso. Era sempre là con lo stesso maglione di colore rosso. All'ingresso ci accoglie il Capitano Corticchia, gentile e disponibile come sempre. Gli chiediamo di poter parlare con le infermiere volontarie. Mentre attendiamo il loro arrivo ci guardiamo intorno e ci rendiamo conto che tutto ciò che ci circonda, ambulatori, sale operatorie, alloggi, insomma tutta la struttura non potrebbe funzionare o semplicemente esistere senza il lavoro dei tanti militari che compongono il reparto Sanità. Si parla sempre di medici, infermieri, di operazioni riuscite. Ma tutto questo senza di loro sarebbe impossibile ed è giusto ricordarlo. MentreL'infermiera volontaria CRI, Micaela D'Andrea degustiamo le nostre bevande, comodamente seduti allo spaccio dell'ospedale arriva sorella Zanellati. E' la capo gruppo uscente. Le altre consorelle sono già partite ma lei deve lasciare le consegne ed è rimasta un giorno in più. E' una donna di grandissima esperienza, il suo 'curriculum professionale' farebbe rabbrividire chiunque. Con la Cri ha girato mezzo mondo. Somalia, Mozambico, Bosnia, Albania sono solo alcuni dei luoghi dove in qualità di 'crocerossina' ha operato. Per non parlare poi di quanto fatto in Italia. Il Corpo delle Infermiere Volontarie ausiliarie delle FF.AA. fa risalire la sua origine al 1908 anno in cui sorse a Milano la prima scuola, subito seguita da quella romana presso l'Ospedale Militare "Celio". Nacquero così le "Crocerossine" come vengono affettuosamente chiamate. Da allora, attraverso terremoti, due conflitti mondiali, guerre piccole e grandi, alluvioni, calamità naturali in Italia e all'Estero le Infermiere Volontarie sono pronte ad intervenire ovunque ci sia sofferenza, sempre al di sopra delle parti secondo i principi di umana solidarietà, propri della Croce Rossa. Ed è realmente così. Sorella Zanellati risponde volentieri alle nostre domande. "Vede -dice- qui ed in tutti i posti in cui andiamo i nostri soldati, ma anche i civili che assistiamo, ci considerano realmente delle sorelle e qualche volta anche delle mamme". Non ha certo torto su questo rapporto di tipo familiare. Si vede, si sente nell'aria. C'è un profondo rispetto per queste donne che sacrificano volentieri la propria vita familiare per uno degli scopi più alti dell'umanità: la solidarietà. Ma come la prendono le famiglie delle crocerossine, chiediamo. "Ovviamente quando arriva l'ordine di partenza arricciano un poco il naso, ma è un attimo, sanno perfettamente che questa è una scelta di vita e la rispettano. Le nostre esperienze ed il calore che ci mettiamo viene poi riversato all'interno della famiglia e, vi assicuro, che si vive meglio". Intanto le altre crocerossine hanno finito di assolvere a i loro compiti e si sono radunate in quella che chiamano 'Piazza Croce Rossa'. E' un po' il loro 'Quartier generale'. Ed ecco che ritroviamo le nostre compagne di viaggio, sorella Barnabò, nuova capo gruppo che sostituisce sorella Zanellati, e le sorelle D'Andrea, Baroni, Michelotto, Balbinot ed Albano. Arriva anche Giuseppe che era andato a fotografare alcune delle attività svolte proprio dalle crocerossine. Alcune di loro hanno già avuto diverse esperienze in terra Kosovara. Sorella D'Andrea è una di queste. E' giovane ma ha già tanta esperienza nel suo 'zaino'. Ha passato l'estate qui, in questa terra martoriata a contatto diretto con la popolazione. Con i bambini, i più colpiti da queste 'follie umane' che sono le guerre. Conosce il loro modo di pensare. Conosce gli odi che vengono trasmessi anche ai più piccoli. Ci racconta di come alcuni bambini albanesi pur essendo in tenera età tentarono di scacciare a sassate una bambina serba che rimaneva immobile perché doveva attendere il papà che sarebbe passata a prenderla più tardi. Inutili gli sforzi per far comprendere ai bambini che quello che stavano facendo era sbagliato. "E' serba, deve andare via" è stata la risposta. Le storie delle crocerossine sono tante e tutte differenti. C'è quella lieta di un giovane kosovaro che, operato per una forma gravissima di calcolosi, sta ora tornando alla vita normale. Ma c'è anche quella più triste di una bambina affetta da una rarissima forma di 'osteoporosi' che l'ha condannata ad una breve vita. La nostra visita termina con i classici saluti e la promessa, visto che mi è stato dato del 'Pinocchio' (non hanno una grande considerazione dei giornalisti) che avremmo parlato di loro e di quanto stanno facendo unitamente ai militari (del resto lo sono anche loro o quasi), del loro coraggio e della tanta umanità e solidarietà che alberga in quei cuori.


