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Un mese in Kosovo

villaggio romIl villaggio rom
A poca distanza dal compound c'è un'altra enclave. Stavolta non si tratta di popolazioni serbe ma di rom. Un'etnia che ha subito e subisce ancora la furia dell'odio etnico da parte degli albanesi. I rom, infatti, sono accusati di aver collaborato con le truppe federali jugoslave nella "pulizia etnica". Vivono ai margini della città in una baraccopoli che non ha nulla a che invidiare ai nostrani campi nomadi. La zona, adiacente al mercato di bestiame di Dakovica, è ovviamente presidiata da un posto fisso e fortificato delle truppe italiane. Appena giunti sul posto una miriade di bambini, sporchi, mezzi nudi e senza scarpe ci corre incontro. Molti di loro parlano italiano. Anche qui si ripete la scena alla quale siamo oramai abituati. Bambini con occhi grandissimi chiedono a gran voce biscotti e caramelle. In pochi minuti la "nostra scorta" viene esaurita. Da lontano i genitori ci guardano senza proferire parola. Il Tenente che ci accompagna ci fa poi notare il serbatoio d'acqua potabile, istallato dal "Genio", che ogni settimana viene rifornito con le autobotti. Intanto Giuseppe fotografa e, intenerito da quelle faccette sudice ma che non hanno nessuna colpa per quella situazione, dona una carezza affettuosa ad una bambina che si guarda in silenzio e che, con molta dignità, accetta i nostri doni senza averli chiesti. Siamo abituati a queste scene. Scene che si ripetono anche nella nostra bella Italia, ma che lasciano sempre un poco di amaro in bocca perché sappiamo perfettamente che su quei poveri bambini ricadono sempre le colpe dei grandi. Risaliamo sul mezzo e ci dirigiamo verso il centro della città.

A Dakovica
Ai lati della strada principale una serie interminabile di autolavaggi, meccanici, gommisti e benzinai. E' incredibile come a soli 14Posto di blocco italiano a Dakovica mesi dall'inizio del rientro dei profughi ci siano in giro così tante automobili. Il traffico è caotico. Ci dobbiamo fermare perché all'incrocio c'è un ingorgo. Sulla nostra destra un'ex caserma della polizia serba completamente distrutta. E' stata colpita dalle bombe della Nato. L'effetto è stato devastante. Un ammasso di cemento e ferro si erge nella zona: monumento alla follia umana. Riusciti a divincolarci da quell'enorme ammasso di ferraglia con un motore sotto il cofano arriviamo al centro di Dakovica. Sulla piazza un grande albergo che fu il primo Comando delle truppe italiane che dalla Macedonia giunsero in Kosovo. Essendo il centro della città è anche il fulcro di tutta la vita che si svolge a Dakovica. Nei giardini, accanto ad una chiesa ortodossa ed al suo muro perimetrale sul quale sono scritti centinaia di nomi di persone scomparse nel nulla, o meglio quel che ne rimane, presidiata da un mezzo blindato italiano del 152° "Sassari" incredibilmente scopriamo la statua di una beata cattolica: Madre Teresa di Calcutta. Siamo in una regione dove la religione dominante è quella musulmana eppure, dopo aver chiesto spiegazioni, ci viene detto che quel monumento è stato eretto proprio dai musulmani. Ma un motivo esiste. Qui non si tratta di religione, Madre Teresa era nata in Albania e qui sono tutti albanesi. Si tratta di un omaggio ad una conterranea salita agli onori della cronaca e della Chiesa cattolica. Dopo un rapido giro a piedi ci rituffiamo nel traffico. Dakovica è una città operosa dove il commercio la fa da padrona. Ma è anche ovvio che sia così. La vicinanza con il confine albanese fa sì che di qui passino tutti i traffici possibili immaginabili. Traffici molto spesso illeciti. Finalmente riusciamo ad entrare in quello che era la città vecchia. Oggi è chiamata la città fantasma. Durante la guerra fu ripetutamente bombardata e gran parte delle abitazioni sono ormai un cumulo di macerie. Ci attendevamo un clima spettrale invece abbiamo trovato, anche là tra le macerie, il fermento della vita. Sono molti i negozianti che stanno ristrutturando-ricostruendo le loro piccole botteghe. E' ora di pranzo, i bambini escono dalle scuole passano e ci salutano allegramente snocciolando qualche parola d'italiano. Facciamo ritorno al compound dove ci attende la mensa. Anche qui, come in ogni "caserma" italiana il vitto è "ottimo ed abbondante. Dopo qualche telefonata a Roma per comunicare che domani faremo ritorno e i saluti di rito saliamo sul nostro mezzo per fare ritorno a Pec. Ci vogliono almeno due ore di strada. Al solito trascorrono tra barzellette e battute, risate e discorsi seri. Tra il gruppetto che si è formato, io, Giuseppe, il Capitano Compagnone e il Caporale Matarazzo c'è molto affiatamento. Tra una sigaretta (in sette giorni abbiamo letteralmente affumicato due poveri non fumatori) ed una chiacchiera scopriamo che questa sera c'è una sorpresa per noi. Una trasmissione a Radio West dove gli ospiti d'onore siamo noi. Siamo contenti perché siamo i primi e gli unici giornalisti ad aver avuto questo privilegio.

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