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Un mese in Kosovo

Monastero di VisokyAl monastero di Visoky Morello ci parla anche del convento e dei monaci (26 in tutto e tutti altissimi) e delle loro condizioni di vita. Sono dei reclusi, come le monache del Patriarcato. Non possono muovere un passo senza la scorta dei nostri soldati. Anche per andare a prendere l'acqua ad una fonte, che si trova a meno di 200 metri dal monastero, debbono attendere l'arrivo dei militari. Il monastero, durante la guerra, non è stato colpito direttamente ma almeno sei colpi di mortaio sono caduti a ridosso delle mura di cinta. Saliamo sul nostro mezzo, con Salvatore sempre pronto a partire, e ci rechiamo in visita al monastero. La vista è stupenda, degna di un quadro d'autore. Imponente, tra il verde lussureggiante, si staglia il campanile della chiesa posta al centro del perimetro sacro. Fuori la solita scena. Carri armati, blindati e uomini in armi a difesa di una decina di frati. L'odio, qui, è ancora una realtà tangibile. Chiediamo il permesso di entrare, potremmo anche non essere graditi e li comprendiamo, ma un tenente ci fa da tramite ed ecco "materializzarsi" improvvisamente un monaco. E' giovane, ha il tipico aspetto del monaco ortodosso; ha 25 anni e si chiama Xenofonte. Parla un italiano da far invidia a molti stranieri. "Dove lo hai imparato", gli chiedo, "qui, dai vostri soldati e leggendo qualche giornale". E' incredibile. Difficilmente sbaglia l'uso dei verbi e conosce una quantità enorme di vocaboli. Parla anche il francese ma, pur conoscendolo, preferiamo il nostro idioma. E' un ragazzo decisamente preparato. Eppure non si è mai mosso dalla ex Jugoslavia. E' nato in Croazia ma, specifica, è di etnia serba. Ci fa entrare nella chiesa. Qui è sepolto Re Santo Stefano ed ogni giovedì il suo sepolcro viene aperto. I soldati che ci accompagnano ci assicurano che in quel momento avviene un fenomeno stranissimo. La salma non è mummificata né trattata con agenti conservativi, eppure tra le navate si espande un odore dolciastro che ha un non so che di mistico. La costruzione risale al XIV secolo ed è dedicata all'Ascensione di Cristo Pantocrato. Xenofonte ciSacerdote ortodosso mostra anche le pitture di notevole fattura che ricoprono interamente le pareti. Ma è impossibile vederli tutti. Ci sono ben 14.200 volti dipinti. Usciamo estasiati dalla bellezza di queste chiese. Ed ecco la sorpresa. Xenofonte ci mostra il laboratorio delle icone. E' un privilegio concesso a pochi. Lo ringraziamo per tanta gentilezza. Entriamo e dinanzi ai nostri occhi si apre uno scenario incredibile. Non avevamo mai visto la lavorazione delle icone. E capiamo che non è certo facile. Settimane di preparazione per un lavoro di pochi centimetri quadrati. La mano ferma e sapiente del monaco stende la foglia d'oro sul dipinto. Sta eseguendo una Madonna. Sugli altri cavalletti Cristo e San Giorgio che uccide il drago. Lavorano instancabilmente nel laboratorio. Chiediamo se è possibile averne una. La risposta ci lascia di sasso: hanno prenotazioni fino a tutto novembre del 2001. Ci congediamo ma non prima di aver bevuto un altro bicchiere di rakija. E' per gli ospiti, i monaci non possono bere. Accettiamo di buon grado ma solo dopo aver bevuto l'acqua minerale che esce dalla fonte poco distante. Sembra la nostra Ferrarelle, ma molto più leggera. Ormai è notte e al Comando Brigata di Pec ci attende una cena "sontuosa" a base di spaghetti con la Bottarga, salumi, formaggi e vini proveniente direttamente dalla Sardegna. Dopo aver trascorso una serata in allegria ed aver dormito profondamente, il rumore proveniente dalla strada ci sveglia di soprassalto. Sta passando un blindo Centauro. Sono appena le sette del mattino. Ci alziamo. Una doccia veloce; la preparazione dell' "armamentario" (blocco notes, penne, rullini e macchina fotografica) e la colazione. Accanto a noi alcuni membri di una Ong internazionale che si occupa di sminamento. Il Capitano Compagnone (oggi Tenente Colonnello) ed il caporale Matarazzo sono fuori ad attenderci. Anche oggi la giornata sarà lunga. Prima di raggiungere la zona di Gorazdevac, che oggi visiteremo, facciamo un salto al Comando per fare il punto della situazione e vedere se ci sono novità. Alla Cellula pubblica informazione il lavoro ferve. Le traduttrici sono intente a redigere la rassegna stampa locale. Oggi si vota per il presidente della Repubblica federale jugoslava. L'aria è comunque tranquilla. Durante la notte non è successo niente di eclatante. Dopo i saluti partiamo alla volta di Gorazdevac e della Task force "Istrice" dove, al comando del Tenente Colonnello Gualtiero De Cicco, l'11° gruppo artiglieria pesante campale "Teramo" è schierato a protezione del villaggio serbo. Il reggimento "Teramo" è l'unico che svolge questo tipo di compito in tutta la zona Ovest del Kosovo. Nonostante le scaramucce, che qualche volta sono anche qualcosa di più (come nel caso di un vero e proprio scontro a fuoco con alcuni elementi albanesi legati all'ex Uck che per 45 minuti hanno tenuto sotto il fuoco alcuni contadini serbi andati nel bosco per tagliare della legna), la situazione è abbastanza tranquilla. Ed i nostri soldati fanno di tutto perché le due comunità vivano in armonia, anche se decisamente impossibile. Come Ingresso del Monastero di Visokyspesso nel nostro reportage abbiamo detto, gli italiani sono realmente considerati "brava gente". E loro, ce la mettono tutta per sentirselo dire. L'impegno è costante, specialmente verso i bambini tanto da portare l'intero compound (campo fortificato) ad organizzare delle "pizzate". I militari, eredi di quel genio naturale che ha caratterizzato gli italiani nei secoli, hanno costruito un forno a legna da dove sfornano pizze di ottima qualità. E per far degustare questa specialità nazionale si organizzano feste per i bambini. C'è stato il tentativo di far convergere insieme le nuove generazioni serbe ed albanesi ma non c'è stato nulla da fare. I papà si sono opposti ed allora si fanno feste separate. Il lavoro, come al solito non manca. I soldati pattugliano costantemente la zona di loro competenza. Organizzano scorte settimanali ai convogli serbi che giungono dal Montenegro. Tengono contatti con le 12 Ong presenti sul territorio ed organizzano l'acquisto di viveri per l'intero villaggio di Gorazdevac. C'è poi la parte della ristrutturazione delle infrastrutture. Oltre all'acquedotto, c'è la costruzione di una sala computer per la scuola e dell'infermeria utilizzata dai serbi. Anche qui il solito problema, gli albanesi non vogliono curarsi nelle strutture serbe e preferiscono l'infermeria del compound italiano. Compound che è una vera e propria cittadella dove, oltre alle strutture rigidamente militari, si trovano anche luoghi di ricreazione, bar, sala cinema e tv satellitare, e palestre attrezzate di tutto punto. Un modo intelligente per far trascorrere al meglio le poche ore di libertà dei nostri militari, ai quali è proibita la libera uscita.

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