Il centro di PecIl centro di Pec
Riprendiamo la strada del Comando Brigata, ma prima ci fermiamo nel centro di Pec. Ci incamminiamo tra un dedalo di vicoli. La vita pulsa animosamente. Botteghe artigiane, negozi di vario genere, persino supermarket, seppur tra cumuli di immondizia monumento al consumismo che è arrivato anche qui, sono la meta preferita dai kosovari che, a dispetto di quanto si possa credere o pensare, comprano e spendono denaro. Intanto i bambini scorrazzano tra le bancarelle, la sporcizia e le macerie mentre le mamme o le sorelle si affanno nel fare 'shopping'. Chi pensa che qui il costo della vita sia relativamente basso si sbaglia. Ci fermiamo a guardare la vetrina di un negozio di calzature, i prezzi sono del tutto simili ai nostri. A volte anche più alti. Solo la benzina costa meno: 1.300 lire la super, 1.200 il gasolio. La valanga di denaro riversata dalle organizzazioni internazionali comincia ad avere effetto. E' ormai sera, rientriamo al Comando: c'è una festa di compleanno. Tutto è già pronto si festeggiano i 'primi quarant'anni' del Maresciallo Pesci. E' una bella tavolata, allegra. Si scherza, si ride, si balla anche. Si aprono i regali. Ormai è notte fonda e la stanchezza non ci dà tregua. Andiamo a dormire domani è giorno di elezioni e dovremo essere in forma. La notte passa con un po' di travaglio. Sono in Kosovo e ieri, per la prima volta in dieci anni, non ho potuto fare gli auguri di buon compleanno alla persona che per tanto tempo mi è stata accanto. Una storia personale, di una coppia come tante altre, finita male. Siamo inviati speciali in zone difficili, spesso di guerra, siamo abituati a lunghi distacchi ed al pericolo. E' il nostro lavoro, lo abbiamo scelto noi accettandone pregi e difetti, ma siamo pur sempre esseri umani ed abbiamo un cuore che batte e sentimenti sinceri anche se accettiamo quello che la vita ci offre. Nel bene e nel male. Ed alla fine accettiamo quel che viene con una battuta, sarcastica come solo i romani sanno fare, e che ci ripetiamo mille volte: “Morto un Papa se ne fa sempre un altro”.

Il voto amministrativo
Oggi è giorno di elezioni e la Cellula di pubblica informazione è tutta un fermento. Boban e Micky sono pronti. Remondino cerca di Kossovari al votoavere le prime notizie dai seggi elettorali. Io e Giuseppe, insieme all'interprete kosovara Dafina, una bellissima ragazza che parla perfettamente l'italiano, andiamo a vedere com'è la situazione in giro per Pec. La nottata è trascorsa senza incidenti di sorta. Montiamo sulla jeep a nostra disposizione con il Capitano Compagnone ed il nostro nuovo autista. Si chiama Giuseppe anche lui. Pochi minuti per sciogliere il ghiaccio e via verso uno dei principali seggi elettorali della città. Il nostro mezzo si ferma ad oltre cento metri di distanza. Le regole dell'Osce, che gestisce le operazioni di voto sono chiare: la Kfor non ha nessuna voce in capitolo in questa operazione. E si vede. Entriamo e lo 'spettacolo' che si presenta ai nostri occhi, per noi che siamo abituati all'astensionismo dilagante, è quasi incredibile. Nonostante la giornata fredda e nuvolosa una fila interminabile di persone attende compostamente il proprio turno per votare, mentre i bambini si rincorrono e giocano allegramente. Per loro è una giornata di festa. La sfida è tra il leader moderato Ibrahim Rugova (nel frattempo deceduto) e l'estremista ex capo dell'Uck, Hashim Tachi. Entriamo nei seggi per seguire da vicino lo svolgimento delle operazioni. Tutti gli elettori, circa 900mila (non votano i serbi che non ritengono valide queste consultazioni), sono registrati su un librone che contiene le loro fotografie e le impronte digitali. Una volta passato questo primo controllo viene consegnata loro una scheda elettorale, ma prima gli viene spruzzato un liquido invisibile ad occhio nudo e rilevabile da una particolare 'macchinetta' che