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Bosnia, l’ultima frontiera islamica in Europa

Sarajevo, uno dei  cimiteridi Stefano Schiavi.
Venti anni fa iniziava una delle più sanguinose e assurde guerre europee, quella che ha dilaniato e diviso la Jugoslavia. Venti anni fa iniziava il sanguinoso assedio di Sarajevo. Sembra passato un secolo da quella guerra così vicina. Al di là dell’Adriatico. Una guerra che è ormai entrata nella storia e che ancora non ha visto la Bosnia veramente unita. Tre etnie, un inno nazionale senza parole perché in quella terra martoriata si parlano e si scrivono lingue differenti. Un governo tripartito. Insomma, la guerra è finita ma la pace, quella vera, è ancora lontana. Tra i miei ricordi di inviato di guerra non poteva mancare Sarajevo. Non la Sarajevo dell’assedio ma quella della pace imposta a Dayton. Ve la ripropongo cosi come l’ho vissuta molti anni fa ormai.

“E’ notte a Sarajevo ed una leggera brezza spazza nuvole cariche di pioggia lasciando il posto ad un cielo stellato di straordinaria bellezza. La neve arriverà presto ad imbiancare le colline che sovrastano la capitale bosniaca e offrono a migliaia di serbi, croati e bosniaci l’ultimo riposo… quello eterno. Ma stanotte è un gran bel cielo quello che, come una morbida coperta, avvolge una città martoriata dalla storia, dal tempo, dagli uomini…dalla guerra.

Sono passati sei anni da quando l’ultimo cecchino fissò nel suo mirino la “preda” da abbattere. L’ultima, Vecchi messaggi sui muri, Welcome to Sarajevoalmeno per il momento. Sei anni sono tanti e la città ha ricominciato a vivere. Ha curato le sue ferite. Ha ripreso a camminare, con le stampelle e mille aiuti. Ma lo ha fatto. Molto è cambiato, tanto è stato fatto. Tanto c’è ancora da fare.

Ma è in questa notte stellata, così bella, quasi romantica, che abbiamo quella conferma che mai avremmo voluto avere: tutto è cambiato nulla è cambiato. “Panta rei”, dicevano i greci, “tutto scorre”. Eppure qui, dove il sangue è scorso realmente a fiumi, la vita e la morte passeggiano mano nella mano come se nulla fosse. Come se il sangue, il terrore, la tragedia umana, la morte, non avessero insegnato nulla. Almeno alle vecchie generazioni.

Speravamo e pensavamo di non assistere mai più ad una scena del genere, nulla di trascendentale in se, s’intenda, ma significativa per capire come odio, rancore e l’orrore della guerra non possono essere cancellati da un semplice colpo di spugna. Da quattro firme su alcuni fogli di carta. Le morti ed i lutti non si dimenticano. Nemmeno con la pace di Dayton.

Lo sapevamo tutti, ma ipocritamente abbiamo taciuto. Ne eravamo coscienti tutti, ma abbiamo fatto e facciamo ancora finta che tutto vada per il meglio. Che la pace resiste a tutti gli assalti. Potrebbe anche essere così. Già, potrebbe ma non lo è.

Perché quando sei per strada, mentre fai ritorno al tuo alloggio (una stanza in una abitazione di una famiglia musulmana che ti cede il letto dei propri figli pur di racimolare qualche euro), incontri un uomo sulla settantina, al quale, involontariamente cade dalla giacca una pistola e, mentre lo osservi esterrefatto, la raccoglie e placidamente la rimette nella cintura dei pantaloni, allora capisci che nulla è finito. Capisci che la resa dei conti tra serbi, croati e musulmani non è finita. E’ solo rimandata. Capisci anche che tra le stradine della città turca o nei vicoli della Sarajevo austriaca si annida, tra le mille facce pulite dei giovani che affollano ulica Maresciallo Tito (la nostra via del Corso per intenderci), un novello Gavrilo Princip pronto ad immolarsi sul palcoscenico della storia, o più semplicemente per la gloria di Allah o della grande Serbia o per la Croazia libera. E non certo per un sogno da star hollywoodiana.

sarajevo soldato NatoE tu sei li, mentre cammini per quelle stradine tra palazzi che ancora mostrano, evidenti, le ferite della guerra, ad interrogarti sul perché sei venuto a Sarajevo. Sul perché di una missione, quella Ifor prima e Sfor dopo. Ti interroghi e ti chiedi a cosa è servito imporre una pace che nessuno voleva. Ti interroghi sulle cospicue “elargizioni” dell’Unione europea, della Banca mondiale, della Banca europea e di decine di altre organizzazioni e su una ricostruzione che rischia di essere stata vana. E alla fine ti chiedi: “Che senso ha la presenza dei nostri soldati qui a Sarajevo”? Ed è proprio per questo motivo che siamo venuti qui. Per capire. Ed il senso alla fine lo trovi. Lo trovi stando con lo, i nostri soldati. Lo trovi vivendo con loro, girando per città e montagne facendo attenzione ai campi minati ancora esistenti a migliaia. Lo trovi nei loro gesti quotidiani. Gesti di pace e non certo di guerra, nonostante un fucile mitragliatore sulle spalle. Nonostante un carro blindato.

La vita trascorre all’apparenza tranquilla ma osservi, osservi attentamente. Osservi decine di ragazzi musulmano con i capelli cortissimi e la barba lunga, osservi le moltissime ragazze con il velo in testa ed i jeans. Osservi le numerose banche iraniane aperte e locali con gigantografie dell’ayatollah Ruollah Komheini. Ed sono segnali chiari ed inquivocabili. Sarajevo ultima frontiera dell’Islam in Europa? Si, di fatto sì. Ma quanto durerà?

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L'Associazione "I Viaggi Nella Storia", che ha come scopo quello di sviluppare e diffondere la cultura dei viaggi intesi come arricchimento culturale, sociale e storico, anche un importante veicolo per la diffusione, attraverso le nostre rubriche, della cultura storica, delle tradizioni culturali, dell'archeologia, degli eventi storici,delle curiosit e dei misteri storici, degli approfondimenti storici, delle leggende e dei miti, dei ricordi di famiglia, delle recensione di libri, dei quaderni storici e dei quaderni archeologici, delle mostre e degli eventi, dei reportage di storia antica e moderna, dei dossier e delle ricerche storiche.