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Un mese in Kosovo

Il richiamo del muezzin di PecIl richiamo del Muezzin Dopo aver dormito, male e poco ed essere stati svegliati dalla preghiera del muezzin, in un alberghetto poco rassicurante e, soprattutto, senza riscaldamento i nostri due "angeli custodi", il Capitano Bruno Compagnone ed il Caporale Salvatore Matarazzo puntuali come sempre ci vengono a prendere. La giornata, però comincia male. Salvatore ci informa che questo sarà l'ultimo giorno che saremo insieme. Domani tornerà a casa. Siamo contenti per lui ma non per noi, ormai eravamo una 'squadra' affiatata e dispiace sempre quando qualcuno abbandona. Ma tant'è, Salvatore ha sulle spalle quattro mesi di Kosovo ed è giusto che torni agli affetti familiari. Superato il piccolo 'trauma' ci avviamo verso il Comando Brigata dove ci aspettano i colleghi della Rai ed, ovviamente, gli amici dell'Esercito. Dopo un'abbondante colazione e le solite quattro chiacchiere con Remondino e gli altri facciamo il punto della situazione. Domani ci sono le elezioni e l'aria, seppur all'apparenza è distesa, resta carica di tensione. Le strade, solitamente molto affollate, sono semideserte e questo è indice di un qualcosa che potrebbe poi rivelarsi pericoloso. Una scorsa ai rapporti notturni dell'intera area. La notte è stata tranquilla. Mentre Boban e Micky escono a fare delle riprese, io e Giuseppe decidiamo di recarci all'ospedale militare di Pec per andare ad approfondire i discorsi con le 'crocerossine'.

Una vita dedicata alle sofferenze umane
Nulla sembra essere cambiato dall'ultima volta che siamo stati in qui. La solita folla di civili si accalca all'ingresso dell'ospedale. Poco distante riconosciamo anche un bambino fotografato il mese scorso. Era sempre là con lo stesso maglione di colore rosso. All'ingresso ci accoglie il Capitano Corticchia, gentile e disponibile come sempre. Gli chiediamo di poter parlare con le infermiere volontarie. Mentre attendiamo il loro arrivo ci guardiamo intorno e ci rendiamo conto che tutto ciò che ci circonda, ambulatori, sale operatorie, alloggi, insomma tutta la struttura non potrebbe funzionare o semplicemente esistere senza il lavoro dei tanti militari che compongono il reparto Sanità. Si parla sempre di medici, infermieri, di operazioni riuscite. Ma tutto questo senza di loro sarebbe impossibile ed è giusto ricordarlo. MentreL'infermiera volontaria CRI, Micaela D'Andrea degustiamo le nostre bevande, comodamente seduti allo spaccio dell'ospedale arriva sorella Zanellati. E' la capo gruppo uscente. Le altre consorelle sono già partite ma lei deve lasciare le consegne ed è rimasta un giorno in più. E' una donna di grandissima esperienza, il suo 'curriculum professionale' farebbe rabbrividire chiunque. Con la Cri ha girato mezzo mondo. Somalia, Mozambico, Bosnia, Albania sono solo alcuni dei luoghi dove in qualità di 'crocerossina' ha operato. Per non parlare poi di quanto fatto in Italia. Il Corpo delle Infermiere Volontarie ausiliarie delle FF.AA. fa risalire la sua origine al 1908 anno in cui sorse a Milano la prima scuola, subito seguita da quella romana presso l'Ospedale Militare "Celio". Nacquero così le "Crocerossine" come vengono affettuosamente chiamate. Da allora, attraverso terremoti, due conflitti mondiali, guerre piccole e grandi, alluvioni, calamità naturali in Italia e all'Estero le Infermiere Volontarie sono pronte ad intervenire ovunque ci sia sofferenza, sempre al di sopra delle parti secondo i principi di umana solidarietà, propri della Croce Rossa. Ed è realmente così. Sorella Zanellati risponde volentieri alle nostre domande. "Vede -dice- qui ed in tutti i posti in cui andiamo i nostri soldati, ma anche i civili che assistiamo, ci considerano realmente delle sorelle e qualche volta anche delle mamme". Non ha certo torto su questo rapporto di tipo familiare. Si vede, si sente nell'aria. C'è un profondo rispetto per queste donne che sacrificano volentieri la propria vita familiare per uno degli scopi più alti dell'umanità: la solidarietà. Ma come la prendono le famiglie delle crocerossine, chiediamo. "Ovviamente quando arriva l'ordine di partenza arricciano un poco il naso, ma è un attimo, sanno perfettamente che questa è una scelta di vita e la rispettano. Le nostre esperienze ed il calore che ci mettiamo viene poi riversato all'interno della famiglia e, vi assicuro, che si vive meglio". Intanto le altre crocerossine hanno finito di assolvere a i loro compiti e si sono radunate in quella che chiamano 'Piazza Croce Rossa'. E' un po' il loro 'Quartier generale'. Ed ecco che ritroviamo le nostre compagne di viaggio, sorella Barnabò, nuova capo gruppo che sostituisce sorella Zanellati, e le sorelle D'Andrea, Baroni, Michelotto, Balbinot ed Albano. Arriva anche Giuseppe che era andato a fotografare alcune delle attività svolte proprio dalle crocerossine. Alcune di loro hanno già avuto diverse esperienze in terra Kosovara. Sorella D'Andrea è una di queste. E' giovane ma ha già tanta esperienza nel suo 'zaino'. Ha passato l'estate qui, in questa terra martoriata a contatto diretto con la popolazione. Con i bambini, i più colpiti da queste 'follie umane' che sono le guerre. Conosce il loro modo di pensare. Conosce gli odi che vengono trasmessi anche ai più piccoli. Ci racconta di come alcuni bambini albanesi pur essendo in tenera età tentarono di scacciare a sassate una bambina serba che rimaneva immobile perché doveva attendere il papà che sarebbe passata a prenderla più tardi. Inutili gli sforzi per far comprendere ai bambini che quello che stavano facendo era sbagliato. "E' serba, deve andare via" è stata la risposta. Le storie delle crocerossine sono tante e tutte differenti. C'è quella lieta di un giovane kosovaro che, operato per una forma gravissima di calcolosi, sta ora tornando alla vita normale. Ma c'è anche quella più triste di una bambina affetta da una rarissima forma di 'osteoporosi' che l'ha condannata ad una breve vita. La nostra visita termina con i classici saluti e la promessa, visto che mi è stato dato del 'Pinocchio' (non hanno una grande considerazione dei giornalisti) che avremmo parlato di loro e di quanto stanno facendo unitamente ai militari (del resto lo sono anche loro o quasi), del loro coraggio e della tanta umanità e solidarietà che alberga in quei cuori.

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