un osservatore dell'Osce ha in dotazione. Serve per evitare il doppio voto. Poi, finalmente, si può votare. Usciamo, la fila si fa sempre più lunga. Chiediamo ad una signora di mezza età cosa significa per lei questo voto; "Per me è come tornare a vivere. C'è un riconoscimento ufficiale del nostro popolo. Ma spero che da tutto ciò si possa tornare alla normalità senza odio alcuno e che sia il passo decisivo verso il futuro". La risposta è simile un po' in tutti tranne che per due anziani. "Siamo stanchi di aspettare e stare in piedi. Siamo anziani e non ci fanno passare avanti. Vede, ci reggiamo sul bastone ma nessuno ci dice di andare avanti. L'Osce ha pensato a tutto ma non a noi anziani. E' un'ingiustizia come è assurdo che per un evento così importante abbiano deciso di far votare solo fino alle 19. No non credo proprio che andremo a votare". Uno sfogo amaro al quale non possiamo dare torto. Facciamo un rapido giro in altri seggi. La situazione è uguale ovunque. Torniamo al Comando Brigata. C'è molto fermento, telefonate che si incrociano, telefonini che squillano, fax che arrivano. Vediamo Ennio e chiediamo cosa sia successo. "E filtrata una notizia secondo la quale è stato ritrovato un ordigno vicino ad un seggio elettorale", ci dice. Ma è vero? Noi non ne sappiamo nulla eppure siamo proprio a Pec. La verità si scopre nel giro di pochi minuti. Una granata è stata ritrovata nel giardino di una casa, ma non vicino ad un seggio elettorale. Purtroppo la notizia, seppur falsa, ha fatto il giro dei circuiti internazionali. Ma nessuno di noi corrispondenti gli ha dato un minimo di credito.


Esercitazione GIS a BanjaEsercitazione dei Gis a Banja
Il resto della mattina passa nell'attesa di notizie, cos“ decidiamo con Boban e Micky di andare a Banja per vedere le esercitazioni dei Gis dei Carabinieri. Banja dista solo 12 chilometri da Pec. Il viaggio è breve, ma mi riserva una sorpresa graditissima. Arrivati nella base della Taurinense, un ex albergo con vasche termali rimesse a nuovo dai nostri ragazzi, ci viene incontro il comandante, Tenente Colonnello Perluigi Gallino. Dopo un primo giro all'interno del comando, improvvisamente mi sento prendere alle spalle. Mi giro e con immensa sorpresa e gioia mi trovo di fronte il Tenente Gianluca D'Ambrosio. E' un caro amico che non vedevo da due anni. Baci ed abbracci. "Me lo sentivo che prima o poi ci saremmo incontrati", esclama Gianluca. La vita è proprio strana, ci si perde di vista pur abitando nella stessa città e poi ci si ritrova in situazioni del tutto particolari. Insieme ci rechiamo nello spiazzo dietro l'albergo. Parliamo del passato e degli amici che sono in Italia, poi la promessa di rivederci per Natale. Il suo turno in Kosovo è ormai finito. Ma prima di rientrare nella città eterna farà tappa a Torino dov'è di stanza. L'elicottero della Marina militare con a bordo i Gis è in arrivo. Si ferma a mezz'aria. Una corda scende dal portellone aperto. E' un attimo. Con incredibile velocità sette appartenenti ai Gis si calano dall'elicottero. Appena a terra si dispongono a cerchio ed iniziano la loro esercitazione. La forza del vento prodotto dai rotori quasi ci scaglia sul filo spinato che delimita il campo di atterraggio. Di fronte a noi una scuola elementari. Gli alunni sono tutti addossati alla recinzione a guardare quello che per loro è ormai una routine: vedere soldati, soldati e ancora soldati da almeno due anni. L'azione è di breve durata ma comunque affascinante. Non avevamo mai visto, se non in televisione, Gis in operazione. Fanno indubbiamente un certo effetto. Finita l'esercitazione ci aspetta il caffè di rito. Quattro chiacchiere in compagnia. Un salutoEsercitazione Gis, irruzione affettuoso a Gianluca e via verso la 'nostra' base. Pochi chilometri e la nostra attenzione viene catturata da una chiesa ortodossa. Non è antica ma, come al