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Un mese in Kosovo

Il centro di PecIl centro di Pec
Riprendiamo la strada del Comando Brigata, ma prima ci fermiamo nel centro di Pec. Ci incamminiamo tra un dedalo di vicoli. La vita pulsa animosamente. Botteghe artigiane, negozi di vario genere, persino supermarket, seppur tra cumuli di immondizia monumento al consumismo che è arrivato anche qui, sono la meta preferita dai kosovari che, a dispetto di quanto si possa credere o pensare, comprano e spendono denaro. Intanto i bambini scorrazzano tra le bancarelle, la sporcizia e le macerie mentre le mamme o le sorelle si affanno nel fare 'shopping'. Chi pensa che qui il costo della vita sia relativamente basso si sbaglia. Ci fermiamo a guardare la vetrina di un negozio di calzature, i prezzi sono del tutto simili ai nostri. A volte anche più alti. Solo la benzina costa meno: 1.300 lire la super, 1.200 il gasolio. La valanga di denaro riversata dalle organizzazioni internazionali comincia ad avere effetto. E' ormai sera, rientriamo al Comando: c'è una festa di compleanno. Tutto è già pronto si festeggiano i 'primi quarant'anni' del Maresciallo Pesci. E' una bella tavolata, allegra. Si scherza, si ride, si balla anche. Si aprono i regali. Ormai è notte fonda e la stanchezza non ci dà tregua. Andiamo a dormire domani è giorno di elezioni e dovremo essere in forma. La notte passa con un po' di travaglio. Sono in Kosovo e ieri, per la prima volta in dieci anni, non ho potuto fare gli auguri di buon compleanno alla persona che per tanto tempo mi è stata accanto. Una storia personale, di una coppia come tante altre, finita male. Siamo inviati speciali in zone difficili, spesso di guerra, siamo abituati a lunghi distacchi ed al pericolo. E' il nostro lavoro, lo abbiamo scelto noi accettandone pregi e difetti, ma siamo pur sempre esseri umani ed abbiamo un cuore che batte e sentimenti sinceri anche se accettiamo quello che la vita ci offre. Nel bene e nel male. Ed alla fine accettiamo quel che viene con una battuta, sarcastica come solo i romani sanno fare, e che ci ripetiamo mille volte: “Morto un Papa se ne fa sempre un altro”.

Il voto amministrativo
Oggi è giorno di elezioni e la Cellula di pubblica informazione è tutta un fermento. Boban e Micky sono pronti. Remondino cerca di Kossovari al votoavere le prime notizie dai seggi elettorali. Io e Giuseppe, insieme all'interprete kosovara Dafina, una bellissima ragazza che parla perfettamente l'italiano, andiamo a vedere com'è la situazione in giro per Pec. La nottata è trascorsa senza incidenti di sorta. Montiamo sulla jeep a nostra disposizione con il Capitano Compagnone ed il nostro nuovo autista. Si chiama Giuseppe anche lui. Pochi minuti per sciogliere il ghiaccio e via verso uno dei principali seggi elettorali della città. Il nostro mezzo si ferma ad oltre cento metri di distanza. Le regole dell'Osce, che gestisce le operazioni di voto sono chiare: la Kfor non ha nessuna voce in capitolo in questa operazione. E si vede. Entriamo e lo 'spettacolo' che si presenta ai nostri occhi, per noi che siamo abituati all'astensionismo dilagante, è quasi incredibile. Nonostante la giornata fredda e nuvolosa una fila interminabile di persone attende compostamente il proprio turno per votare, mentre i bambini si rincorrono e giocano allegramente. Per loro è una giornata di festa. La sfida è tra il leader moderato Ibrahim Rugova (nel frattempo deceduto) e l'estremista ex capo dell'Uck, Hashim Tachi. Entriamo nei seggi per seguire da vicino lo svolgimento delle operazioni. Tutti gli elettori, circa 900mila (non votano i serbi che non ritengono valide queste consultazioni), sono registrati su un librone che contiene le loro fotografie e le impronte digitali. Una volta passato questo primo controllo viene consegnata loro una scheda elettorale, ma prima gli viene spruzzato un liquido invisibile ad occhio nudo e rilevabile da una particolare 'macchinetta' che un osservatore dell'Osce ha in dotazione. Serve per evitare il doppio voto. Poi, finalmente, si può votare. Usciamo, la fila si fa sempre più lunga. Chiediamo ad una signora di mezza età cosa significa per lei questo voto; "Per me è come tornare a vivere. C'è un riconoscimento ufficiale del nostro popolo. Ma spero che da tutto ciò si possa tornare alla normalità senza odio alcuno e che sia il passo decisivo verso il futuro". La risposta è simile un po' in tutti tranne che per due anziani. "Siamo stanchi di aspettare e stare in piedi. Siamo anziani e non ci fanno passare avanti. Vede, ci reggiamo sul bastone ma nessuno ci dice di andare avanti. L'Osce ha pensato a tutto ma non a noi anziani. E' un'ingiustizia come è assurdo che per un evento così importante abbiano deciso di far votare solo fino alle 19. No non credo proprio che andremo a votare". Uno sfogo amaro al quale non possiamo dare torto. Facciamo un rapido giro in altri seggi. La situazione è uguale ovunque. Torniamo al Comando Brigata. C'è molto fermento, telefonate che si incrociano, telefonini che squillano, fax che arrivano. Vediamo Ennio e chiediamo cosa sia successo. "E filtrata una notizia secondo la quale è stato ritrovato un ordigno vicino ad un seggio elettorale", ci dice. Ma è vero? Noi non ne sappiamo nulla eppure siamo proprio a Pec. La verità si scopre nel giro di pochi minuti. Una granata è stata ritrovata nel giardino di una casa, ma non vicino ad un seggio elettorale. Purtroppo la notizia, seppur falsa, ha fatto il giro dei circuiti internazionali. Ma nessuno di noi corrispondenti gli ha dato un minimo di credito.

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