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Un mese in Kosovo

Il Generale AbrateIl Brigadier Generale Biagio Abrate
Giunti all'Hotel Metohija incontriamo il Brigadier Generale Biagio Abrate per l'ultima intervista. Il Brigadier Generale Biagio Abrate Il Brigadier Generale Abrate (oggi Capo di Stato Maggiore della Difesa) è una persona dai modi raffinati ed allo stesso tempo "alla mano". Il nostro è un colloquio informale ma denso di significati e messaggi. Subito chiediamo di farci un resoconto di questi primi 14 mesi di "missione" anche per avere un quadro completo da presentare ai lettori che troppo spesso, anche per incuria dei cronisti, "dimenticano" lo sforzo che la nostra nazione profonde all'estero. "Non penso che siamo dimenticati, almeno dalle autorità militari e dalle Istituzioni" ci dice il Brigadier Generale. "Per quanto riguarda l'attività in questi 14 mesi posso dire che è stata molto impegnativa. Sono state impegnate oltre 12.000 persone e questo vuol dire che molti stanno tornando per la seconda volta avendo con loro un bagaglio d'esperienza importante". "I risultati sono sotto gli occhi di tutti. E' ovvio che in precedenza, quando le truppe entrarono in Kosovo ed almeno per i primi mesi, i riflettori della stampa erano maggiormente puntati su di noi. Pec all'epoca era una città fantasma come Dakovica del resto. Oggi c'è un fermento tangibile. C'è un'attività commerciale a dir poco incredibile. E questo è solo un esempio. E la nostra presenza ha contribuito enormemente a questo rifiorire della vita, anche se non abbiamo contatti "diretti" con la popolazione, se non con i capi villaggio o le varie istituzioni che si stanno creando". Già, nessun contatto, ci tornano alla mente le parole dei soldati: "Non abbiamo libera uscita". Immediata ci viene la domanda: "E con le minoranze etniche che dovete difendere che tipo di contatti ci sono?". Il Brigadier Generale Abrate sorride, "Nei confronti delle minoranze assolviamo ad un mandato ben preciso che è quello datoci dalla Distribuzione vestiaro ai profughirisoluzione Onu 1244 che è quello dell'imparzialità". "Certo il nostro compito non è facile, questa zona era la culla dell'Uck (l'esercito di liberazione del Kosovo), ma va detto che la presenza serba è abbastanza limitata. L'enclave più grande è quella di Gorazdevac, che lei conosce bene, che conta 1.200 persone. Questa enclave è da proteggere e sostenere sotto tutti i punti di vista compreso quello alimentare. Noi garantiamo, al di la della sicurezza fisica, anche l'arrivo dei generi di prima necessità. Questo perché la tolleranza, ancorché obiettivo prioritario, al momento non ha avuto ancora avuto sviluppi consistenti. Certamente è meglio che all'inizio. Spesso siamo noi i propulsori della ripresa dei rapporti tra le due etnie. Sono passi piccoli ma importanti. Inoltre va detto che la Pubblica informazione gioca un ruolo fondamentale specialmente con Radio West che sta svolgendo un ottimo lavoro. Un lavoro capillare che, entrando direttamente nelle case, riesce ad instillare nella popolazione il concetto della tolleranza, della convivenza pacifica e della democrazia". Da quanto abbiamo potuto vedere nella popolazione c'è una grande fiducia verso i soldati italiani. "Noi non siamo temuti, sono convinto che non ci vedono come una forza d'occupazione. Anzi siamo considerati come delle persone che, sì, garantiscono l'incolumità fisica ma che sono qui anche per dare una mano alla loro rinascita". "In effetti gli italiani sono i più ben voluti nel Kosovo", diciamo noi. "Noi abbiamo avuto la fortuna di avere una Brigata multinazionale fatta da eserciti "latini" ed il carattere caloroso di queste nostre popolazioni esce sempre fuori. I nostri soldati sanno farsi voler bene e non solo dai bambini. Questo è indubbiamente un pregio tutto latino, che non lascia comunque spazio a nessun cedimento. Non passa giorno che non sequestriamo armi o arrestiamo trafficanti o terroristi". Veniamo