solito, è presidiata dai soldati italiani per evitare ulteriori saccheggi. Entriamo. E' completamente spoglia. Nessun arredo sacro è stato risparmiato. Salutiamo i soldati che stazionano all'interno del perimetro e torniamo a Pec. Le prime ombre della sera calano sulla città. Andiamo in un altro seggio elettorale per un ultimo controllo. Sono le 19, orario di chiusura delle urne, ma la fila di votanti è ancora lunga. In molti si accalcano e pressano sulla polizia internazionale e quella kosovara per entrare. Facciamo un giro all'interno della scuola. Un membro dell'Osce ci ferma e ci dice che non possiamo fotografare nulla. Ne nasce un battibecco. Siamo autorizzati ma questo non riconosce i nostri permessi. Lo lasciamo parlare poi gli rispondiamo in inglese: "Lei è matto, come si permette di porre la censura su un avvenimento internazionale". Ci invita a fare un altro permesso. Non se ne parla nemmeno. Lo mandiamo a quel paese e continuiamo a fotografare, siamo dalla parte della ragione. Forse era preoccupato della documentazione di qualche magagna. E' ora di cena e torniamo al Comando Brigata. L'allegra tavolata si riunisce in buon ordine. Stavolta il pasto è veloce. Ennio ha la diretta con il Tg1, D'Anna deve inviare il pezzo per il Tg2, noi attendiamo i primi risultati. Il tempo delle chiacchiere ci sarà, ma più tardi. Le operazioni di voto vanno avanti ad oltranza. Trapelano le prime indiscrezioni sulla vittoria, per altro scontata, di Rugova. Si parla di cifre ma non sono attendibili. Ormai tutto è rimandato a domani. Dopo il bicchiere della staffa andiamo tutti a dormire.


L'esito del voto
La giornata di ieri è stata dura e quella di oggi si prospetta altrettanto. Solita riunione per vedere cosa è accaduto durante la notte e poi alla caccia dei risultati elettorali che cominciano ad affluire al centro Osce. Vittoria di Rugova su ogni fronte. Anche a Pec, roccaforte di un altro radicale ex Uck, Ramushi. Intanto da Pristina arriva un altro collega. E' Marcello Ugolini, del Gr Rai, amico ultraventennale di Giuseppe. Ora siamo al completo. Sembra quasi una rimpatriata di ex compagni di scuola. Dopo i saluti di rito e qualche battuta voliamo, è il caso di dirlo, all'aeroporto di Giakova. Un elicottero ci attende per sorvolare l'intero territorio di competenza italiana. L’aeroporto nasce come supporto alla Brigata multinazionale ed è stato inaugurato nel dicembre scorso. Attualmente il comandante è il Colonnello Muzio Fulvio che ha ai suoi ordini 400 persone. La struttura aeronautica, che dispone di una pista di 1.800 metri che può ospitare oltre a velivoli militari anche DC9 civili, in realtà ospita la prima task force (Ercole) a livello interforze. Sono infatti presenti mezzi della Marina (Sh 30 modificati) del 4° nucleo lotta anfibi, dell'Esercito (AB 205 e CH-47) e dell'Aviazione (Nardi NH 500) del 72° stormo di Frosinone. L'aeroporto, per ragioni climatiche, a fine missione molto probabilmente diventerà, per importanza, il primo scalo civile del Kosovo ( così è stato da come ho constatato nel mio ultimo viaggio in Kosovo nel 2007). Dopo una esauriente chiacchierata con il colonnello Muzio Fulvio ci rechiamo presso il comando del 21° gruppo Aves "Orsa Maggiore" dell'esercito. Il Comandante, Tenente Colonnello Gianfranco Vadrucci, ci illustra, prima di salire sull'elicottero che ci porterà sui cieli kosovari, l'attività del gruppo che ha sede ad Elmas, in Sardegna. Il gruppo ha una quindicinale esperienza nell'attività antincendio a favore della protezione civile. Nel 1999 è stato impegnato in Bosnia nell'operazione Joint Forge ma anche in Somalia, Libano, Mozambico ed Albania. Tutti i piloti della Task Force sono abilitati al volo notturno effettuato grazie all'utilizzo di uno speciale casco, l'Nvg, che ha un visore a raggi infrarossi. Sono inoltre abilitati ad attività di Medevac (soccorso sanitario aereo).


