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Un mese in Kosovo

Sala comando italianaL'arrivo a Pec e la "legge del Kanun"
E' ormai notte quando giungiamo al Comando logistico. Un'ex fabbrica di biciclette, la Zastava, trasformata in un immenso deposito di materiali e mezzi. Scendiamo pensando di essere giunti a destinazione. Ci sbagliavamo. Da quel momento la scorta militare è tutta per noi. Giovani alpini trasbordano i nostri bagagli dal pullman su cui eravamo in un VM (una sorta di grossa jeep militare). Saliamo, ed improvvisamente ci caliamo in quello che già tante altre volte abbiamo vissuto nelle nostre inchieste per i Balcani. Seduti nel vano posteriore due soldati ci sono accanto puntando i loro fucili d'assalto, colpo in canna, fuori dai finestrini. Nel sedile antistante il radiofonista comunica il nostro imminente arrivo al Comando Brigata. Il Vm si getta nel caotico traffico di Pec. Sembra di essere a Napoli. Si procede a passo d'uomo mentre bambini ed adulti ci salutano. Immediata la domanda ai nostri "protettori": "Allora ragazzi, come va con la popolazione?". I due ragazzi, all'inizio titubanti (è comprensibile, siamo sempre giornalisti) si sciolgono. "I rapporti sono buoni e cordiali ma di libera uscita non se ne parla". Di rimando chiediamo: "Non uscite mai? Ma i turni della missione di quanti mesi sono". "Quattro" ci rispondono. Il silenzio pervade l'automezzo. Improvvisamente capiamo le condizioni in cui opera il nostro contingente. Eppure non c'è una lamentela, un improperio. Vivono nel rischio di una missione di pace che si trasforma quotidianamente in una prigione. Sanno che due ore in libertà, passeggiando per le vie di Pec, o di una qualsiasi altra città del Kosovo, cercando di "abbordare" le bellissime ragazze locali, possono trasformarsi in un grave problema da risolvere. Ancora una volta il Kanun, la legge del taglione che tutt'ora regola la vita e l'onore delle famiglie in tutta l'Albania e nel Kosovo, piomba sulle nostre teste. Gli albanesi sono un po' come gli elefanti. Non dimenticano gli "sgarbi" subiti ed anche a distanza di cinquant'anni si assiste ad efferati omicidi per "lavare l'onore" magari di un nonno o di un bisnonno. Qui c'è gente dal coltello facile. Ma è la loroL'arrivo a Pec legge ed è preferibile non violarla. Bastano pochi "ricordi" di letture effettuate per farci comprendere che, anche per noi, non sarà una settimana facile.Finalmente ci siamo. Siamo giunti, stanchi ed affamati, all'Hotel Metohija (un bell'albergo stile Cortina d'Ampezzo), sede del Comando della Brigata multinazionale Ovest. Ad attenderci un vecchio amico dei tempi dell'Albania. Il Tenente Colonnello Gianfranco Scalas, comandante della Cellula Pubblica informazione della missione. Seduto alla sua scrivania alza gli occhi ed esclama: "Finalmente. Ce l'avete fatta". I nostri sguardi si incrociano. Un sorriso si apre sui volti. Pacche sulle spalle e strette di mano. E poi l'amichevole e confidenziale: "Allora delinquente, come vanno le cose a Roma?". Già, Roma.Quant'è lontana la Capitale.Poche altre battute, la registrazione e l'assegnazione dei Pass. Il saluto ad un altro caro amico, il Capitano Bruno Compagnone (che sarà, insieme al caporale Salvatore Matarazzo, la nostra guida), e poi tutti a mensa. Il nostro stomaco reclama un pasto caldo. Lì la prima sorpresa, quella che ci fa capire come il nostro esercito stia cambiando. Nessuna divisione. Ufficiali, a partire dal Brigadier Generale Abrate, e sottufficiali (i non graduati, quelli di leva per capirci, in Kosovo non ci sono) mangiano insieme. Cibo uguale per tutti, anche per gli ospiti. Cibo rigorosamente italiano: dall'acqua alle bibite, dalla pasta alla frutta. Solo il pane (per altro molto buono) è locale. Sembra di essere a casa. La stanchezza ci assale. E' stata una giornata dura, seppur di ambientazione. Sopraffatti dal sonno, zaini, computer e macchine fotografiche in spalla, andiamo a dormire. La giornata di domani sarà impegnativa intensa.La notte trascorre veloce. Ogni tanto si ode qualche colpo di pistola e raffiche di mitra. Ma è normale. Si tratta di qualche ubriaco che non ha ancora consegnato le armi in suo possesso e che spara alla luna, in preda ai fumi dell'alcool.

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