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Un mese in Kosovo

Gorazdevac, enclave serbaNell'enclave serba di Gorazdevac Nel nostro viaggio attraverso l'intera zona di competenza della Brigata multinazionale Ovest Kfor, sotto il comando italiano del Brigadier Generale Biagio Abrate, abbiamo incontrato anche il sindaco di Gorazdevac, la più grande enclave serba di tutto il territorio. "Boso" Kristic è un uomo mite dai modi gentili. Cordiale con noi e con i soldati italiani che considera dei veri e propri amici. Sa perfettamente di vivere in una prigione a cielo aperto ma lo fa con una dignità tale da essere benvoluto da tutta la sua gente, anche da chi, politicamente parlando, è dall'altra parte cioè con Kostunica. Il villaggio del quale è sindaco è composto da 1.200 persone. Avendo visto le distruzioni ed il modello di vita esistente nel Kosovo siamo giunti nell'enclave pensando di trovarci di fronte alla solita scena: bambini che chiedono caramelle e biscotti, uomini seduti al bar a leggere giornali e a bere rakija, strade sporche, macerie ed abbandono. Ma appena superato il check point fisso che garantisce la sicurezza ai serbi ci troviamo di fronte ad un mondo totalmente diverso. I bambini ci sono, salutano ma non chiedono nulla, le abitazioni, tutte con il loro orticello ed il giardino ben curato, nella loro povertà sono ordinate. I campi, per quel che è possibile, sono arati. Gli uomini si danno da fare. Hanno ristrutturato parte del teatro comunale ed ora, con l'aiuto italiano, stanno terminando la costruzione di un poliambulatorio. Terminata anche la costruzione di un potabilizzatore d'acqua donato dalla Regione Sardegna. C'è veramente tanta dignità in questa gente che, nonostante le avversità della vita, hanno deciso di restare sulla loro terra.

L'incontro con "Boso" Kristic
"Boso" è uno di questi. E' un "fan" di Milosevic, come la gran parte dei serbi che sono rimasti in Kosovo, ma non un fanatico. "Sono contento che si sia potuto votare e che il voto sia stato regolare", (lo stesso non è stato detto in Serbia, ma questa è un'altra storia) "anche grazie a tutti gli osservatori che sono stati qui durante le operazioni". "Siamo tutti soddisfatti, non c'è stato nessun incidente". Qui l'ex presidente Slobodan Milosevic ha ottenuto il 70 per cento delle preferenze, il che la dice lunga sulla situazione. Ma in che modo vivono i serbi questa condizione da "prigionieri"? "Cerchiamo di vivere nel modo più normale possibile", ci risponde Boso. "Purtroppo, per quanti sforzi possiamo fare ci sentiamo prigionieri. I nostri movimenti sono limitati esclusivamente al villaggio. Muoverci fuori da questa zona è praticamente impossibile senza la scorta armata della Kfor". Poco prima di arrivare a Gorazdevac eravamo stati informati anche della presenza, all'interno dell'enclave, di due famiglie albanesi. La domanda a quel punto è giunta spontanea. "Qual è il rapporto con loro?". "I rapporti sono buoni, noi cooperiamo con loro e loro fanno altrettanto con noi", dice Boso. "Certo non è facile, ma noi vogliamo vivere in pace e non ci sono problemi particolare". "Speriamo che la pace torni definitivamente". Torniamo alle elezioni e chiediamo che cosa di buono può uscire da tutto ciò. "Comunque vadano leGorazdevac, protezione italiana ai civili cose sarà contento perché quella sarà la decisione del popolo. Rispetterò la decisione della maggioranza". Ed ora la domanda di rito, ma anche una domanda da 100 milioni di dollari: "Quale futuro si aspetta per sé, per la sua gente e per il Kosovo?". Boso accenna ad un sorriso poi risponde, ma non prima di averci offerto del caffè, stavolta fatto all'italiana. "Dobbiamo credere a quanto detto dalla comunità internazionale ed alla risoluzione 1244 delle Nazioni Unite, il che vuol dire che il Kosovo fa parte della Serbia e della Jugoslavia e questo può e deve essere il futuro. Perché in passato abbiamo vissuto bene ed in pace con gli albanesi. C'è una unica condizione, che tutti noi veniamo trattati allo stesso modo, secondo un unico criterio. Io come serbo non domando niente di più dei diritti di un albanese o di un rom e vorrei che anche loro pensino allo stesso modo. Se io ho a cuore soltanto la situazione dei serbi sbaglio e non andremmo da nessuna parte. Il ragionamento vale anche per gli albanesi". Lasciamo "Boso" che conclude il nostro incontro tessendo le lodi della Kfor e del contingente italiano definendo i nostri soldati "eccezionali". Uomini che mettono a rischio la loro stessa vita per difendere la popolazione serba dai numerosi attacchi che subiscono da alcune frange estremiste albanesi. Ci accomiatiamo e mentre andiamo via per far ritorno al Comando Brigata di Pec la moglie di Boso taglia alcune bellissime rose che cura con molto amore e ne fa dono a Blerta ed Evis, le due interpreti di lingua albanese che ci hanno accompagnato. E' una scena commovente. Le tre donne si abbracciano. E' il segno tangibile che qui qualcosa è cambiato e che la pace non è una chimera.

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