elicottero 2In elicottero sul Kosovo
Tutta la 'nostra' squadra sale sull'elicottero. Per l'occasione sarà proprio il comandante Vadrucci a pilotarlo. Partiamo. La sensazione della prima volta che ci assale è indescrivibile. L'elicottero è decisamente diverso da ogni altro velivolo. Ti dà l'opportunità di vedere dettagli che dal basso sono impossibili da individuare. Il volo è lungo. Un ora e quaranta minuti in aria con la possibilità di vedere gli effetti dei bombardamenti Nato, le distruzioni, le fosse comuni, le trincee ormai ricoperte dal manto erboso ma anche il pulsare delle città e la bellezza di questa regione. Le sue vallate e le sue montagne, i suoi colori che l'autunno colora di rosso e giallo ocra intensi. Un autunno che qui arriva molto prima che da noi. E' l'ultimo giorno che siamo in Kosovo e questo è indubbiamente un bel regalo d'addio. Giuseppe, sullo stile dei reporter di guerra che si vedono nei vecchi filmati del Vietnam, si sporge dal portellone aperto per immortalare quanto si propone sotto di noi, ma anche di fronte a noi. Infatti, quasi dal nulla, spunta un dirigibile delle Nazioni Unite che ha al suo interno un'apparecchiatura ad alta tecnologia che individua i campi minati. E qui, di mine, ce ne sono a decine di migliaia. Da Giakova sorvoliamo il confine In viaggio verso l'ItaliaMontenegrino e quello albanese. I passi di Klina, Kulina, Kuciste, Morines e Prusit. La base spagnola di Istok, le città di Pec e Decane. Attraversiamo la valle di Rugova ed il patriarcato, oltre al monastero di Visoky. Il carburante è agli sgoccioli, rientriamo alla base. Salutiamo e ringraziamo per questa esperienza indubbiamente affascinante e ci dirigiamo verso l'ultima tappa del nostro viaggio: il poligono di Belo Polje. Ci attende la compagnia Eod (sminatori ed artificieri). Assisteremo alla distruzione di mine, granate, razzi etc... provenienti da un deposito militare serbo. Hanno preparato tre 'fornelli', che avevamo visionato in mattinata. E' ormai notte e fa un freddo incredibile. Ma ci hanno aspettato. Siamo a distanza di sicurezza all'interno di una torretta. Le esplosioni sono state violentissime nonostante fossero attutite dalla terra. Lo spostamento d'aria è stato molto forte. Giuseppe, imperterrito, prova a fotografare la fiammata ma la mancanza di luce impedisce ogni cosa. Torniamo al Comando Brigata stanchi ma contenti. Hanno Organizzato una cena di commiato. Il Capitano Carini ha cucinato per noi. Il tempo, purtroppo, è poco. Domattina partiremo alle 5,30 per Pristina dove ci attende il volo di rientro in Italia. Mangiamo, beviamo, scambiamo le ultime battute. Poi i saluti affettuosi e lo scambio dei numeri telefonici. La 'nostra missione' è terminata. L'ultimo abbraccio è per il Tenente Colonnello Gianfranco Scala (che ha vissuto la durissima esperienza del 12 novembre a Nassirya) ed il Capitano Bruno Compagnone (presente poi al matrimonio tra il sottoscritto e sorella D’Andrea). E' grazie a loro se abbiamo potuto svolgere bene il nostro lavoro. Ma i nostri ringraziamenti vanno a tutti, ai soldati, alle crocerossine, agli interpreti che stanno svolgendo un duro ma importantissimo lavoro laggiù nel Kosovo.