ai problemi che si devono affrontare quotidianamente. "Quello delle armi, a parte la difficile convivenza tra serbi ed albanesi, è uno dei principali problemi da risolvere. Non passa giorno che non sequestriamo armi e munizioni. E per far questo svolgiamo anche operazioni di polizia. Facciamo irruzione nelle case sospette, facciamo ceck point mobili per sorprendere queste persone e spezzare i traffici illeciti. Sono operazioni che hanno un rischio, ma è un rischio calcolato. Ed i frutti ci sono anche se l'imponderabile esiste sempre". "Facciamo di tutto per far consegnare le armi. Collaboriamo con il Tmk (l'ex Uck) e con la stampa locale lanciando una campagna vera e propria. Sono passi che pian piano arrivano alla soluzione del problema". Sempre sulle armi, "la zona di Decane è una delle zone a maggior rischio per l'alto numero di mine, che cosa stiamo facendo per questo?". "Insieme a noi operano anche molte organizzazioni non governative ed insieme stiamo individuando e recintando le zone a rischi per provvedere poi allo sminamento. Noi abbiamo una compagnia specializzata che sta facendo un ottimo lavoro. Anche perché la Buon rapporto dei soldati italiani con i residentisicurezza dei nostri uomini è la cosa principale. Accanto a questo facciamo anche dei corsi sul riconoscimento delle mine stesse sia agli adulti che ai bambini". "I nostri volontari stanno facendo veramente un ottimo lavoro". Scontata, a questo punto, la domanda sull'esercito professionale. "Io su questo non ho dubbi. Voglio dire solo che in questi ultimi anni i compiti delle Forze Armate sono radicalmente cambiati. La scelta da fare era una sola se la nostra Forza armata voleva competere, essere alla pari delle altre Forze europee. E per acquisire queste nuove conoscenze non bastano certo pochi mesi di addestramento. I militari di leva hanno dato tantissimo alla nostra nazione ed in passato sono stati utilissimi. Oggi gli scenari internazionali sono cambiati ed anche noi ci dobbiamo adeguare". Rivolgiamo l'ultima domanda, scontata per altro: "Quale futuro per il Kosovo?". "La mia è una considerazione personale e comunque positiva. Vedo la voglia ed il piacere di vivere in pace e di lavorare per il futuro. Volontà che si ritrova, almeno ufficialmente, nelle autorità politiche locali che si stanno formando. Vogliono entrare in Europa dalla porta principale e non dalla finestra. Hanno enormi potenzialità economiche inespresse. Qui serve solo la soluzione del problema politico. Il tempo farà la sua parte". E' ormai sera andiamo a mensa per l'ultimo pasto con quelli che consideriamo nostri commilitoni. Poi la trasmissione. Trenta minuti in allegria tra sfottò e parole serie. Una telefonata in diretta che ci ringraziava per il lavoro che stavamo svolgendo. Infine il ritorno in albergo. La notte è passata veloce. Siamo nuovamente al Comando Brigata per i saluti. Il Tenente Colonnello Scalas ci consegna un attestato di ringraziamento da parte dell'intera Brigata. Siamo amici delle "stellette". Una pacca sulle spalle, strette di mano e la promessa di tornare alla fine di ottobre. Ed eccoci sul mezzo destinazione Pristina. Il nostro aereo ci attende. Prima di raggiungere l'aeroporto facciamo l'ultima tappa a Kosovo Polije per una visita al Genio Ferrovieri che, con il convoglio di Pronto Intervento (unico esempio in Europa), sta ristrutturando l'intera rete ferroviaria del Kosovo. Purtroppo abbiamo poco tempo ma possiamo assicurarvi che lavoro che i nostri genieri stanno svolgendo è di enorme responsabilità, sia per l'intera Kfor che per la popolazione civile. Riprendiamo il nostro viaggio verso l'aeroporto. Arriviamo e ci sentiamo un groppo in gola. Non ci va di lasciare i nostri nuovi amici. Ma non sempre si può fare ciò che si vorrebbe. Ci voltiamo per un ultimo saluto al Capitano Compagnone ed al Caporale Materazzo. L'aereo rulla sulla pista. Siamo in volo destinazione Italia.

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