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Un mese in Kosovo

DecaneIl patriarcato ortodosso di Pec
Puntuali come un orologio svizzero le "nostre" guide ci sono venute a prendere per cominciare il viaggio attraverso tutta l'area controllata dal contingente di pace italiano. La luce del mattino, seppur velata dal solito cielo plumbeo, ci fa scoprire un mondo del quale, la sera prima, avevamo soltanto potuto immaginare. Pec sembra essere un formicaio. Automobili, alla cui guida si trovano ragazzi probabilmente nemmeno maggiorenni, girano senza una meta precisa. Uomini seduti nei bar intenti a leggere il giornale e a "gustare" immancabili bicchieri di rakija (una grappa locale ma molto più alcolica della nostra) già alle otto di mattina. Commercianti che mettono in bella mostra le loro mercanzie (non esiste, contrariamente a quanto si possa pensare, penuria di generi di prima necessità ma nemmeno del superfluo). Macellai, incuranti di una seppur minima norma igienica espongono sotto il sole (quando c'è) e all'assalto delle mosche, interi quarti di bue nelle loro vetrine. Donne intente a fare compere al mercato e ragazzi di tutte le età che scorrazzano per le strade tutti in abbigliamento occidentale. La vita pulsa in ogni angolo, in ogni anfratto. Anche all'ombra delle macerie. Pulsa talmente che a poche decine di metri dalla porta carraia del Comando Brigata, su una piazzetta, indisturbati contrabbandieri di sigarette vendono il loro carico proveniente dal Montenegro o dall'Albania. Al di là della strada improvvisati "cambisti" tengono tra le mani migliaia di marchi, da alcuni mesi moneta ufficiale del Kosovo. Qui il dollaro non ha alcun valore.Finalmente riusciamo a districarci dal traffico e ci avviamo verso la prima tappa del nostro viaggio: il Patriarcato ortodosso. Siamo appena fuori dalla città, nella valle di Rugova (nota per la presenza di molti eremi). Il Patriarcato riveste un'importanza fondamentale nella vita politica e religiosa di tutto il popolo serbo. In questo luogo, carico di spiritualità, sono stati incoronati tutti i patriarchi della Chiesa ortodossa di Serbia. Anche l'attuale, Paolo, è venuto a Pec. Si deve a San Sava la costruzione primordiale del luogo. La storia di questo santo, venerato in tutta la Serbia, ricalca in maniera incredibile quella di San Francesco d'Assisi. Siamo nel XII secolo. Figlio del re di Serbia, San Sava lascia tutto per andare in un convento del Monte Athos. Di lì si reca in Terra Santa dove vide la chiesa di Sion (considerata la madre di tutte le chiese cristiane). Di ritorno dalla Palestina, Sava comincia l'evangelizzazione della Serbia e la costruzione del Patriarcato che ricalca l'impianto della chiesa di Sion. Con sé porta un rametto di gelso. Dopo 800 anni quel rametto è diventato un albero dalle proporzioni gigantesche che troneggia al centro del perimetro del Patriarcato.Ad accoglierci, e a farci da guida, la signora Dobrilla. Parla italiano e francese. Era venuta per stare qualche giorno. E' rimasta ad assistere le poche suore che vivono come recluse in una sorta di prigione dorata. Ma pur sempre una prigione, guardate a vista e protette da postazioni fisse deidobrilla militari italiani. Il patriarcato come tutti i luoghi sacri dei serbi ortodossi, per gli estremisti albanesi, sono un obiettivo da colpire. Rappresentano Belgrado ed il suo potere.Capelli bianchi, occhi vispi e profondi che non nascondono una vita passata tra sacrifici enormi ma pronti a bagnarsi di lacrime appena si accenna alle sofferenze patite dalla "sua" Serbia a causa dei bombardamenti Nato, la signora Dobrilla continua a farci da "cicerone" all'interno dello splendido Patriarcato di Pec. Parla di Santi, patriarchi, re e pellegrini. Ci mostra i numerosi affreschi che, senza soluzione di continuità, ricoprono le mura delle tre chiesette racchiuse in un unico edificio da Nicodemo (che fece erigere le altre due). Si sofferma sulla Madonna con medaglione di Cristo, un pezzo più unico che raro. Ci fa soffermare nella seconda chiesetta consacrata a San Dimitri dove sono raccolti quel che rimane degli oggetti sacri di tutte le chiese di Pec distrutte dalla furia degli estremisti albanesi dell'Uck, l’esercito di liberazione kosovaro albanese. E ancora l'icona della Madonna di Pec dipinta da San Luca, che è tra le più importanti del mondo cristiano. Ed infine l'icona della "Madonna dalle tre mani". Si tratta di una copia. L'originale, eseguito da San Giovanni di Damasco, si trova sul Monte Athos nel monastero di Kilendar. Dopo un paio d'ore ci congediamo dalla signora Dobrilla con la promessa di una nuova visita qualora fossimo tornati in Kosovo. Usciamo con animo sereno, quasi fossimo in quel posto in visita di piacere (e vi assicuriamo che in una condizione di normalità non esiteremmo a consigliarne la visita ad ipotetici turisti). Ma appena fuori dal portone ripiombiamo nella dura e cruda realtà fatta di mezzi blindati, nidi di mitragliatrici, soldati in pieno assetto da guerra che proteggono il Patriarcato da possibili attacchi esterni. Vivere in pace è veramente difficile.

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