APPENDICE: Il Kanun
Quando la polizia delle Nazioni Unite fa ritrovò quel cadavere nelle campagne della città di Vitina, si limitò ad annotare il delitto Kanun, la legge del taglionenella lunga lista degli omicidi che dalla fine della guerra stanno insanguinando il Kosovo. Vittima albanese, età 42 anni, movente e autore dell'assassinio sconosciuti. Eppure una ragione c'è. E' tangibile. Anche questo omicidio va annoverato nella lunga lista di omicidi ricollegabili alla dura legge del Kanun. Kanun, una parola che per noi non ha significato ma che per gli albanesi del Kosovo e del Paese delle aquile ha un sapore sinistro, di morte. E' la legge del taglione. L'occhio per occhio, per intenderci, di biblica memoria. L'omicidio del quarantaduenne kosovaro ha dunque radici profonde. Una vendetta maturata venti anni prima quando in quello stesso luogo un giovane venne ucciso a fucilate per un banale conflitto di proprietà. Venti anni dopo il fratello del vittima ha ucciso l'assassino. Una semplicità esemplare, sbalorditiva. Dopo la fine della guerra in Kosovo il Kanun è tornato prepotentemente alla ribalta. Mentre faticosamente la comunità internazionale tenta di mettere in piedi un embrione di giustizia, le regole del Kanun tornano invece ad essere rispettosamente applicate disponendo condanne a morte, infliggendo punizioni, qualche volta concedendo la grazia. Eppure, tra questi monti, c'è qualcuno che ha deciso di ribellarsi a questa 'consuetudine'. A questo modo di farsi giustizia da soli. Con l'aria del vecchio saggio e con un indubbio carisma coltivato negli anni, Zekeria Cana si oppone come può ad un ritorno al passato. Profondo conoscitore del Kanun guida il Movimento nazionale per la riconciliazione, un organismo del quale si entra a far parte su base volontaria, ma soprattutto se si crede nella missione. "Il nostro unico scopo è quello di far riconciliare le famiglie che sono in guerra tra loro per motivi di onore" dice. Da quando in Kosovo è entrata la Kfor, Cana ha al suo attivo la riappacificazione di una sessantina di famiglie, altre 80 dai suoi collaboratori. "Ma non sempre il nostro lavoro riesce - riconosce il professore - nel 30 per cento dei casi la riconciliazione è impossibile e l'unica alternativa resta quindi l'omicidio". Sono almeno 500 le famiglie kosovare coinvolte in faide di sangue: fino al 1991 erano oltre 4000, ma in pochi mesi Cana insieme al suo "maestro" Anton Ceta, riuscì a riconciliarne ben 3400. "Facemmo leva sul sentimento nazionale - racconta - era facile convincere la gente a perdonare un lutto o magari un disonore mentre subivamo l'aggressione serba". Come dire che il Kanun è tornato perché si è risolto il conflitto etnico? "Quando gli albanesi hanno di fronte una minaccia maggiore - risponde Cana - dimenticano gli odii personali e riscoprono la solidarietà. In tempi di pace le cose cambiano". Ma è possibile immaginare che sia proprio il ritorno del Kanun a provocare le centinaia di vendette commesse contro la comunità serba in questi ultimi mesi? "Assolutamente no - spiega il professore - il Kanun si applica solo tra albanesi, e mai contro il più debole: in passato è accaduto che venissero uccisi collaboratori dei serbi e qualche volta gli stessi serbi, ma solo quando erano al potere. Oggi no, sono una minoranza e il Kanun proibisce di colpirli proprio perché sono deboli". Al dipartimento umanitario dell'Osce confermano che alcuni delitti avvenuti in Kosovo nascono da antiche faide riesplose con la fine della guerra. E' quello che successe nell'Albania del nord, dove il Kanun è nato, dopo la caduta del regime comunista: dal 1990 ad oggi almeno 1500 famiglie vivono segregate nel timore della vendetta. "In Kosovo però il Kanun è diverso - assicura Zekeria Cana - è meno radicale che in Albania, ed anche meno diffuso. Noi per esempio siamo riusciti ad introdurre un principio fondamentale secondo cui il coraggio perdona. In Albania è il contrario, e perdonare viene ancora interpretato come un atto di codardia". Eppure almeno il 15 per cento dei fatti di sangue che hanno coinvolto gli albanesi dal giugno dell'anno scorso ad oggi, hanno origine proprio nel Kanun. Come dire che la futura pace del Kosovo dovrà passare, necessariamente, anche attraverso una legge di 600 anni fa.


A difesa di una chiesa ortodossa Soldati italiani scortano contadini che tagliano legna
 
A difesa del Patriarcato Ortodosso A difesa Patriarcato Ortodosso,altra veduta Centro cittadino di Pec Difesa dell'enclave Serba
Villaggio rom Valle Rugova Prime elezioni libere Operazioni di voto Ingresso Comando Brigata Pec
Ingresso Comando Brigata Pec, altra veduta
In piena campagna elettorale Posto di blocco presso villaggio rom Pattuglia villaggio rom  Posto di blocco presso la base di Decane  Comando Carabinieri Pec Postazione di difesa su campanile

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L'Associazione "I Viaggi Nella Storia", che ha come scopo quello di sviluppare e diffondere la cultura dei viaggi intesi come arricchimento culturale, sociale e storico, anche un importante veicolo per la diffusione, attraverso le nostre rubriche, della cultura storica, delle tradizioni culturali, dell'archeologia, degli eventi storici,delle curiosit e dei misteri storici, degli approfondimenti storici, delle leggende e dei miti, dei ricordi di famiglia, delle recensione di libri, dei quaderni storici e dei quaderni archeologici, delle mostre e degli eventi, dei reportage di storia antica e moderna, dei dossier e delle ricerche storiche.